domenica 14 novembre 2010

Gesù al cinema

Nel quadro delle manifestazioni collegate all’ostensione della sacra Sindone a Torino, il Museo nazionale del cinema ha proposto un itinerario iconografico all’interno delle rappresentazioni di Gesù sul grande schermo. Dal 26 marzo al 6 giugno sono state in mostra all’interno della Mole Antonelliana circa trecento opere fra fotografie, manifesti, locandine, riviste, libri e perfino dischi e album di figurine. A testimoniare, che quello cristiano – o più propriamente cristologico – è stato un soggetto diffusissimo fra i narratori in celluloide fin dagli albori del cinema, dal muto del 1906 (La vie du Christ, di Alice Guy, Francia 1906) al postmoderno (7 km da Gerusalemme, Italia 2006).
Cento anni che rappresentano un contenitore di storie evangeliche (tratte anche dagli “apocrifi”) e di culti popolari, che hanno interessato registi e sceneggiatori delle scuole e delle tradizioni più impensabili. Tutti uniti nel semplice riconoscimento della straordinarietà della figura del Cristo nato da Maria Vergine e morto per crocifissione. Umano o divino, unico il filo conduttore di questa mostra (“Ecce homo: l’immagine di Gesù nella storia del cinema”): il volto di Gesù, luminoso, scavato, contornato da lunghi capelli castano chiari, dalla barba lunga e occhi profondissimi. Forse uno dei pochi a essere sfuggito a una rappresentazione oramai storica del volto di Cristo è stato Pier Paolo Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo, 1964) col suo Gesù dal carisma “politico”.
Pasolini si avvicinò alla religione dei Vangeli come solo lui poteva fare, non svestendola dei panni di un originalissimo realismo (decorandola semmai di poetico irrazionalismo) e in anni nei quali il cattolicesimo profetizzava un ritorno alla sensibilità popolare: meno autorità e più popolo insomma. Si avvicinò con la certezza che quella di Cristo fosse la religione dei disperati, dei poveri, dunque la sua e degli uomini e delle donne che amava incorniciare attraverso le lenti della macchina da presa. Per PPP soltanto Gesù poteva aggirarsi con grave sicurezza fra le miserie di un mondo a un tempo arcaico e moderno, parlando di Dio in luoghi nei quali la parola di Dio e il Dio della parola parevano non esserci mai passati. Un Cristo nato e vissuto fra le pietre e il nulla di un qualunque Sud del mondo. Un rivoluzionario, un puro nato fra i puri, questo è il Cristo di PPP. Una guida cui chiedere consiglio e non un Dio da pregare o da portare con sé. La miseria non poteva non essere una realtà comune (ecco sì, una realtà) e dell’individuo solo con se stesso e per se stesso restava il nulla. Il Vangelo di Pasolini era un’opera proiettata in anni di trasformazioni sociali, gli anni del “tutto è politica”, anni nei quali ognuno amava protestare a modo proprio. Saggio, fumetto, romanzo, film... in quel tempo le vie della protesta erano... infinite. 

PPP è uno dei tre grandi registi di casa nostra a essersi avvicinato al “re dei re”, e ricordato a Torino con locandine italiane e straniere. Roberto Rossellini è il secondo in ordine di tempo (1967), col suo Messia girato poco prima di scomparire, ove Gesù (Pier Maria Rossi) è un umano fra gli umani con misurate doti di divinità. Franco Zeffirelli è invece il terzo, e da “neo-romantico” come il grande pubblico – anche televisivo – ricorderà, disegna un Gesù affatto spiritualizzato e dotato a pieno di un carisma divino (Gesù di Nazareth, 1977).
I modi per rappresentare la figura più importante della storia della nostra parte di mondo sono molti, ed è nota l’esistenza di autori che hanno cercato approcci del tutto personali al limite della provocazione (o pienamente provocatori). Martin Scorsese è uno di questi col suo L’ultima tentazione di Cristo (1988), col volto hollywoodiano di Willem Dafoe (e con David Bowie come Ponzio Pilato), e con un Cristo che si dibatte fra predestinazione, sacralità e voglia di umanità. Il criticatissimo e cattolico “ultraortodosso” Mel Gibson è un altro di questi, per certi versi opposto al primo ma forse più noto (La passione di Cristo, 2005), col suo Cristo piagato dalle sofferenze fisiche. Gibson è un regista da “ismi” – per l'ex Braveheart nulla è scontato o peggio banale – e i modi inscenati anticipano la “violenza” di un evento destinato a incidere sul destino della storia e del mondo. Ma Gesù, lo sappiamo, è stato musical (ancora negli anni Settanta: Jesus Christ Superstar, di Norman Jewison), ed è stato “comparsa” (ci si passi il termine) in numerose pellicole “minori”, da quella di Pasquale Festa Campanile, Il Ladrone (1980) con l’accoppiata Montesano-Fenech, al delicato Don Camillo – tratto ovviamente dai romanzi di Guareschi – dal Rossellini neorealista di Roma città aperta al lacrimoso Marcellino pane e vino di Vajda. Senza Cristo l’emozione del messaggio di Ingmar Bergman, soprattutto del suo capolavoro del 1957 (Il Settimo sigillo) ma anche di Luci d’Inverno sarebbe appena percepibile; mentre un “outsider” come Mickey Rourke non avrebbe mai potuto indossare i panni (gradevolissimi) di Francesco diretto da Liliana Cavani.
Il percorso della mostra della Mole è diviso in tre parti. La sala del tempio ove i curatori Silvio Alovisio, Nicoletta Pacini e Tamara Sillo, presentano anche gli oggetti più singolari dedicati all’immagine del Cristo sul grande schermo: dagli immancabili libri (su tutti quello di Dario Edoardo Viganò: Gesù e la macchina da presa, 2005), ai fumetti, dalle riviste specializzate con copertine occasionalmente dedicate a Gesù (Radiocorriere tv), agli album di figurine specificamente dedicati al Gesù di Zeffirelli. Sulle lunghe rampe che conducono lo spettatore verso la cupola , invece, il percorso narrativo di Gesù tocca i diversi momenti della vita del nazareno, dalla nascita, fino alla crocifissione, con la presenza delle locandine degli immancabili kolossal: da Ben Hur di William Wyler a Quo vadis di Mervyn LeRoy. Protagonista dell’ascesa anche Il re dei re, nelle sue due versioni, quella del 1927 diretta da Cecil B. DeMille e quella del 1961 di Nicholas Ray, il regista di Gioventù bruciata per intenderci. La terza parte della mostra è invece fuori dalla Mole, sulla cancellata adiacente. E qui ancora storiche locandine: Le Vie de Jesus di Marcel Gibaud, Resta con noi di Joseph Breen, I giardini dell’Eden di Alessandro D’Alatri e un cartone animato italo-giapponese: Gesù, un regno senza confini, di Jung Soo Yong. Infine alcune splendide foto di registi impegnati nella riprese e nella lavorazione dei film (fra tutti: Zeffirelli e Scorsese). Dalla solennità del divino alla ovvietà del lavoro dunque, perché nessuno dimentichi che (in fondo) si tratta soltanto di immagini cinematografiche.
Maia

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