martedì 9 novembre 2010

Ernst Juenger. L'operaio

Der Arbeiter di Ernst Jünger è un’opera «totale». Si tratta ovviamente di specificarne i contenuti. Partiremo da questa considerazione: non si tratta di un’opera che fa Storia, tantomeno di un’opera che vuole diventare Storia. Al riguardo, la prefazione di Principe all’edizione italiana, rende bene l’idea circa la «metastoricità» del trattato jüngeriano (il noto musicologo rende chiare intenzioni dell’autore e fine del’opera). Diremmo che tale trasferimento di posizione si riscontra, nella sua portata costitutiva, nel lessico jüngeriano: Die Arbeit, Der Arbeiter, Die Gestalt, Macht... assumono, per l’uomo di Heidelberg, significati del tutto peculiari tanto da renderne difficile la piena comprensione. L’intera opera è divisa in due parti. Nella prima, dopo una feroce critica rivolta alla Zeitalter des dritten Standes als ein Zeitalter der Scheinherrschaft, Jünger descrive la figura dell’operaio (lavoratore o «milite del lavoro» secondo Cantimori), il realismo eroico, la teoria della forma, il rapporto dell’operaio con le forze elementari e l’Arbeitswelt. Nella seconda parte introduce il discorso sulla tecnica e sull’Arbeitsstaat.
Il problema dell’età borghese, dell’Herrschaft nel suo tempo, viene affrontato dall’autore sia in termini nazionalistici che possono ricordare Spengler (Die Herrschaft des dritten Standes hat in Deutschland nie jenen innersten Kern zu berühren vermocht, der den Reichtum, die Macht und die Fülle eines Lebens bestimmt.) sia in termini di rapporto con le forze elementari, la «pericolosità del vivere», che il borghese tende a disconoscere o a fare propria per neutralizzare forze e impulsi che non distingue. Dice Jünger: l’operaio non è «stato», esso non è in rapporto dialettico con la borghesia, e la diversità che viene intesa, dai più, nei termini di «classe», risiede proprio nel rapporto con le forze elementari. Le qualità dell’operaio non sono, conseguentemente, qualità di tipo economico. Queste ultime, derivate dalla mentalità borghese, non rappresentano il fine in assoluto, bensì soltanto prerogative del «terzo stato». Le capacità dell’operaio devono condurre a una «rivendicazione di potere di più ampio respiro» : sarà l’energia del guerriero a fornire alla forma dell’operaio le possibilità per rendere «più aspri» gli scontri all’interno di una società ove vige la dittatura dell’economico.
«Lo sforzo compiuto dal borghese per chiudere lo spazio all’irruzione di ciò che è elementare è l’espressione di una brama di sicurezza...», il borghese secondo Jünger, ha sempre vissuto cercando in ogni situazione e in ogni modo, la difesa, e in virtù di una ragione posta al di sopra di ogni azione ha ricondotto all’idea di pericolo evitabile qualunque fatto che oltrepassasse i confini della propria razionalità. D’altro canto anche nei confronti del romanticismo, la posizione jüngeriana è, adesso, più rigida. «Per noi è importante sapere che il meraviglioso, inteso nel senso di un’amorosa e quasi magica evocazione del suono di campane medievali o del profumo di fiori esotici, è lo stratagemma di chi è sconfitto», si legge nell’Arbeiter, ed ancora: «Il romantico tenta d’istituire il sistema di valori di una vita elementare, la cui validità egli intuisce senza però far parte di quel sistema. Di conseguenza, inganno o delusione sono inevitabili. Egli riconosce l’incompiutezza del mondo borghese, al quale però egli non sa contrapporre altro mezzo se non la fuga.». Nelle parole che manifestano la compiuta lontananza nei confronti di un sentimento romantico, è facile scoprire accenti di autocritica, per un passato consumato tra i percorsi delle crisi.
