lunedì 8 novembre 2010

Ciao, Joan... (ma i giovani non sanno neppure chi sia)

E adesso? Adesso che l’11 ottobre scorso è morta? Adesso che Joan Sutherland non c’è più? Chissà. Intendiamoci: per gli appassionati era una Meryl Streep dell’opera lirica (record di nomination agli Oscar). Grande, anzi indiscutibile, anche quando non era perfetta (ma come tutti i fuoriclasse, i difetti erano tutt’uno con tecnica e personalità); da lei ti aspettavi sempre qualcosa di più di una “normale” interpretazione: arte pura, non semplice mestiere e soprattutto emozioni, malgrado quella freddezza un po’, come dire, in stile-anglosassone.
A Catania, terra di Vincenzo Bellini – la Sutherland è stata un’ottima belliniana – gli appassionati di lungo corso dicevano di lei che fosse una musicista impeccabile, ma come “recitazione” lasciasse un po’ a desiderare (eufemismo). “Recitazione” come arte della parola e come condotta di scena. Colpa di una dizione che la cantante non riuscì mai a correggere, e per chi provò a vederla colpa anche di un fisico non proprio da Biancaneve e di un “temperamento” non maritabile a quello mediterraneo di Maria Callas, a quello della “madre” di ogni cantante-donna. Adesso, basterebbe una semplice occhiata su Youtube (gradevole sì, ma imponente)... Colpa infine dello strano virus che si chiama “perfezionismo” che attacca il pubblico delle grandi e celebri città d’arte.


 Tu dicevi, comunque: qui c’è la Sutherland? E allora andava bene per forza. Lucia di Lammermoor, Sonnambula e quel Rossini che lei aveva reinventato insieme all’altra grande “belcantista” che è Marilyn Horne. Nata a Sidney nel lontano 1926 – di nove anni più anziana rispetto a Luciano Pavarotti col quale formò una coppia in disco fra le più celebri – Joan Sutherland ha rappresentato, nel nostro secolo, uno degli anelli di congiunzione fra vecchio e nuovo. Fu Clotilde nella Norma della Callas nel 1952 e traghettatrice dell’opera verso le “sponde vocali” dell’era moderna (parliamo di una generazione di cantanti-donne comprendente la Caballé, che oggi in epoca di “cantanti-miss” sarebbe difficilmente proponibile). Ma la Sutherland è stata soprattutto l’Ottocento un secolo dopo. Fra rivoluzioni del gusto, e approcci filologici d’ogni varietà e genere, è riuscita a far rivivere canto e stile tipicamente ottocenteschi. Quando le cantanti scoprivano e riscoprivano cadenze e variazioni da prime donne “assolute”. Quando erano le dive della loro epoca, come Meryl Streep, appunto.
 La carriera della Sutherland è agevolata dal matrimonio, artistico e non solo, con Richard Bonynge (uniti dal 1954), maestro di canto, pianista e direttore d’orchestra dal fine udito. Emerito consigliere (suggerisce i ruoli giusti, meno “pesanti”), spalla della moglie-soprano e gran “regista” di trilli e mi-bemolle sovracuti. Attenzione, però, alle semplificazioni amiche dell’assurdo – lo diciamo per chi non si muovesse con competenza. Marito o non-marito, Joan Sutherland possiede uno strumento vocale sorprendente. Basta leggere l’articolo che Paolo Isotta ha dedicato alla “Stupenda” (questo il soprannome più celebre), per comprendere quel che l’opera ha perso, con la scomparsa dell’usignolo australiano. Basta confrontare quest’articolo del 12 ottobre - sul Corsera – con quello scritto dopo la morte di Pavarotti nel 2007, per capire quanto più importante sia stato il ruolo della Sutherland (parliamo di valore artistico e non solo d’immagine), rispetto a quello del collega modenese.
Così l’attacco, senza fraintendimenti: «Dame Joan Sutherland è stata una delle più grandi cantanti del Novecento ma possiamo dire di tutti i tempi. Ella era l’emblema di uno stile, inconfondibile, assolutamente suo, nel quale confluivano la qualità della voce e la tecnica, ambedue eccezionali». Coloratura, virtuosismo, agilità, e poi ancora: volume ed estensione. Tutte caratteristiche di una voce, astratte e in positivo, che sostenevano un solo organo vocale: quello di Joan appunto, dama dell’impero britannico. Quasi (quasi) una Callas, meno espressiva, meno drammatica, ma più agile. Meno umana e quasi “meccanica”. Meno graffiante e regale, a volte. Meno diva, ma profondamente sincera. Fino a trent’anni e passa canta un po’ di tutto (da Wagner al Rigoletto), poi il successo nell’Alcina e, nel 1959, una Lucia a Londra col grande Tullio Serafin (quanti cantanti dovevano un “grazie” al maestro veneto?). La vera carriera internazionale inizia proprio lì e in quel momento.
In quarantatré anni (dal 1947 al 1990) interpreta circa sessanta ruoli (non moltissimi, in verità), parecchie le riscoperte, musica sacra e la Nona sinfonia di Beethoven. Canta Bellini (Norma, Beatrice di Tenda, Sonnambula, Puritani), Donizetti (Lucia, Anna Bolena, Lucrezia Borgia, Figlia del reggimento, Elisir d’amore), Rossini (Semiramide), Verdi (Rigoletto, Traviata, registrata due volte: nel ’62 e nel ‘79, Trovatore, Aida, Otello), Puccini (Suor Angelica, Tabarro, Turandot), Mozart (Don Giovanni, Flauto magico) e tanto altro: dal Settecento di Haendel (Alcina) e Bononcini (Griselda) al Novecento di Franco Leoni e Cilea, passando per Bizet, Meyerbeer, Weber e Johann Strauss. E canta come poche. Critiche? Tante, ma guai a intaccare le sue qualità adamantine. È la “numero uno”, niente da dire. Col passare del tempo, delle crisi e dei mutamenti nel gusto, Sutherland e i colleghi di una stessa generazione, vestono gli abiti da “gran sacerdoti”. Incontrastabili. Iniziò prendendo lezioni dalla madre, finirà come “voce del secolo”, promossa dall’amico Pavarotti. Questa sì che è una carriera. In mezzo le registrazioni in studio più famose dell’era moderna, dopo quelle della Callas e dei mostri del bel-tempo-che-fu, naturalmente. Traviata con Carlo Bergonzi, Carmen con Del Monaco e Schippers sul podio, Turandot e Norma con la Caballè, e poi tanto Pavarotti e la Horne, altra partner formidabile. “Gettonatissimi” i recital: con quello del 1960 (“The Art of the prima donna”) vinse perfino un Grammy, sul podio un direttore quasi dimenticato: Francesco Molinari Pradelli. Poi sarà solo Bonynge.
Morta la “Stupenda” finisce un’era: «…si chiude un’era splendida del belcanto», secondo Angelo Folletto di Repubblica; ed «è un giorno fosco» per Isotta, fosco per la musica e per chi ha legato la propria giovinezza «all’arte di Lei». Altri nomi da fare: Giuseppe Di Stefano, Franco Corelli, Birgit Nilsson, Cesare Siepi, e poi i direttori: Leonard Bernstein, George Solti e Gianandrea Gavazzeni. Quanti ricordi annodati a capacità artistiche fuori dal comune. Con la loro morte, tanti piccoli lumi si sono spenti. Nel buio dei teatri d’opera restano oramai solo pochissime voci.
Maia

 

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