lunedì 29 novembre 2010

Anche Conan Doyle si fece infinocchiare?

Ricordiamo Arthur Conan Doyle, il “papà” di Sherlock Holmes l’investigatore di Baker Street 221b, a poco più di ottant’anni dalla morte. E lo ricordiamo, sulla scorta di Edgar Allan Poe, come l’inventore di un genere o sottogenere letterario (il giallo deduttivo), ma anche come un signore un po’ faustiano, dagli innumerevoli interessi e con un’esistenza piena, trascorsa a cavallo di due secoli – XIX e XX – nei quali le concrete possibilità di operare per il miglioramento e il bene dell’umanità furono pari alle fantasie e agli “idealismi” d’ogni qualità e tipo. Nei quali osservazione scientifica e invenzione vera e propria camminarono a braccetto, e gli uomini che seppero farsi carico di esperienze “attuali” e “diseguali”, dandosi ad opere di diversa natura, furono considerati perfino i migliori. Anticonformista e coraggioso (abbandonò il cattolicesimo di famiglia e ne pagò le conseguenze), Doyle amava lo scontro giornalistico e le battaglie perdute (celebre il suo schierarsi a favore dello spiritismo, a quel tempo però di gran moda) e amava i viaggi per mare (un po’ come Jack London); per qualche tempo fece il medico sui battelli che dall’Inghilterra volgevano verso l’Africa, poi divenne anche corrispondente durante la guerra Anglo-Boera e il primo conflitto mondiale.
Chi sono i Conan Doyle di oggi? Forse sarebbe più appropriato chiedersi però chi sono e cosa fanno gli Sherlock Holmes di oggi, giacché il detective che rivolge all’amico e “narratore”, dottor Watson, la celebre frase: “Elementare Watson!” (mai prevista tuttavia dall’autore), ha di gran lunga superato la fama del proprio “rivale” e inventore. Holmes è stato più volte personaggio televisivo e cinematografico, fino a qualche mese fa era di nuovo sul grande schermo col volto di Robert Downey jr., e poi come tutti i grandi personaggi anche un cartone animato. A lui, ai suoi modi soprattutto, si sono ispirati decine e decine di personaggi veri (da Isaac Asimov al presidente Usa F. D. Roosevelt) e inventati (dagli investigatori d’ogni genere al protagonista del “Nome della Rosa” di Umberto Eco fino all’ineffabile Dr. House della serie popolare televisiva). Doyle immaginò infatti il personaggio-principe della sua vastissima produzione letteraria (noto anche per la pipa e il “deerstalker” in testa – anche queste tuttavia invenzioni successive), nei lunghi momenti di inattività a Southsea, dove aveva aperto uno studio medico. Come i personaggi dei libri più celebri di Doyle, Holmes non fu completamente inventato, ma ispirato a una persona realmente conosciuta, cioè a uno dei “padri” della medicina legale: il dottor Joseph Bell. Uomo certamente assai singolare, ecco come viene introdotto Holmes, nella raccolta di racconti Le avventure di Sherlock Holmes (Newton, introduzione di G. Bonura): «È il miglior investigatore che esista, pensate che a lui si rivolge perfino la polizia per risolvere casi intricatissimi. Ha una grande passione per tutto ciò che è bizzarro e fuori del comune, comprese le sperimentazioni con provette e alambicchi vari. Le sue deduzioni, poi, fanno invidia ai più grandi indovini del mondo; dalla semplice osservazione dell’unghia di un pollice, di un laccio di scarpe, egli è capace di dire cosa fa una persona, da dove viene, ed eventualmente se ha commesso un crimine!».
Il primo volume su Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, esce nel 1887, ad esso come sanno gli appassionati del giallo-poliziesco ne seguiranno molti altri (in tutto: quattro romanzi, e più di cinquanta racconti), così tanti però – e così richiesti – che lo stesso autore finirà per odiarli tutti. Particolare non noto del carattere di Doyle era infatti il gusto non per il poliziesco, quanto per il romanzo d’avventure, il soprannaturale, il terrore, il mistero e la fantascienza (su tutti: Il mondo perduto del 1912, più e più volte trasposto al cinema, appartenete al ciclo dedicato al professor Challenger) e poi per lo spiritismo, argomento scelto da Doyle per un saggio nel 1926 (Storia dello spiritismo) che gli procurò decine di critiche provenienti dalla sponda dei dubbiosi. Nessuno riusciva a capirci granché. Lo scienziato che aveva “prestato” all’investigatore Holmes tutta la propria disposizione alla “logica”, come poteva dedicarsi adesso a un esercizio così poco “logico” come lo spiritualismo? Chi poteva credere che il medico di Edimburgo fosse insomma un povero “credulone”?
Le sfaccettature della personalità “novecentesca” del romanziere scozzese (che non era certo il primo e non sarà certo l’ultimo a cadere in certe “contraddizioni”), sempre e comunque volto alla ricerca di una possibile “verità”, furono così davvero tante. Il cieco amore di Sir Conan Doyle verso lo spiritismo fu anche causa della fine di una singolare e competitiva amicizia: quella fra lo stesso medico-scrittore e Harry Houdini il grande illusionista nativo ungherese, che era più che avverso alle attività dei medium. A testimoniare dell’importanza assunta dalla ricerca spiritualista, Doyle ebbe anche diversi contatti con la “Golden Dawn” il misterioso ordine occultista londinese di fine Ottocento di cui fu parte il mago altrettanto noto Aleister Crowley.
Appassionato di sport (non si fece mancare nulla), Doyle fu testimone oculare di uno degli eventi più singolari dello sport italiano di sempre. Alle olimpiadi di Londra nel 1908, il piccolo atleta Dorando Pietri, vincitore ma solo “morale” della maratona di quell’olimpiade, venne aiutato negli ultimi metri della gara dall’addetto al megafono – venne cioè sorretto fino all’arrivo – e subì una scioccante squalifica. Doyle presente in tribuna perché inviato dal Daily Mail si schierò da subito dalla parte del nostro Pietri (una decisione dei giudici, secondo lui, non avrebbe mai potuto cancellare una vittoria) e organizzò anche una colletta per lo sfortunato atleta emiliano. Per anni si pensò che fosse stato lo stesso scrittore a spingere Pietri verso il filo di lana; ma si trattò di una storiella adatta ai romanzieri (lo sanno bene i biografi). Molto tempo dopo, tuttavia, a distanza di dodici anni l’uno dall’altro, i due storici protagonisti delle IV olimpiadi moderne moriranno per cause abbastanza simili. A portarsi via la piccola-grande leggenda dello sport italiano e il papà di Sherlock Holmes sarà infatti un improvviso attacco di cuore.
Maia

venerdì 26 novembre 2010

Karaté (a tinchitè)