 «[...] Il cuore avventuroso, dopo aver vanamente tentato di fuggire, riconosce la forza della necessità e vi si sottomette, malgrado le sofferenze che questa impone»; così Decombis introduce il capitolo III della parte II del suo lavoro su Jünger, dedicato al realismo eroico. Nondimeno, la sottomissione «necessaria» alla realtà dev’essere specificata poiché Jünger la interpreta in maniera  del tutto particolare: la società borghese non è accettabile, anzi dev’essere rovesciata, al contrario ciò che va accettato è l’ordine instaurato dalla tecnica (prolungamento dell’ordine naturale). Di notevole importanza appare così il corollario secondo cui la civiltà borghese e il progresso tecnico sono due fenomeni disgiungibili e il secondo dei due non è causa “necessaria” del primo. Se la tecnica è «costretta» giocoforza a sottostare alle «regole della società» è possibile, ci si domanda, «invertire» il rapporto tra tecnica e società in modo tale che la prima risulti «data» e la seconda (da Jünger rigettata) modificata fin dalle fondamenta? È possibile, ancora, non «muovere» dalla fredda critica alla industrializzazione e alla modernità, bensì dall’accettazione di questa come terreno di dominio per un nuovo tipo umano? Empiricamente constatabile nelle sue componenti, la modernità, non potrà fare a meno di un «realismo» che presupponga il «porsi alla testa dell’evoluzione materiale» da parte del typus, dell’operaio. Il mondo apparirà in tutta la propria scientifica semplicità, le cose considerate nella loro esclusiva funzione di oggetti senza tener più conto «né delle idee, né della passioni». La tecnica porrà su un «medesimo piano» tutte le manifestazioni dell’esistenza, un «tutto indissociabile» prenderà il posto di qualunque «tensione dialettica» (che com’è logico potrà contenere al suo interno altri contrasti ma «sempre inerenti alla realtà stessa») cosicché il reale non sarà più posto in discussione ma accettato «nella sua totalità». Ma come trascorrerà la «vita futura»? E quale ruolo avranno in essa le «difficoltà» di cui si diceva?
All’interno del saggio Über den Schmerz, Jünger esprime le proprie idee circa il ruolo del dolore nella società oggetto delle sua riflessione. Il dolore non viene considerato nell’ottica di forza negativa «classica», bensì assurge a «punto di riferimento» metafisico, a fenomeno che “mai passa”, anzi destinato (data la svolta esistenziale della guerra) a un continuo incremento. In accordo con una «piena accettazione» della realtà, agli individui viene richiesto un sacrificio (e la sofferenza è ad esso legata) per accettare «il rigore» dell’ideale affacciatosi nella modernità. Anche per questo necessitano caratteristiche – soggettive - da guerriero vero e proprio:
            -La resistenza al pericolo: che si pone come necessaria, poiché unica alternativa alla modernità; di fatto si «impone di ammettere gli avvenimenti di buon grado per evitare di finirne vittima», un atteggiamento conservatore che finisce col far accettare le condizioni di esistenza. Perché, non accettare la tecnica (naturalmente egemone) e dunque provare a trarre vantaggio dalla sua forza? Perché fuggire dinanzi ad essa, anziché vedere come la nuova razza di uomini porterà «al massimo grado le forze di cui essa avrà bisogno [...] »? Si profila un periodo «di transizione» nel quale la convivenza col pericolo sarà la massima parola d’ordine.
            -Da questa convivenza è d’obbligo scaturisca «una forza di sopportazione» alla sofferenza stessa. Difatti un’eccessiva sensibilità potrebbe intaccare la capacità di resistere di ogni individuo. Un atteggiamento rude, generalmente condannato in tutto il secolo trascorso, riduce al minimo possibile ogni reazione individuale, «il separarsi da se stessi» al cospetto di una ferrea disciplina, «suppone la cancellazione della persona dinnanzi all’autorità». Qualunque sentimento viene rimosso grazie a una ferma presa di distanza, e un isolamento dal «mondo dell’emotività».
