martedì 16 novembre 2010

Carlo Verdone? È lui il sismografo

Domani Carlo Verdone spegnerà sessanta candeline e probabilmente penserà ai primissimi anni di una carriera che ha segnato il nostro cinema dagli anni Ottanta in poi (e con esso parte dei nostri umori); una carriera come poche, nonostante la crisi di lungo corso del mondo dello spettacolo (crisi che ha sempre escluso il mondo della tv, anzi causata da questo). Finiti i tempi nei quali un personaggio come Totò era considerato un attore di serie B, ma finiti anche i tempi dei grandi narratori di vizi e virtù degli italiani – come Dino Risi, come Luigi Zampa o Nanni Loy – solo raramente il nostro cinema è riuscito a trovare la strada giusta per sondare con ironia i percorsi della contemporaneità, per svelarci la nostra “vera” natura, e per rispondere con altrettanta ironia alle “classiche” domande: chi siamo e cosa vogliamo.
Dopo Alberto Sordi, “piccolo-italiano” per eccellenza è toccato a Verdone assumere il ruolo di capo-fila del genere commedia; attore e regista molto amato (ultimamente anche per la regia di Giovanni Veronesi), Verdone è autore di commedie riuscitissime, le più brillanti degli ultimi decenni almeno per quanto riguarda la prima metà di carriera compreso “Viaggi di nozze” del 1995. Fin dalle prime prove cinematografiche (“Un sacco bello “e “Bianco, rosso e Verdone”), il figlio del grande storico del cinema Mario Verdone, ha tradotto per il grande schermo una manciata di piccole storie di personaggi nati per la tivù (per la mitica “Non stop” che lanciò una straordinaria generazione di comici: Troisi, Beruschi, i Gatti di vicolo miracoli…), come il timidissimo ragazzino Leo, l’insopportabile “mister perfezione” Furio (quello che ripete fino allo sfinimento il nome della moglie “Magda!”) e il coatto Enzo. Abilità trasformistiche tipicamente televisive quelle di Verdone, ideali per una televisione che sul limitare degli anni Settanta si trasfigurava sotto l’influsso di un rinnovato linguaggio “di strada” settantasettino, abilità che però venivano presto abbandonate in funzione di storie dalla trama più complessa. Storie che ereditavano quel mix verdoniano di riso e malinconia fatto apposta per un’Italia presa nelle spire dell’arte di arrangiarsi.
Per chi è a metà strada fra i quaranta e i cinquant’anni, due pellicole come “Borotalco” e “Acqua e sapone” rappresentano dei veri e propri film culto. In Italia c’è una generazione diventata adulta con le battute dei personaggi di Verdone: da “m’imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana” pronunciata dall’imbranato Sergio Benvenuti per imitare il carismatico play boy Manuel Fantoni (un avanzo da “dolce vita”), passando per “ma tu lo sai che John Wayne era frocio?”, fino alla frequentazione del gruppo del “Vichingo a Fregene”... Erano i primi esempi di una comicità tornata a essere spensierata, ma che ricostruiva se stessa partendo dalle fondamenta di un cinema di qualità e anticipava il nuovo gusto dell’“apparire”, dalle commedie di Billy Wilder al cinema più “impegnato” di Woody Allen, una comicità attenta al dettaglio, ironica, né per spettatori distratti né per meri consumatori delle sale cinematografiche.
Ma Verdone è stato abile anche nel non voler imitare modelli che non potevano essere quelli del suo e del nostro cinema (come appunto la cerebralità di Allen o le “americhe” di Wilder). Le “eredità” verdoniane sono sempre state quelle di casa nostra, di una commedia all’italiana che pescava nella ricchezza del proprio linguaggio o tradizione e di un’Italia scaltra e miserella, forte dei tipi che “ci fanno” e che la rendono unica. Oltre ai personaggi che lui stesso ha saputo interpretare, il mondo verdoniano è legato indissolubilmente ai caratteristi, al tipo del “romano” o “romanaccio”, quello che si incontra ancora oggi al bar sotto casa, o lavora presso la portineria dello stabile di fronte. Le parti affidate a “Sora” Lella Fabrizi e Mario Brega sono gli esempi più noti di una recitazione che parte “dal basso”, dalla prosa neorealista, ma che svoltato l’angolo si è arricchita della lezione dei cicli della commedia e dell’arte comica, non ultima quella cosiddetta “volgare” degli anni Settanta. Verdone tuttavia non ha mai fatto della “comune” volgarità uno dei propri punti di forza, anzi, ha rappresentato grazie alla figura del “coatto” una maschera fra le tante, indossate dagli italiani dagli Ottanta in poi. La frase simbolo del “coatto” per eccellenza cioè del personaggio Ivano in “Viaggi di nozze” è “‘O famo strano”, che è, peraltro, un altro motto verdoniano di moda in un periodo (i Novanta), nel quale la “normalità”, quella che oggi si vorrebbe a ogni costo, era solo una fastidiosissima zavorra.
A pochi mesi dall’uscita del suo ventitreesimo film, una caratteristica stupisce più delle altre nella carriera di Verdone. È la capacità di modulare le emozioni lungo la gamma della malinconia, fino a toccare i picchi di una delicata ironia – o autoironia – da un lato, e di una ben più preoccupante nevrosi dall’altra. La poesia del periodo “medio” della produzione verdoniana (con “Compagni di scuola”, “Il bambino e il poliziotto” e “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”), è stata pienamente “superata” dai temi dei conflitti individuali e di coppia, dei disordini dell’identità e del cinismo, temi che il regista neo-sessantenne ha rappresentato nelle ultime uscite cinematografiche da dieci anni a questa parte. Un sincero grazie a Verdone e ai suoi film dunque, attraverso i quali è possibile “consultare” capitoli diversi dei nostri anni più caldi. Dopotutto, anche questo è un gran merito del regista romano, che iniziò giusto trent’anni fa come allievo del “padrino” Sergio Leone.
Maia

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