Oggi Bruce Lee, protagonista mai dimenticato di pellicole sulle arti marziali cinesi, compirebbe settant’anni. Deceduto improvvisamente nel 1973, i misteri sulla sua esistenza – compresi gli ultimi giorni di vita – restano insoluti. Il primo mistero, per esempio, è il grande successo che Lee ottenne nell’ultima parte delle sua vita, nonostante le pellicole girate non fossero diciamo così di primissima scelta. Ma, forse, la ragione di questo successo (sia nella sua Hong Kong, quanto nelle altri parti del mondo), sta in un mix di contenuti.
Tanto per cominciare il primo film che dà notorietà internazionale a Bruce Lee è “Il furore della Cina colpisce ancora” ed è del 1970 (uscito nel ‘71). Siamo al “giro di boa” del ventennio che inaugura la grande popolarizzazione delle discipline marziali e in generale di educazione e cultura fisica. In Italia si potrebbe perfino parlare di “generazione-Bruce Lee” quella cioè alla quale appartengono tanti ex giovani cresciuti a pane e “film di Karate” (così noti, ma con termine assai generico) e che hanno successivamente provato una disciplina di arti marziali. Non si esagera se si afferma che la “Manga-mania” della fine degli anni Settanta è stata la continuazione con altri “mezzi” della “Karate-mania” di un lustro prima. In realtà di questa popolarizzazione della arti marziali Bruce Lee è solo parzialmente “responsabile”, essendo venuto a mancare già prima dell’uscita di “Enter the Dragon” (in italiano “I tre dell’operazione Drago”), film del ’73 che avrebbe dovuto lanciare la star nata a San Francisco nel firmamento hollywoodiano, ma sappiamo bene che il genere è andato avanti, con lui o senza di lui, con una serie infinita di pellicole e attori - tutti in fotocopia - fra i quali il più noto e ancora in attività è Jackie Chan.
In secondo luogo, possiamo dire che il successo dei film di Bruce Lee è uno dei capitoli – forse non ancora studiato a dovere – del grande “libro” dell’orgoglio cinese, cioè della fierezza di un popolo sovente umiliato, ma che non ha mai smesso di pensare a se stesso col vanto delle proprie tradizioni. È l’orgoglio di “razza”, di “appartenenza” e di “fede” a essere rivendicato dalle genti le cui tradizioni subiscono un’offesa da parte dello straniero. È una regola fissa. Ecco un esempio: il film dedicato alla leggenda del Kung fu, “Dragon. La storia di Bruce Lee”, e tratto dal romanzo della vedova Linda Lee Cadwell “Bruce Lee: the man only I knew”; un film utile per comprendere il significato delle tradizioni dei cinesi d’America e il loro atteggiamento di rifiuto verso lo straniero ospitante. Atteggiamento che “cozza”, invece, con l’apertura del giovane Bruce verso i bianchi e i neri del “nuovo mondo”.
Infine, la notorietà di Lee e la “scoperta” delle arti marziali – nulla a che vedere, ovviamente, con studi di carattere esclusivo o accademico – è uno degli ultimi esempi – quello approssimativamente “pop” – di un interessamento dell’Occidente verso l’Oriente, alimentato fin dall’inizio dalle guerre (dalla Seconda guerra mondiale a quella di Corea) e dai contatti dovuti agli scambi commerciali. Le arti marziali giapponesi sono note in Italia e in tutto l’Occidente già prima dell’avvento del fenomeno-Lee, ma Bruce Lee & soci giocano, e molto, sul fattore spettacolarizzazione. Il potere dei mass media e del cinema riesce a fare il resto, “trasformando” Karate, Kung fu e orientalismi vari in discipline alla moda. Fatte salve le intenzioni di chi si è avvicinato alle tecniche orientali per educarsi alla disciplina, acquisire agilità, forza e non ultima gradevolezza fisica, è agevole affermare che le arti orientali, oggi, facciano pienamente parte del blob-culturale della nostra parte di mondo. Ormai da quaranta-cinquant’anni il vocabolario delle arti marziali, insieme a quello delle filosofie e delle religioni orientali, è divenuto familiare al cittadino medio occidentale. A livello di tecniche di combattimento parte del “merito” è di mister Lee, figlio di un attore di Canton, che iniziò l’apprendistato col fine di sconfiggere il proprio “demone interiore”, una sorta di “fratello malvagio” del demone socratico.
Il secondo grande mistero della vita di Bruce Lee è posto invece al traguardo di questa. Studente in filosofia e lettore di Krishnamurti (quello che vuol liberare la “vita” dal falso “io”), fondatore del “Jeet kune do” (un’arte marziale che assume gli stili di altre “sorelle” cinesi, puntando sulla preparazione mentale) e da buon orientale sostenitore dell’importanza delle tecniche di concentrazione su quelle del “mero” esercizio fisico, Bruce Lee è stato prima di tutto un vero maestro di Kung fu (fra i suoi allievi hollywoodiani James Coburn) e poi anche un attore, regista e produttore. Per la moglie, per Rob Cohen che ha diretto il film sulla sua vita ma anche per il padre Li Hoi Chuen, Bruce è un predestinato (predestinato a una fine precoce e orribile), come predestinato è anche il figlio maggiore di Bruce, l’attore Brandon Lee che morirà giovanissimo nel 1993 e in circostanze misteriose, durante le riprese del “Corvo” (alimentando così la leggenda del “cavaliere nero” alla ricerca dei Lee). Forse, per il ventottenne Brandon si può parlare di effettivo mistero (per una pistola non caricata a salve), per la morte di papà Bruce a trentadue anni si può invece pensare a un evento “accidentale”, affaticamento, reazione ai farmaci o edema cerebrale…
Bruce è nato nell’ora e nell’anno del drago (il suo soprannome è Piccolo drago), è stato audace e coraggioso fin da ragazzo (in ciò ricorda un altro grande allievo di Hollywood: Steve McQueen) e allenandosi per un impressionante numero di ore a settimana è diventato un atleta di grande potenza. Già negli anni Sessanta ha sperimentato tecniche all’avanguardia. Cura la preparazione con esercizi ripetuti da body builder e da ginnasta e si è “costruito” un fisico invidiato dai grandi culturisti del tempo come “sua maestà” Arnold Schwarzenegger, non a caso attore di fama internazionale. Anche la carriera di Bruce Lee però è stata lunga (avendo debuttato ad appena tre mesi…); al suo attivo alcune serie televisive (“Green Hornet” e “Batman” nelle quali interpreta lo stesso personaggio e “Longstreet”), ma anche la delusione per essere stato scartato come attore di serie western. Un John Wayne dagli occhi a mandorla?… Per Bruce Lee il vero successo arriverà (e non poteva essere diversamente) come protagonista di film sulle arti marziali cinesi. È questa la vera “predestinazione”, questo il suo destino… Nonostante il nome venga pronunciato in continuazione come star dei film d’azione, in realtà Lee ha girato solo quattro film da protagonista: “Il furore della Cina colpisce ancora”, “Dalla Cina con furore”, “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente” (mitico il duello Bruce Lee – Chuck Norris, al Colosseo), “I tre dell’operazione Drago”, e qualche minuto del filosofico “L’ultimo combattimento di Chen” (uscito postumo). Tutti gli altri verranno realizzati dopo la morte o con materiale ritrovato; basteranno i primi però a renderlo immortale... “I tre dell’operazione Drago”, nato senza pretese, riscuote un enorme successo: è uno dei film simbolo degli anni Settanta, anni nei quali i film di “karate” occupano per mesi le sale cinematografiche.
E oggi? Oggi i settant’anni di Bruce raccontano di "generi" che hanno regalato sogni indefinibili ai ragazzi di qualche decennio fa. Commemorarlo significa, infatti, ricordare tutti i divi mai diventati vecchi, ma rinati nella leggenda. Il figlio Brandon e Rodolfo Valentino, e poi ancora: Elvis Presley, Jim Morrison e naturalmente James Dean. Il maestro di San Francisco adorava l’americano di Marion che aveva bruciato l’esistenza nello spazio di tre avventure cinematografiche. Perché? Non spetta a noi dirlo… per chi crede nei segnali della “predestinazione” le vie del “cielo” sono davvero infinite.
Maia

