lunedì 29 novembre 2010

Anche Conan Doyle si fece infinocchiare?

Ricordiamo Arthur Conan Doyle, il “papà” di Sherlock Holmes l’investigatore di Baker Street 221b, a poco più di ottant’anni dalla morte. E lo ricordiamo, sulla scorta di Edgar Allan Poe, come l’inventore di un genere o sottogenere letterario (il giallo deduttivo), ma anche come un signore un po’ faustiano, dagli innumerevoli interessi e con un’esistenza piena, trascorsa a cavallo di due secoli – XIX e XX – nei quali le concrete possibilità di operare per il miglioramento e il bene dell’umanità furono pari alle fantasie e agli “idealismi” d’ogni qualità e tipo. Nei quali osservazione scientifica e invenzione vera e propria camminarono a braccetto, e gli uomini che seppero farsi carico di esperienze “attuali” e “diseguali”, dandosi ad opere di diversa natura, furono considerati perfino i migliori. Anticonformista e coraggioso (abbandonò il cattolicesimo di famiglia e ne pagò le conseguenze), Doyle amava lo scontro giornalistico e le battaglie perdute (celebre il suo schierarsi a favore dello spiritismo, a quel tempo però di gran moda) e amava i viaggi per mare (un po’ come Jack London); per qualche tempo fece il medico sui battelli che dall’Inghilterra volgevano verso l’Africa, poi divenne anche corrispondente durante la guerra Anglo-Boera e il primo conflitto mondiale.
Chi sono i Conan Doyle di oggi? Forse sarebbe più appropriato chiedersi però chi sono e cosa fanno gli Sherlock Holmes di oggi, giacché il detective che rivolge all’amico e “narratore”, dottor Watson, la celebre frase: “Elementare Watson!” (mai prevista tuttavia dall’autore), ha di gran lunga superato la fama del proprio “rivale” e inventore. Holmes è stato più volte personaggio televisivo e cinematografico, fino a qualche mese fa era di nuovo sul grande schermo col volto di Robert Downey jr., e poi come tutti i grandi personaggi anche un cartone animato. A lui, ai suoi modi soprattutto, si sono ispirati decine e decine di personaggi veri (da Isaac Asimov al presidente Usa F. D. Roosevelt) e inventati (dagli investigatori d’ogni genere al protagonista del “Nome della Rosa” di Umberto Eco fino all’ineffabile Dr. House della serie popolare televisiva). Doyle immaginò infatti il personaggio-principe della sua vastissima produzione letteraria (noto anche per la pipa e il “deerstalker” in testa – anche queste tuttavia invenzioni successive), nei lunghi momenti di inattività a Southsea, dove aveva aperto uno studio medico. Come i personaggi dei libri più celebri di Doyle, Holmes non fu completamente inventato, ma ispirato a una persona realmente conosciuta, cioè a uno dei “padri” della medicina legale: il dottor Joseph Bell. Uomo certamente assai singolare, ecco come viene introdotto Holmes, nella raccolta di racconti Le avventure di Sherlock Holmes (Newton, introduzione di G. Bonura): «È il miglior investigatore che esista, pensate che a lui si rivolge perfino la polizia per risolvere casi intricatissimi. Ha una grande passione per tutto ciò che è bizzarro e fuori del comune, comprese le sperimentazioni con provette e alambicchi vari. Le sue deduzioni, poi, fanno invidia ai più grandi indovini del mondo; dalla semplice osservazione dell’unghia di un pollice, di un laccio di scarpe, egli è capace di dire cosa fa una persona, da dove viene, ed eventualmente se ha commesso un crimine!».
Il primo volume su Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, esce nel 1887, ad esso come sanno gli appassionati del giallo-poliziesco ne seguiranno molti altri (in tutto: quattro romanzi, e più di cinquanta racconti), così tanti però – e così richiesti – che lo stesso autore finirà per odiarli tutti. Particolare non noto del carattere di Doyle era infatti il gusto non per il poliziesco, quanto per il romanzo d’avventure, il soprannaturale, il terrore, il mistero e la fantascienza (su tutti: Il mondo perduto del 1912, più e più volte trasposto al cinema, appartenete al ciclo dedicato al professor Challenger) e poi per lo spiritismo, argomento scelto da Doyle per un saggio nel 1926 (Storia dello spiritismo) che gli procurò decine di critiche provenienti dalla sponda dei dubbiosi. Nessuno riusciva a capirci granché. Lo scienziato che aveva “prestato” all’investigatore Holmes tutta la propria disposizione alla “logica”, come poteva dedicarsi adesso a un esercizio così poco “logico” come lo spiritualismo? Chi poteva credere che il medico di Edimburgo fosse insomma un povero “credulone”?
Le sfaccettature della personalità “novecentesca” del romanziere scozzese (che non era certo il primo e non sarà certo l’ultimo a cadere in certe “contraddizioni”), sempre e comunque volto alla ricerca di una possibile “verità”, furono così davvero tante. Il cieco amore di Sir Conan Doyle verso lo spiritismo fu anche causa della fine di una singolare e competitiva amicizia: quella fra lo stesso medico-scrittore e Harry Houdini il grande illusionista nativo ungherese, che era più che avverso alle attività dei medium. A testimoniare dell’importanza assunta dalla ricerca spiritualista, Doyle ebbe anche diversi contatti con la “Golden Dawn” il misterioso ordine occultista londinese di fine Ottocento di cui fu parte il mago altrettanto noto Aleister Crowley.
Appassionato di sport (non si fece mancare nulla), Doyle fu testimone oculare di uno degli eventi più singolari dello sport italiano di sempre. Alle olimpiadi di Londra nel 1908, il piccolo atleta Dorando Pietri, vincitore ma solo “morale” della maratona di quell’olimpiade, venne aiutato negli ultimi metri della gara dall’addetto al megafono – venne cioè sorretto fino all’arrivo – e subì una scioccante squalifica. Doyle presente in tribuna perché inviato dal Daily Mail si schierò da subito dalla parte del nostro Pietri (una decisione dei giudici, secondo lui, non avrebbe mai potuto cancellare una vittoria) e organizzò anche una colletta per lo sfortunato atleta emiliano. Per anni si pensò che fosse stato lo stesso scrittore a spingere Pietri verso il filo di lana; ma si trattò di una storiella adatta ai romanzieri (lo sanno bene i biografi). Molto tempo dopo, tuttavia, a distanza di dodici anni l’uno dall’altro, i due storici protagonisti delle IV olimpiadi moderne moriranno per cause abbastanza simili. A portarsi via la piccola-grande leggenda dello sport italiano e il papà di Sherlock Holmes sarà infatti un improvviso attacco di cuore.
Maia

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