            -L’adattamento al mondo moderno, l’accettazione dell’esistenza del pericolo (invece della sua rimozione) e la capacità di affrontarlo non «da sconfitto» sì da «limitarne gli effetti», conducono a una rinuncia del «quieto vivere» e di una «pace chimerica» e attivano capacità costruttive che guidate dalla forze elementari, allontanano i pericoli di una forzata schiavitù e di un dominio della tecnica. Pericoli che non sono inscritti nella mentalità non-eroica borghese, il cui pensiero è di illimitata difesa e di rimozione della realtà esistenziale della lotta.

Il superamento delle crisi causate dalla guerra e l’accertamento delle questioni sollevate negli anni, conducono Jünger all’elaborazione di un’opera di filosofia politica nella quale la gran parte delle perplessità individuali paiono superate. Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt è appunto un saggio in sé organico, ove il trascorso e il futuro vengono collegati per mezzo di appropriati strumenti teorici, e fra questi la già citata teoria della forma. Ogni tentazione dialettica (tra idealismo e realismo) viene superata per mezzo dell’aspirazione all’azione partorita dal realismo eroico e la «semplificazione» dell’esistenza diviene, un obiettivo continuamente ricercato tra le pagine del libro. La teoria della forma è un modo di superare l’aporia tra ideale e reale; a cosa vale perdersi in teorizzazioni costruite sul limite dell’utopia? A cosa conducono le speculazioni poggianti sull’ipostasi della «volontà»? Considerare soltanto ciò che è reale, conoscibile e dunque raggiungibile, è adesso il fine di Ernst Jünger: una conoscenza «semplice» (che non ponga, ad esempio un surplus di problemi rispetto al punto di partenza) e «soddisfacente» a un tempo. Jünger ci dice allora che la forma è una realtà superiore che conferisce un senso ai fenomeni. Così: «Nella forma è racchiuso il tutto, che comprende più che non la somma delle proprie parti [...]. Dal momento in cui si entra nelle forme e se ne ha esperienza, tutto diviene forma. La forma non è quindi una nuova grandezza che dovrebbe essere scoperta in aggiunta a quelle già note, ma ad un nuovo colpo d’occhio il mondo si manifesta come teatro delle forme e delle loro reciproche relazioni.»
Lo spirito non è adatto alla comprensione: la ragione ha disgregato il mondo stesso della conoscenza, così il reale deve ritrovare la propria unità. D’altro canto, ci ricorda Decombis, la forma non è la multiforme apparenza, la realtà unica è collocata nel profondo ed è «determinata dai bisogni permanenti dell’uomo e dallo stato delle combinazioni storiche». Le diversità saranno ricondotte ad unità grazie alla negazione delle apparenze (tutte riconducibili a una «matrice» profonda) e al rigetto delle contraddizioni dello spirito. Ma c’è del resto un pericolo opposto: quello di voler «sopprimere ogni diversità» annegando questa nell’idea di un’unità che, conseguentemente, diventa difficile da stabilire, ma a ciò Jünger pensa quando ammette appunto che «la forma è ciò che racchiude più della somma delle sue parti»; immagina un organismo dotato di una dinamicità interna, che si sviluppa nella sua totalità secondo leggi proprie. La forma non è d’altro canto sottomessa all’etica; essa stessa determina ciò che è bello, vero e morale. Si tratta insomma di ricercare la forza di appartenenza di ogni cosa; scompaiono così i modelli «ideali», ed i fini «ideali» dell’uomo lasciano il posto alle azioni cariche di valore in sé e per sé (dettate in ultima analisi dalla necessità). Dunque non più «ideali universali» ma un «nuovo tipo umano».