Nel mondo di Zagor

Tutti in piedi. Arriva Zagor, signore di Darkwood, personaggio dei fumetti fra i più amati di sempre. Jeans (così sembra), canotta rossa con sul petto un giallo simbolo indiano – un’aquila stilizzata – e il tipico urlo di guerra: “aahyakkk!”. Ma, forse, qualcuno non lo sa? Zagor appartiene alla valente truppa bonelliana, in compagnia dei vari Tex, Mister No e Dylan Dog, ed è colui che da quasi mezzo secolo – A.D. 1961 – si danna l’anima per mantenere la pace in quell’angolo d’America ove giacche azzurre, trappers e indiani vivono, in pieno Ottocento, il precario equilibrio della necessità. Uno che, per dirla fra noi, i principi dell’Onu c’è le aveva ben chiari ancor prima che inventassero le Assemblee generali e i Consigli di sicurezza.
Zagor non è un ranger come il grande Tex, è invece un signore non-classificabile, metà “spirito” (almeno gli indiani lo credono tale: il suo nome completo è Za-gor-te-nay cioè “spirito con la scure”) e metà uomo; un signore atletico e affascinante con i deboli vicino al cuore e il pallino per la giustizia, un selvaggio o quasi-primitivo per volontà propria che coltiva il dubbio, rivolgendolo al progresso delle macchine e agli uomini guidati dalla sete di potere. Zagor insomma più che l’ennesimo eroe dell’epopea western è la versione legalista e americana (dunque pragmatica e individualista) di un Robin Hood convinto a “tarzanizzarsi”, per accrescere il rispetto degli abitanti di una foresta colma di insidie e antagonisti. Amico di chi vive in pace, nemico di chi non la osserva, possiede buona volontà in grandi dosi e all’occorrenza consuma realpolitik come l’aria che respira. È la metà esatta fra un freddo diplomatico e un leale gladiatore ed è anche un po’ saltimbanco. Per punire i nemici usa armi western e poi, soprattutto, una scure ricavata da una pietra bianca arrotondata. Ha una mira infallibile naturalmente.
Zagor non ha una donna fissa al suo fianco – sulla scia di una misoginia da “soldato in trincea” – ma al contrario, convive col reale alter ego dell’eroe coraggioso: Cico il piagnone. Abile all’occorrenza e fedele senza l’ombra di un indugio, Cico è la spalla ideale di Zagor il guerriero: non può fargli ombra – piccolo e poco coraggioso – e ne valorizza giorno per giorno merito e generosità. È il compagno fidato che tutti vorremmo insomma. Anche lui è la metà esatta di qualcosa: di un giullare e di un angelo custode, magari un po’ impacciato e soprattutto eternamente affamato… La coppia Zagor-Cico, come quella Topolino-Pippo, è un’unione fra polarità opposte, è un’amicizia “perfetta” costruita sull’ammirazione, la simpatia, la riconoscenza e soprattutto l’affetto. L’autore (Guido Nolitta alias Sergio Bonelli), non ha mai risparmiato sulle dose di sentimento e di umana complicità che lega i protagonisti in un abbraccio cameratesco indissolubile. Entrambi possiedono spazi nei quali riescono protagonisti unici, Zagor come eroe, Cico come “passaguai” a riempire le pagine leggere del fumetto; nei momenti clou tuttavia i due si trovano uniti contro il nemico.
Un uomo eccezionale come Zagor, con la parola di un antico romano (in lui c’è anche un po’ di “Uomo mascherato” di Ray Moore), non può non essere attorniato dai nemici (due su tutti: lo scienziato Hellingen e Supermike lo spaccone). Che sono i nemici personali dello “spirito con la scure” e quelli della pace nella foresta di Darkwood – luogo “segreto” nel Nordest degli Usa fra Ohio, Pennsylvania e Virginia – e spesso ben al di là di essa. Poi, per pareggiare i conti, si affacciano anche i buoni (gli indiani Tonka e “Molti-occhi”, i trappers Doc Lester e Pablo Rochas e il marinaio Fishleg comandante di una nave giramondo), gli innocui, come il cercatore di tesori Digging Bill, o magari solo i cialtroni da incontrare al di là della foresta, in mare, fra le montagne o chissà dove (il “detective” Bat Batterton, il truffaldino Trampy e l’“inventore” Icaro La Plume). Zagor non è tuttavia il (classico) fumetto ove un bene e un male precostituiti, quasi come in un’America “neo-con”, si danno la “caccia” con risultati scontati. In realtà, in un fazzoletto di mondo, e poi ancora oltre per l’intero continente nordamericano, ragioni e torti, offese e difese sono diluite con serena sapienza fra gli attori in campo, siano essi individui o a maggior ragione collettività. La serie a fumetti Zagor è un esempio di rigetto delle ideologie e della cieca discriminazione dovuta all’appartenenza a questo o a quel gruppo; la pace passa per il difficile equilibrio fra le esigenze degli abitanti della foresta, e Zagor è consapevole che la società che lui intende “guidare” abbisogna della tolleranza fra vecchi e nuovi ospiti (bianchi e “selvaggi” possono avere ragioni e torti distribuiti differentemente a seconda dei casi). Ecco come si rivolge agli indiani in una delle prime occasioni “da Zagor”: «vi difenderò contro i bianchi quando la ragione sarà dalla vostra parte, ma castigherò senza pietà tutti quelli di voi che metteranno in pericolo la pace e la sicurezza delle altre tribù!». È e resterà il suo motto.
Ma l’America zagoriana è un mondo davvero nuovo nel quale tutto può accadere (evento normale o paranormale), nel quale si danno appuntamento i tipi più strani, ben al di là della normalità biologica. Ecco perché, negli oltre 500 albi pubblicati, Zagor si è via via trasformato in personaggio al centro di storie fantasy (dopo essere passato anche per l’horror), fra maghi, mostri ed entità carismatiche. Adeguandosi non tanto ai tempi quanto alla propria disposizione all’avventura senza frontiere di spazio e di tempo. All’interno del fumetto trovano posto (spesso l’uno accanto all’altro) la creatura extraterrestre, la tenera squaw, il fuorilegge, il conquistatore di galassie, l’avventuriero romantico e il severo ufficiale dell’esercito. In un’America che è davvero, a questo punto della storia, il luogo ove qualsiasi fenomeno trova legittima sede; il regno della fantasia a una cert’ora del giorno in un data regione, con laghi, fiumi, monti, indiani a cavallo, “giacche azzurre”, conquistatori e conquistati, vittime e torturatori, streghe, stregoni vampiri e semplici rapinatori . Za-gor-te-nay è l’anello che unisce l’America “old style” coi cavalli e le prime ferrovie e quella intrinsecamente progressista e più sfrenatamente “giovane”, proiettata verso un futuro impenetrabile fra legami alla madre terra e minacce globali; così concepito il personaggio splendidamente disegnato (fra gli altri) da Gallieno Ferri, è anche il ponte fra un fumetto “storico” e da mostra (nacque come striscia) e i ben più moderni albi bonelliani come Martin Mystere (1982) e l’imprescindibile Dylan Dog (1986). Nato come “cacciatore” di indiani – e per vendicare la morte dei genitori – Zagor è diventato infine eroe di fantascienza. I suoi mondi (ma anche i suoi modi) “alternativi” muovono dall’isolotto sicuro ove abita, con Cico il messicano, una capanna di paglia e legno, per giungere fino al pianeta degli “akkroniani”, insieme ai comodissimi stivali con lunghe frange in cuoio i suoi mezzi di trasporto sono i palloni aerostatici e i sottomarini del futuro.
Dagli igloo ai paesaggi tropicali, dalle grandi città americane alla vecchia Europa. Mai fermo mai stanco… in nessun luogo del mondo tuttavia Zagor ha subito le “umiliazioni” di un moderno uomo della civiltà. Qualcuno in (quasi) cinquant’anni c’avrà provato a “insegnare” al selvaggio uomo dei boschi che l’etica del guadagno è più utile della giustizia fra gli uomini, ma l’immaginate l’ospite fisso del grande “albergo” sotto le stelle, manovrare assegni e registratori di cassa al posto di scuri e coltelli? E pagare gli affitti a un grasso e inamidato proprietario?
Maia

mercoledì 24 novembre 2010

Qui ci vuole Nick Carter

L’America è quella di fine anni Venti, quella dei grattacieli illuminati «che si confondono con le stelle» di Federico Garcia Lorca; New York, poi, è bella e misteriosa e sul volto dei newyorkesi si proiettano ora le luci ora ombre di un interno continente già divenuto “nuovo mondo”. È questa l’America dove tutto può succedere fra gangster, ricconi, bische, pupe e pallottole. È questa l’America dei grandi detective con impermeabile e cappello, l’America di Nick Carter.
«Mentre su New York calavano le prime ombre della sera…», iniziano sempre con questa frase pronunciata con enfasi da una voce fuori-campo i fumetti di Nick Carter creati dalla coppia Bonvi (Franco Bonvicini) e Guido De Maria sulla falsariga dell’omonimo personaggio inventato nel settembre del 1886 da John Russell Coryell, poi “perfezionato” da Frederic Van Rensselaer Dey e conosciuto come il “più grande” investigatore privato di tutti i tempi. Il terzetto che fece sognare i bambini degli anni Settanta, Nick Carter l’investigatore con baffetti, nasone e coppoletta e i due collaboratori, il fido e maldestro Patsy e il saggio orientale Ten, esisteva dunque fin dai tempi delle “dime novel”, ma è stato reinventato per la nostra televisione come esempio (a suo tempo riuscitissimo) di fumetto in Tv. Il primo episodio di Nick Carter (“Il mistero dei dieci dollari”), venne realizzato dagli autori già alla fine del 1969 appositamente voluto da Giancarlo Governi, a quel tempo responsabile “programmi speciali” per la Rai, e debuttò nel settembre del 1972 all’interno di “Gulp!” per la regia dello stesso De Maria. Fu subito un grande successo, come enorme fu il successo di un programma che per la prima volta portava i fumetti, con tanto di “nuvoletta”, sul piccolo schermo. Il programma venne poi replicato (col titolo “Supergulp!”), dal 1977 al 1981 col terzetto di investigatori che assumeva il ruolo di un “moderno” presentatore animato. La serie “Gulp!” e “Supergulp!” ospitò una successione incredibile di fumetti e autori. Del primo ciclo di puntate oltre a Bonvi e De Maria, fecero parte il grande Jacovitti, il signor Rossi di Bruno Bozzetto e Corto Maltese di Hugo Pratt. Negli anni successivi ci sarà il boom con Sergio Bonelli, Silver (allievo di Bonvi) e i supereroi della Marvel; presenti anche Tintin di Hergé, Alan Ford di Max Bunker, Asterix e i Peanuts di Schulz.
Una rassegna indimenticabile: a parte gli episodi da vedere e rivedere su “youtube”, c’è un sito che raccoglie notizie, informazioni e quant’altro su Nick Carter, “Gulp!” e “Supergulp!” curato dal pubblicitario Claudio Varetto e supervisionato dallo stesso De Maria. Senza tema di smentita: Nick Carter – oltre che in Tv, il fumetto apparve fino al 1975 sul “Corriere dei ragazzi” – era un prodotto riuscito da molti punti di vista. Gli autori scelsero una linea d’incontro fra le citazioni dotte (elegante anche la musica che lo accompagnava, l’autore era Franco Godi), e le semplici spiritosaggini. I disegni erano fra i più belli mai visti (anche se Bonvi amava dire di se stesso: «La mia vera grandezza è che non so disegnare…»), i testi brevi ed efficaci, le storie (dai cinque ai sette minuti) ben raccontate e condensate in poche facili battute; le voci dei doppiatori a dir poco fantastiche (ancora seducenti, dopo quarant’anni). Carter veniva doppiato da Carlo Romano, “voce” storica di Alfred Hitchcock e Fernandel, Silvio Spaccesi doppiava invece il grande e grosso Patsy e Giorgio Ariani si fingeva giapponese doppiando Ten. A Mauro Mattioli e allo stesso De Maria non restava che doppiare i due cattivi; il primo: l’acerrimo nemico di Nick Carter, famoso per i suoi incredibili travestimenti (da Pascià, da armadio, perfino da locomotiva…) Stanislao Moulinsky falso barone spagnolo; il secondo: l’allievo prediletto tale Bartolomeo Pestalozzi da Pinerolo.

Ma Nick Carter è diventato celebre anche per la trama lineare, per le “sentenze” e le frasi tormentone; grazie alla combinazione di questi “elementi” ogni singolo episodio ha guadagnato un “non so cosa” di familiare. Di indimenticabile.
Prima inquadratura: i grattacieli della Grande Mela e la frase a effetto su New York. Dopodiché accade qualcosa: si consuma un furto, un omicidio o un reato di qualsiasi genere. Altro tormentone, il poliziotto o chi per lui invoca la presenza di Nick Carter: «Qui ci vuole Nick Carter!». Il telefono squilla in primo piano, poche parole e i tre investigatori partono per l’avventura… Iniziano le indagini. Nick Carter cade vittima di un tranello (la frase del detective legato come un salame ai binari o di fronte a una sega elettrica, frase che vuol tranquillizzare se stesso e il pubblico “a casa”, è sempre uguale: «Bah!... non bisogna poi lasciarsi impressionare troppo dalle apparenze!»), poi però arriva Patsy e riesce a salvare il capo. A questo punto c’è sempre la sentenza in rima di Ten, che commenta la goffaggine di Patsy. Esempio: «Dice il saggio: a giocare con le accette si finisce fatti a fette». Il fumetto si conclude con la risoluzione del caso, i complimenti a Nick Carter, la sua falsa modestia e (quasi sempre) con l’arresto di Moulinsky travestitosi da contessa o da qualsiasi altra cosa o persona (frase finale che tutti i ragazzi ripetevano: «Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!»). Infine, l’ottimismo e la sentenza di chiusura di Ten e Patsy: «Dice il saggio: tutto è bene cioè che finisce bene»; «e l’ultimo chiuda la porta». Slamm.
Ovvio che in uno schema siffatto (cioè all’interno della cornice del fumetto), abbondino gli elementi comici o surreali. Sono le trovate originali che fanno di ogni puntata una storia sempre nuova: si va dal morto del “Mistero dei dieci dollari”, fatto secco perché ha scoperto le trame segrete dei gestori di una bisca… al falso Pascià del califfato del Pirkystan (episodio: “La perla nera”), che parla in romagnolo e non accontentandosi di aver rubato una perla di inestimabile valore pretende il rimborso dall’assicurazione…  dalle formiche che giocano a carte con Patsy ne “Alla ricerca di Divingstone”, episodio dedicato all’invidia fra i luminari dell’etnologia… al “Mistero dell’Orient Express” e alla spia rapita e salvata dal trio carteriano… Trovate su trovate, partorite dalla fantasia dei due autori; una fantasia incastonata nei “pericolosi” Settanta, anni nei quali la creatività era (ancora) una qualità da premiare. Va da sé che, da questo punto di vista, Bonvi e De Maria non erano secondi a nessuno.
 Qualche esempio? Il secondo dei due è stato condirettore di “Comix”, settimanale umoristico degli anni Novanta e come uomo di televisione, a parte il premio regia-televisiva ricevuto per “Supergulp!” nel 1979, ha prodotto e diretto più di mille “Caroselli” e spot pubblicitari (!). L’anello di congiunzione fra De Maria e Bonvi è stato nientemeno che Francesco Guccini, il cantautore “anarchico” per eccellenza. È stato proprio lui a presentare al De Maria regista televisivo il giovane e come lui “anarchico” Bonvicini. Da parte sua, invece, Bonvi è stato un grande autore di fumetti, alternativo e dalla disposizione caricaturale (fu premiato come il più bravo d’Europa nel ‘73). Creatore di Sturmtruppen, prima “strip” quotidiana italiana e di Cattivik, e autore di “Capitan Posapiano” - apparso inizialmente su “Tiramolla”-  e dei visionari e “futuristi” “Storie dello spazio profondo” su testi dell’autore de “La Locomotiva” (1970) e “Cronache del dopobomba” (1974). De Maria è ancora un ottimo pubblicitario, il vulcanico e istrionico Bonvi invece è morto nel 1995, a seguito di un incidente stradale. L’ultima apparizione televisiva del suo Nick Carter? Quattro anni prima in Tv, fra l’allegria e l’ottimismo: “E l’ultimo chiuda la porta!”, il titolo del programma Poi, però, anche il destino aveva voluto dire la sua.
Maia