 La forma non mostra di avere legame alcuno con la morale; ma essa si affermerà nel tempo o è da considerarsi eterna? È un problema che lo scrittore risolve ancora all’interno della propria opera «Egli considera la storia come la proiezione di una realtà che le si sottrae e che la utilizza come mezzo per manifestarsi» dunque quest’ultima non può produrre forme nuove, ma avviene esattamente il contrario, è la forma che la modifica. Da quanto detto, è chiaro come Jünger non accetti una posizione progressista ed è altrettanto chiaro come egli intenda “piegarsi” alla «ineluttabile necessità del corso degli eventi»: resistere a questi ultimi è quanto mai vano, anzi essi devono essere vissuti nella loro pienezza, poiché recheranno le insegne di una nuova era. Quale sarà, per concludere, il ruolo del filosofo nell’affermazione del «nuovo ideale»? Egli non può modificare gli eventi, ma li può preparare, soprattutto parlare agli individui che saranno i protagonisti, dovrà dunque «osservare», «descrivere» e «interpretare» i fatti della propria epoca.
 C’è un principio che possa servire da modello di comprensione ed essere altresì adatto al superamento di ogni contraddizione nei valori? Jünger trova ancora la risposta all’interno della sua opera più importante: esso è il lavoro (la forza dominante della nostra epoca); e grazie ad esso l’umanità assume una nuova figura quella, appunto, del lavoratore. Non si tratta, com’è facilmente intuibile, di un’astrazione idealista né tantomeno di un dato estrapolabile dalla mera esperienza, ma come ci ricorda Decombis, appartiene «ad una sfera superiore della realtà» quale dominatore di ogni altro valore dell’umanità. Esso non ha dunque il significato che generalmente gli viene attribuito dalle dottrine socialiste, né più in generale alcun significato economico, ma è l’espressione di un’essenza, un valore universale, non un mezzo soltanto, non un mestiere, ma un’energia che non appartiene soltanto all’uomo ma è riconoscibile anche nella natura: un processo «eterno» e «universale» e come tale al di là di ogni morale umana; la durata del lavoro non incontra soste, essa si estende per ventiquattro ore assumendo diversissimi aspetti (tra i quali anche quello del riposo).

Come definire la figura del lavoratore? Essa non appartiene a una classe e soprattutto non ha legami di continuità con i regimi storici pre e post rivoluzionari: il lavoratore non è il «quarto stato», né custodisce al proprio interno valori esclusivamente economici e ciò per timore che rimanga coinvolto nelle maglie di una rete dalle quali invece è tenuto a liberarsi. Troppo riduttiva sarebbe parsa a Jünger, la visione di un lavoratore-classe sociale, un nuovo prodotto evoluzionistico dal significato soprattutto economico subentrante alla classe borghese, nel lavoratore egli vede una «forma particolare agente secondo leggi proprie che segue una propria missione e possiede una propria libertà», un tipo a se stante, il protagonista della modernità destinato a sostituirsi all’individuo e alla comunità (figure di provenienza borghese). Grazie a un processo di uniformazione le differenze anche fisiche, andranno scomparendo, e con esse quelle generate da ogni tipo di occupazione; la comunità  è riuscita solo in parte e fino ai primi anni del secolo a rallentare lo sviluppo della tecnica e a resistere alle forze elementari; ma essa è oramai impotente di fronte alla forza sprigionatasi dalla potenza bellica. Dunque all’individuo dovrà sostituirsi il «tipo» come rappresentante di una «forma» e in tale processo l’uniformazione non sarà più subìta, cioè la massa non sarà più un agglomerato amorfo ma «un insieme composto di cellule [...]» con un propria gerarchia di quadri. La volontà dei capi sarà la volontà di tutti e quest’ultima, espressione «delle volontà particolari». L’idea jüngeriana del lavoro oltre ad eliminare le contraddizioni all’interno della società borghese darà all’uomo la libertà e la forza desiderate. La critica al liberalismo assume, in questa fase, la forma di una critica ai diritti astratti che esso pone, si tratta, in questo caso, di un’idea fondata su «base giuridica», non in armonia con l’attività dell’uomo, con la sua volontà di lavoro (che è volontà di libertà e di dominio). Il lavoratore in perfetto accordo con la «forma dominante» della propria epoca, raggiungerà la libertà come signore nel «regno del lavoro», in quanto sarà capace, come nessuno, di avvalersi della risorsa elementare.