Il cuore di Mishima

Yukio Mishima (ma è più corretto scrivere Mishima Yukio), è stato un personaggio – non solo persona, appunto, ma personaggio – capace di esprimere la grandezza e la pienezza del vivere in ogni gesto o frase e per tutti i momenti che hanno composto i quarantacinque anni della sua breve vita (l’ultima sua frase prima del suicidio: «la vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre.»). A quarant’anni esatti dalla morte (25 novembre 1970), lo ricordiamo come uno degli intellettuali, scrittori e uomini d’azione (personaggio, dunque, assolutamente novecentesco), capaci di dare un senso ben preciso al cosiddetto “secolo breve”.
In Mishima c’è un pezzo – anche piccolo – di ogni personalità che ha arricchito gli anni del nostro passato. Lui è innanzitutto il D’Annunzio d’oriente (poeta, prosatore, acceso patriota, esteta, uomo dalla forte personalità che “confonde” vita ed epica), ma è anche un uomo pronto al sacrificio per il rispetto dei principi e politicamente non-etichettabile come Che Guevara; Mishima è un uomo destinato a suscitate scandalo ed essere, contemporaneamente, venerato dai propri sostenitori come Lawrence d’Arabia l’avventuriero, ma anche profondamente influenzato da una cultura che non è quella del proprio paese (il Giappone) come il grande Akira Kurosawa (e come lui non amatissimo in patria); infine un uomo segnato da un destino tragico e contraddistinto da un’esistenza inquieta come Drieu La Rochelle e Camus: un uomo nato e poi vissuto con un deficit di libertà (all’interno del Giappone crebbe peraltro con un’educazione molto rigida), ma che questa stessa ricercò dappertutto, nelle lettere, nei costumi e nell’amore per una patria sottoposta a rigide imposizioni di politica internazionale.
Come tutti i (veri) grandi intellettuali del Novecento – viene in mente anche il nostro Pasolini – Mishima subisce l’influenza di “correnti” di pensiero opposte le une alle altre, c’è tanta modernità – nella forma di una “antichità riadattata” – ma tanta tradizione nelle sue prose che risulta davvero difficile produrre le giuste coordinate per un “pensiero” eternamente sfuggente. Conservatore anzi tradizionalista? Senz’altro, data la venerazione per il Giappone imperiale. Decadente? Anche, come decadenti furono gli scrittori che esibirono “moralità” proprie e chiusero un’epoca fra estetiche nietzscheane e pulsioni romantiche. Mishima è autore d’inarrivabile profondità e narratore schietto, senza censure “ideologiche” ai limiti della sfacciataggine, un Rimbaud dei nostri tempi.

Al momento del suicidio – con la cerimonia del seppuku – davanti alle televisioni, con migliaia di curiosi e in straordinario “fortuito” anticipo sulla scoperta del potere “condizionante” dei media, lui che parla con poetica delicatezza di omosessualità e frigidità citando Freud e Fromm, in Italia si litiga - molto più “banalmente” - sulla legge sul divorzio e si dibatte sui progetti per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina (!); lui bisessuale dichiarato anticipa gli “outing” di artisti e intellettuali del terzo Millennio, anticipa le preoccupazioni che un gesto compiuto davanti a milioni di spettatori possa influire sul comportamento di altrettanti concittadini e sulle elite del proprio paese, e anticipa il “gusto” per i riflettori accesi sulla cultura giapponese. La “morte in diretta” in Italia sarebbe arrivata “soltanto” undici anni dopo nel 1981 con le sofferenze di Alfredino Rampi all’interno di un pozzo poco lontano da Roma, la “mania” per il Giappone – un certo tipo di Giappone spesso però caricaturale – sarebbe arrivata grazie alla cultura di Manga e Anime dal 1978 in poi. Il cinema Giapponese invece era già noto in Italia dai primi anni Cinquanta, ma ben poca cosa forse.
In un’Italia bacchettona sfiorata appena dalle novità del Sessantotto (il Sessantotto che è anche quello del suicidio di Jan Palach però), un paese nel quale in pochi vanno oltre un americanismo da “buon padre di famiglia”, Mishima è un autore che dà fastidio. Nonostante le candidature al premio Nobel, alcuni quotidiani italiani non ne citano il nome quando danno la notizia del gesto estremo (nel titolo si parla solo di un celebre scrittore; la “Stampa” titola: “Uno scrittore di Tokio”…); a far notizia è il “fanatismo” dei protagonisti nonché la stranezza degli accadimenti. Punto. Molti cadono vittima della “cattiva” fama di Mishima compresa quella del “militarista”: lo scrittore ha fondato due anni prima un corpo paramilitare privato l’“associazione degli scudi” del quale è naturalmente il comandante, e peraltro ha deciso di morire con un gesto da “onesto” avanguardista, dando prova che il protestare contro la rinuncia del Giappone alle proprie tradizioni non è mera chiacchiera giornalistica (si ripassi il suo “Sole e acciaio” per capire meglio).
È il rigore mishimiano a dar fastidio ancora oggi a chi ritiene che il “disprezzo per la morte” degli uomini del Sol-levante sia solo il cattivo ricordo degli anni della seconda guerra mondiale. Ed è l’idea che la guerra, dopo venticinque anni (e con la capitolazione definitiva del Giappone), non sia definitivamente finita a “terrorizzare” gli osservatori, e con essa il doppio pensiero che l’«assoluta inefficienza delle forza armate giapponesi ad assicurare la difesa del paese» e «la vigente Costituzione imposta al Giappone dagli accordi di Yalta e Potsdam», sia un’intollerabile ferita per un paese dalle eccellenti tradizioni militari. Una “maledizione” che Mishima si porta addosso da decenni. La maledizione del “fascista”, militarista e ultranazionalista, la maledizione che colpisce chi decide di non rassegnarsi ai verdetti della seconda guerra mondiale: quanti nomi si potrebbero fare in proposito… Quella “malattia della politica” che Mishima ha cercato di scansare per decenni (si definiva un antipolitico), torna dunque nella vita dello scrittore sotto la forma di una condanna senza appello anche nel post-mortem. Lui si batte per il ritorno del Giappone allo “spirito tradizionale” - quello che fu dei samurai - e per il ripristino delle condizioni di difesa dell’Imperatore che incarna lo spirito della nazione (prima di morire Mishima urla: «Tenno Heika Bazan!» - Viva l’Imperatore!), ma per gli “osservatori” invece è solo un tipo “fascista”, un nazionalista come “tanti” negli anni caldi del ritorno alle contrapposizioni ideologiche. Se a ciò aggiungiamo l’amore mishimiano per la Grecia classica e il teatro tradizionale giapponese (passioni indigeste per chi è accecato dal sol dell’avvenire), la cura maniacale del corpo (dagli anni Cinquanta Mishima si dedica al culturismo e al Kendò e la sua immagine diventa icona della bellezza fisica maschile), e l’importanza data ai valori dello stile, del gusto e dell’azione non è arduo pensare che il destino dell’autore di “Neve di primavera” fosse rigidamente scritto fin dai primi anni.
 