 
Con la spiegazione del ruolo del lavoratore, arriviamo a comprendere in che modo, per Jünger, il typus sarà il protagonista del nuovo Stato. L’autore pensa a una «organizzazione planetaria», un regno dell’operaio che si instaura grazie alle forze a disposizione del lavoro (la tecnica innanzi tutto) e a una decisiva «mobilitazione totale». Ma la tecnica non è un fine, ad essa viene affidato soltanto un compito limitato, da parte di chi ha la capacità di non «porsi sotto il suo giogo»; in quanto utilizzata in modo limitato, essa non è lo strumento di un progresso indefinito, bensì un processo che si sviluppa e raggiunge nella realtà un suo punto massimo. Queste riflessioni ci aiutano a soppesare le definizioni che Jünger dà della tecnica: la tecnica è il modo in cui la forma dell’operaio mobilita il mondo; la tecnica non è lo strumento del progresso, ma un mezzo impiegato dalla forma dell’operaio per mobilitare il mondo: sono affermazioni più volte ripetute all’interno dell’opera di cui si tratta. La tecnica dunque trasmette al mondo degli uomini e delle cose un forte impulso e, insieme a questo, le proprie leggi di uniformità. Un doppio nodo legherà, allora, tecnica e dominio della forza: la conquista dello spazio totale da parte della tecnica permetterà il dominio, ma solo questo dominio sarà in grado di «tenere a bada» la tecnica. Tipo e tecnica saranno in definitiva due forze parallele ed eminentemente universali. Conseguentemente è previsto che un nuovo tipo di Stato sostituisca le democrazie ottocentesche. Si tratta di un «nuovo tipo di unità politica» che da una fase propriamente rivoluzionaria, una fase di transizione e per ciò stesso anarchica, porterà alla fase «statica e positiva della sovranità universale dell’operaio», sino al compimento di una «aristocratica anarchia», forma di cui parla Principe ancora nella prefazione all’edizione italiana di Der Arbeiter. In questo senso, allora, le due ideologie nazionalismo e socialismo, possono avere una funzione «preparatoria», laddove veicolano un’idea di libertà per, da opporsi alla tipica libertà da, tramandata dagli istituti liberali.
Ma consideriamo ancora un’ultima questione. Dove collocare le idee politiche espresse da Ernst Jünger nella sua opera più coraggiosa, tenuto conto che l’ingresso nell’archivio ideologico del pensiero politico, presuppone una determinata colorazione? Il problema non è (e non è mai stato) di lieve entità. La nostra idea è che la «metastoricità» del saggio vada di pari passo con la sua «apartiticità». L’eclettismo che mai offende il fascinosissimo stile, le capacità di impostazione del grande letterato e la riconosciuta onestà intellettuale dell’autore, fanno di quest’opera del 1932, un testo di argomentazione politica per nulla aggressivo, oltreché, per gli aspetti che più riguardano il «ruolo» della tecnica, un saggio lungimirante. Del resto, tra i pochi intellettuali che ben recepirono, il messaggio jüngeriano relativo alla forma dell’operaio, non andrebbe dimenticato Ernst Niekisch, esponente del nazionalbolscevismo, arrestato nel 1937 dai nazionalsocialisti. Egli capì perfettamente e da subito, come nel libro non fossero contenute argomentazioni di mera propaganda, bensì descrizioni con linguaggio non-sociologico, di una realtà vivente che l’autore vedeva scorrere dinanzi a sé in trasparenza, come le acque di un torrente non più in secca.

                                                                                                    Maia

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