Come Céline, come Pound come altri (compreso il nostro D’Annunzio), l’approccio a Mishima è ancora oggi schizofrenico... Fascista illeggibile per qualche “anima bella”, ma in realtà scrittore amatissimo dalle donne e dagli uomini in egual misura (e ciò lo rende ancora una volta unico), e dalle capacità narrative paragonabili a quelle di un Dostoevskij (edito peraltro in Italia anche da Feltrinelli). Il rapporto – letterario – fra Mishima  e le donne è un capitolo a se stante della biografia dello scrittore tokyoto; anche nei suoi lavori meno recenti o più commerciali come “Musica” o la “Leonessa” la donna assume un ruolo da protagonista sconosciuto a gran parte della letteratura moderna. Donna non come “parte” di un universo maschile ma come protagonista “alla pari” soprattutto nei rapporti d’amore. Eccola la “cifra mishimiana”: l’andare oltre lo schema occidentale – capitalistico-borghese – che tipicizza il rapporto maschio/femmina per aprire nuovi capitoli attraverso l’analisi delle proprie tradizioni, attraverso la fitta indagine psicologica. Dopotutto, anche questo è l’autore che seppe riversare in autentici capolavori - e quasi da subito - come “Confessioni di una maschera” il proprio disagio esistenziale per la cosiddetta normalità; si trovasse al di “dentro”, nel suo animo, o al di “fuori” dell’essere umano, cioè nella società.
 
È quasi scontato in cauda ricordare che fra i suoi ammiratori ci fosse Marguerite Yourcenar capace di percepirne, così come fece per Julius Evola, una cifra “trascendente”, un quid  di eccezionalità. Ancora oggi però c’è l'intellettuale sconosciuto a chi ha gli occhi bendati dal pregiudizio... Caduti i muri, i veti e le censure, siamo sicuri cadrà anche la barriera che impedisce di entrare nell’universo di Yukio Mishima, nell’universo delle "confessioni" di chi strappò al secondo Novecento la grigia maschera del conformismo.
Maia

giovedì 18 novembre 2010

Il tipo di sinistra

«Negli anni Sessanta gli operai si facevano il mazzo grosso…», così parlava il tipo di sinistra, quello che si definisce – da sé – un intellettuale, quello che sta dalla parte dei diritti «di tutti», anche se crede che il “Bill of Rights” sia un capitolo del sexygate all’epoca del presidente Clinton. Vallo a spiegare però al tipo di sinistra con barba importante che a Marx degli operai che si facevano il «mazzo grosso», interessava relativamente. O meglio: non ne faceva una questione umanitaria, bensì di corso della storia. La classe operaia era la classe emergente, quella che doveva fare la rivoluzione, mica quella pronta per il regno dei cieli. Ma, si sa, a sinistra la confusione ha sempre regnato sovrana, fra marxisti, revisionisti, radical chic, libertari, socialisti, cattocomunisti, lavoratori – che sono in minoranza, sempre – e poi naturalmente anche i poeti (che bellezza!).
 L’uomo di sinistra si presenta così: conto in banca, casa in città e al mare – a volte anche in collina – una station wagon e un’utilitaria per moglie e figlio; i suoi modi sono casual: camicia o jeans strappato (di rado lo sono entrambi, perché un “proletario” non può essere scambiato per un povero), scarpa rigorosamente sporca, capello “juventino” e sigaretta puzzolente alla Sartre. Vietato apparire: a meno che non si vada a teatro o a cena col tizio che conta, lì, allora, i gioielli non si contano più. Per lui le regole valgono come per Mafalda, sono buone se non le fanno gli altri. Legge “Repubblica” che vale Nietzsche (è buona sempre e non butti via niente) e ha la casa piena di libri sfogliati uno per anno. Dalle femministe più agguerrite, alle storie delle filosofie – rigorosamente cattoliche – da Neruda al poetucolo piagnone conosciuto in prima media; non ama Pasolini (è contro il Sessantotto è poi è un pederasta), né quelli che si mostrano “ambigui” che per lui vale tolleranti. Essere di sinistra significa detestare la destra, da Luigi XIV a Berlusconi, passando per Gentile, D’Annunzio e Liala. Duri e puri, ok?
L’uomo di sinistra dice di aver letto Freud e Wilhelm Reich. Grazie a lui ha capito che nella vita conta solo l’orgasmo. E difatti, il tipo di sinistra, ne ha tre di orgasmi. Diversi l’uno dall’altro… così la racconta… il primo è quello “normale” e ce l’hanno anche i ragazzi di destra (qui sono uguali, vedi?); il secondo è l’orgasmo da sciopero, meglio se organizzato a Roma perché qui l’uomo e la donna di sinistra giocano “fuori casa”, tipo Don Giovanni, e vale di più; infine l’orgasmo da senso di colpa (altrui). Su quest’ultimo c’è da ragionare. Prendete l’Italia dal 1945 in poi (uno scherzo…). Fino agli anni Novanta ha comandato la Democrazia Cristiana con qualche parentesi socialista (il socialismo/fascismo di Craxi però), poi è “nato” Berlusconi: volete dirci, una buona volta, “che fine hanno fatto i soldi del debito pubblico, quelli degli scandali e quelli regalati alla Chiesa”? Ecco, quando il tizio di sinistra sente questi discorsi, è costretto (costretto!) ad appartarsi… Che volete: non si trattiene.
Il sinistrino è appeso fra passato e futuro, ha letto Calvino e si è perso in un labirinto senza uscita. Il passato è la resistenza, anzi Resistenza coi suoi ideali da “paradiso perduto”, coi comunisti e la prospettiva di una vita migliore (chiedetelo al fratello di Pasolini però), il futuro è una civiltà semplice ed ecologica dove Heidi è un’insopportabile secchiona. E cosa “c’è dietro l’angolo”, biascica Maurizio Costanzo? Alla domanda l’uomo di sinistra va in tilt come il flipper al bar di sotto. Si scopre pasoliniano (ma come?...) e replica con la pretesa di un futuro con tanto progresso, poco sviluppo e zero consumi (il sinistrino non desidera… pretende!). Tutto qui? Tutto qui.
Avvezzo a sentenziare, mica a ragionare – “e mo che gli dico a questo?” – il tipo si accende la sigaretta, stavolta alla Camus, e piomba su Berlusconi, sul popolo-bue, sul denaro in politica, sulle veline e sull’harem dell’“imperatore”. Viso arrossato e coltello fra i denti, dopo aver citato il "mito-Veronica", l’ex-comunista se ne esce parlando di Marx e di Marcuse. E conclude in bellezza. L’uomo di sinistra è un po’ dalemiano, trova sempre una via d’uscita... ma anche prodiano (“misurato”), veltroniano (buonista), e paraculo. È il “filosofo” delle belle-parole. Sorride, calibra la risposta, è furbo e arrogantello, lotta come un sindacalista della Cgil, è colto come Lilli Gruber ed è rassicurante come Rosy Bindi. Risultato? L'universo e il suo contrario. Che genio!
Cosa vuol dire essere di sinistra? Semplice: “trovare il modo migliore per poter vivere bene, tutti, nessuno escluso”. Certo se poi replichi (tu, povero fascista), che a farci stare meglio “tutti” qualcuno ci ha già provato (al cimitero), lui ti manda letteralmente affanculo perché non capisci nulla e voti Berlusconi (a ridaglie… ma alle ultime elezioni ho votato solo per i pensionati…). L’idealismo del tipo di sinistra non dev’essere sporcato da un povero stronzo, che ti pare, no? Chi osa mettere il bavaglio al poeta?… “Io lotto per una società migliore”: è lo slogan furbacchione del sinistrino. Male che vada ci ha provato (nel frattempo si è sistemato), bene che vada ci sono i “se” e i “ma” della storia: i revisionisti, gli Stalin della situazione, i Mao, i Pol-Pot, quelli che sono metà e metà, le intese tattiche (convergenze parallele, compromessi storici, “finiani” e via dicendo), quelli che nascono socialisti e finiscono fascisti, i massoni, l’Opus Dei e i borghesi… così passa il tempo, quello di sinistra fa carriera (tu la prendi in quel posto perché non ti sei laureato con una tesi sul “fabianesimo” o giù di lì), e scrive tanti bei libri come l’“affascinante” Toni Negri o presenzia ai convegni, alle ricorrenze o alle Woodstock di partito.  
Ah! Dimenticavo. L’uomo di sinistra sta dalla parte dei princìpi (cioè del cacio sulla pasta), ma un giorno sì l’altro pure ne fa una di troppo. Tipo? È volterriano (rispetta le idee degli altri) ma anche leniniano (e chi se ne frega della democrazia?), è contro il capitale e a favore del suo di capitale, è contro la proprietà e difende la sua di proprietà (i ricconi sono gli altri), per atteggiarsi sostiene il pessimismo dei “francofortesi” ma non il ventisette del mese se ha avuto l’aumento, crede che Cesare Pavese sia di sinistra solo perché ha lavorato per Einaudi, ed è pacifista perché le guerre le scatenano i “cattivi” cioè gli altri, gli imperialisti; chi sta dalla sua parte, invece, è sempre una vittima del capitale.
L’uomo di sinistra è l’uomo degli elenchi ordinati, dei minimi sistemi. Vive nell’Ottocento. Ai bei tempi si credeva che libri e parole bastassero a smuovere le montagne. Come l’innamorato-perso, il sinistrino crede nelle canzoni di Claudio Baglioni. Beato lui, se è in buona fede… Una prova contraria? Un prof di filosofia – socialista – dava lezioni di “etica della responsabilità”. E questo, e quello, e bla bla bla… e Kant e i filosofi greci e Berlusconi (Berlusconi è l’esempio negativo per qualsiasi genere di dottrina, dall’ermeneutica al taglio-e-cucito). L’orario delle lezioni era stabilito: dalle otto alle dieci di mattina. A che ora veniva a lezione il prof di etica? Alle dieci meno un quarto. Etica della responsabilità? Suvvia dopotutto bastava soltanto un quarto-d’ora… di etica. E poi, uno decide di buttarsi a destra (è ironico). Almeno lì è difficile trovare i moralisti. M-o-r-a-l-e? Beh, lì siamo ancora allo stato di natura, ognuno per se stesso. E anche Dio.
Maia

martedì 16 novembre 2010

Carlo Verdone? È lui il sismografo

Domani Carlo Verdone spegnerà sessanta candeline e probabilmente penserà ai primissimi anni di una carriera che ha segnato il nostro cinema dagli anni Ottanta in poi (e con esso parte dei nostri umori); una carriera come poche, nonostante la crisi di lungo corso del mondo dello spettacolo (crisi che ha sempre escluso il mondo della tv, anzi causata da questo). Finiti i tempi nei quali un personaggio come Totò era considerato un attore di serie B, ma finiti anche i tempi dei grandi narratori di vizi e virtù degli italiani – come Dino Risi, come Luigi Zampa o Nanni Loy – solo raramente il nostro cinema è riuscito a trovare la strada giusta per sondare con ironia i percorsi della contemporaneità, per svelarci la nostra “vera” natura, e per rispondere con altrettanta ironia alle “classiche” domande: chi siamo e cosa vogliamo.
Dopo Alberto Sordi, “piccolo-italiano” per eccellenza è toccato a Verdone assumere il ruolo di capo-fila del genere commedia; attore e regista molto amato (ultimamente anche per la regia di Giovanni Veronesi), Verdone è autore di commedie riuscitissime, le più brillanti degli ultimi decenni almeno per quanto riguarda la prima metà di carriera compreso “Viaggi di nozze” del 1995. Fin dalle prime prove cinematografiche (“Un sacco bello “e “Bianco, rosso e Verdone”), il figlio del grande storico del cinema Mario Verdone, ha tradotto per il grande schermo una manciata di piccole storie di personaggi nati per la tivù (per la mitica “Non stop” che lanciò una straordinaria generazione di comici: Troisi, Beruschi, i Gatti di vicolo miracoli…), come il timidissimo ragazzino Leo, l’insopportabile “mister perfezione” Furio (quello che ripete fino allo sfinimento il nome della moglie “Magda!”) e il coatto Enzo. Abilità trasformistiche tipicamente televisive quelle di Verdone, ideali per una televisione che sul limitare degli anni Settanta si trasfigurava sotto l’influsso di un rinnovato linguaggio “di strada” settantasettino, abilità che però venivano presto abbandonate in funzione di storie dalla trama più complessa. Storie che ereditavano quel mix verdoniano di riso e malinconia fatto apposta per un’Italia presa nelle spire dell’arte di arrangiarsi.
Per chi è a metà strada fra i quaranta e i cinquant’anni, due pellicole come “Borotalco” e “Acqua e sapone” rappresentano dei veri e propri film culto. In Italia c’è una generazione diventata adulta con le battute dei personaggi di Verdone: da “m’imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana” pronunciata dall’imbranato Sergio Benvenuti per imitare il carismatico play boy Manuel Fantoni (un avanzo da “dolce vita”), passando per “ma tu lo sai che John Wayne era frocio?”, fino alla frequentazione del gruppo del “Vichingo a Fregene”... Erano i primi esempi di una comicità tornata a essere spensierata, ma che ricostruiva se stessa partendo dalle fondamenta di un cinema di qualità e anticipava il nuovo gusto dell’“apparire”, dalle commedie di Billy Wilder al cinema più “impegnato” di Woody Allen, una comicità attenta al dettaglio, ironica, né per spettatori distratti né per meri consumatori delle sale cinematografiche.
Ma Verdone è stato abile anche nel non voler imitare modelli che non potevano essere quelli del suo e del nostro cinema (come appunto la cerebralità di Allen o le “americhe” di Wilder). Le “eredità” verdoniane sono sempre state quelle di casa nostra, di una commedia all’italiana che pescava nella ricchezza del proprio linguaggio o tradizione e di un’Italia scaltra e miserella, forte dei tipi che “ci fanno” e che la rendono unica. Oltre ai personaggi che lui stesso ha saputo interpretare, il mondo verdoniano è legato indissolubilmente ai caratteristi, al tipo del “romano” o “romanaccio”, quello che si incontra ancora oggi al bar sotto casa, o lavora presso la portineria dello stabile di fronte. Le parti affidate a “Sora” Lella Fabrizi e Mario Brega sono gli esempi più noti di una recitazione che parte “dal basso”, dalla prosa neorealista, ma che svoltato l’angolo si è arricchita della lezione dei cicli della commedia e dell’arte comica, non ultima quella cosiddetta “volgare” degli anni Settanta. Verdone tuttavia non ha mai fatto della “comune” volgarità uno dei propri punti di forza, anzi, ha rappresentato grazie alla figura del “coatto” una maschera fra le tante, indossate dagli italiani dagli Ottanta in poi. La frase simbolo del “coatto” per eccellenza cioè del personaggio Ivano in “Viaggi di nozze” è “‘O famo strano”, che è, peraltro, un altro motto verdoniano di moda in un periodo (i Novanta), nel quale la “normalità”, quella che oggi si vorrebbe a ogni costo, era solo una fastidiosissima zavorra.
A pochi mesi dall’uscita del suo ventitreesimo film, una caratteristica stupisce più delle altre nella carriera di Verdone. È la capacità di modulare le emozioni lungo la gamma della malinconia, fino a toccare i picchi di una delicata ironia – o autoironia – da un lato, e di una ben più preoccupante nevrosi dall’altra. La poesia del periodo “medio” della produzione verdoniana (con “Compagni di scuola”, “Il bambino e il poliziotto” e “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”), è stata pienamente “superata” dai temi dei conflitti individuali e di coppia, dei disordini dell’identità e del cinismo, temi che il regista neo-sessantenne ha rappresentato nelle ultime uscite cinematografiche da dieci anni a questa parte. Un sincero grazie a Verdone e ai suoi film dunque, attraverso i quali è possibile “consultare” capitoli diversi dei nostri anni più caldi. Dopotutto, anche questo è un gran merito del regista romano, che iniziò giusto trent’anni fa come allievo del “padrino” Sergio Leone.
Maia

Memoria di Akira Kurosawa

Akira Kurosawa è stato un uomo di cinema molto colto, uno di quelli che si è ispirato ai geni della letteratura di sempre come William Shakespeare e Fedor Dostoevskij e che a sua volta ha fornito spunti a non finire a chi è venuto dopo o insieme a lui. Dal Sergio Leone di Per un pugno di dollari al western americano dei Magnifici sette fino al George Lucas della saga di Guerre stellari, ed è stato probabilmente – per i temi trattati nei film – una della miglior “cerniere” fra Oriente e Occidente che si ricordino.
È giusto allora parlare di lui perché il cinema internazionale non sarebbe stato quello che è stato senza la sue abilità narrative, colme ora di trasognate apparizioni ora di crudissimo e sanguinario realismo. Ma il regista della Sfida del Samurai – il film al quale si ispirò Leone, con Toshiro Mifune nel ruolo che qualche anno dopo sarà di Clint Eastwood – non ha saputo rinunciare né al racconto “caotico” del mito medioevale – divulgato con un’abilità poco riconosciuta fra le mura di casa – né alle tecniche o alle citazioni di tipo squisitamente teatrale. Kurosawa è stato anche un maestro dell’epica contemporanea abbinata, col massimo dell’abilità, a un pessimismo senz’alcuna macchia di retorica. Run lavoro del 1985 – uno dei suoi ultimi film – liberamente ispirato a Re Lear di Shakesperare, finisce con parole che sanno di condanna senza appello per il genere umano: in un Giappone infernale nella materia e nella sostanza, non sembra esserci spazio per uomini e donne di “buona volontà”, bensì per esseri umani stupidi e violenti che vivono o sopravvivono assassinando i loro simili e sperano nella vendetta e nel dolore. I “buoni” e i leali non vengono creduti e l’unica regola che vale è la sottomissione dello sconfitto al più forte e al vincitore. In tutto questo l’onore dei soldati è un limite solo parzialmente valicabile dalla brutalità della guerra e dalla brama di potere. Una lezione.
Nato a Tokio cento anni fa, educato rigidamente e sensibilissimo alle arti e alla pittura (per un po’ illustrerà anche romanzi rosa e libri di cucina), Kurosawa si avvicina al cinema grazia la fratello maggiore Heigo. Debutta come regista nel 1943 con Sugata Sanshiro una originalissima storia sullo judo, e va avanti quasi con un film l’anno fino alla metà degli anni Sessanta, inizialmente attratto da tematiche sociali poi anche da temi basati sulla valorizzazione dell’individuo con tanto di sconfitte, emozioni ed eterne illusioni. Dal ’70 in poi girerà poche altre pellicole, fino al 1993 anno di Madadayo – Il compleanno, ultima fatica prima di scomparire quasi novantenne nel 1998. Freddo (forse solo apparentemente) e pignolo fino alla ricerca della perfezione (celebri le sue lunghissime riprese, con un rapporto di dieci metri di pellicola girata per poterne utilizzare e conservare soltanto una), “Tenno” Kurosawa – Kurosawa l’Imperatore questo il suo soprannome – ha donato agli occidentali alcune perle di una cultura, quella orientale, che col trascorrere degli anni è apparsa sempre meno lontana dal nostro sentire, divenendo così soprattutto da noi, lui nobile discendente di una famiglia di Samurai, un artista “di casa.” Il regista di Tokio è stato definito il meno giapponese dei cineasti del Sol levante anche se pare non abbia mai particolarmente gradito le interpretazioni di “natura occidentale” dei suoi film.
Del 1951 è per esempio uno dei primi capolavori di Kurosawa uno dei simboli riconosciuti del cinema orientale Rashomon (col grande Mifune per molti anni quasi un suo alter ego, nel ruolo di un brigante da strada) che vincerà il Leone d’oro a Venezia e poi l’Oscar come miglior film straniero. È la pellicola che rivelerà alla cinematografia internazionale non solo un grande maestro ma anche l’intero cinema giapponese. Un colpo di scena irripetibile. Memorabile il suo “testa a testa” al Festival della Laguna con Un tram che si chiama desiderio di Elia Kazan, forse più amato dagli stessi “addetti ai lavori” a giudicare da queste poche righe apparse sull’Europeo all’indomani della proclamazione dei vincitori, a firma Gian Gaspare Napolitano membro della giuria: «Rashomon ha questo di buono, che pur trattando un argomento scabroso come il duello mortale in un bosco fra un samurai e un brigate da strada in vista del possesso di una donna, lo stile del racconto è tale che il film si contempla senza inquietudine». Al film di Kazan con Marlon Brando andrà il premio speciale della giuria.
Nel 1954 esce il notissimo e imitatissimo I Sette Samurai (ancora con Mifune), considerato uno degli spaccati più “fedeli” del Giappone del periodo delle guerre civili. Nel ’57 Kurosawa concluderà Il trono di sangue che si ispira invece a un Macbeth, ancora Shakespeare, trasferito nel ‘500, e nel ’75 Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, finanziato dall’Urss, storia di un’amicizia e di un cacciatore solitario – un mongolo della tundra – che non resiste alla cosiddetta civiltà e sceglie di vivere e poi morire nel suo ambiente naturale cioè la taiga siberiana. Il film vinse sia al Festival di Mosca sia, ancora, alla notte degli Oscar hollywoodiani, ed è fondamentale nella biografia del regista nipponico perché segna il ritorno al successo dopo la delusione del film del ’70 (Dodes’ka den), di seguito alla quale – come un vero guerriero che cerca di salvaguardare l’onore perduto – il nostro aveva perfino tentato il suicidio.
Non finisce qui. Anzi. Nell’80 esce Kagemusha, l’ombra del guerriero con cui Kurosawa tornerà a trattare uno degli argomenti prediletti, il Giappone delle tradizioni; negli anni Novanta infine Sogni (una pellicola formata da episodi diversi, a testimoniare anche la varietà di temi e interessi del tokyoto) e Rapsodia in agosto grazie ai quali si riaccendono i toni antimilitaristi e pacifisti di “Tenno” Kurosawa. Si tratta dei due film coi quali il pubblico più giovane ricorderà per sempre la grande poesia – e lo sguardo antiprogressista – dell’Imperatore; l’omaggio a Vincent Van Gogh interpretat
o da Martin Scorsese e il Richard Gere coprotagonista della pellicola dedicata al ricordo della bomba atomica su Nagasaki. Con lucidità, destrezza e fantasia Kurosawa ha cercato di raccontare la storia dell’orrore della guerra atomica dalla parte degli sconfitti, degli adulti sempre meno numerosi e dei bambini, ai quali è destinata la cura della memoria. Quella memoria che insieme all’"essere umano" – in cento luoghi diversi ove positivo e negativo riescono perfino a confondersi – è stata la protagonista della carriera cinematografica di uno degli artisti più imitati della seconda metà del XX secolo.
Maia