lunedì 8 novembre 2010

Gli ottant'anni di Betty

Ma si può essere terribilmente sexy con una gran capoccia a forma di cuscinone e in più a ottant’anni? Sì se la tizia si chiama Betty Boop, ha le gambe, la voce e le movenze che conosciamo, è il mito dei miti dei cartoon al femminile e ha attraversato indenne guerre mondiali (la seconda), boom, contestazioni, rivoluzioni tecnologiche e di costume. Sì se, soprattutto, la tizia rimane eternamente “bambina” – dal mento in su – con sempre e solo sedici primavere sulle spalle.   
Era un agosto (immaginiamo) bollente e l’anno il 1930; l’America s’era lasciata dietro i ruggenti anni Venti fra orchestre e solisti jazz per tuffarsi nei più difficili Trenta, quando Max e Dave Fleischer mandavano sul grande schermo la (futura) donna dei sogni per ogni americano (e non solo) nato maschio. Betty Boop, la bambola parlante (e cantante) provocante e scandalosa ma anche tenera e ingenua; la bambola irreale e carnale, premurosa e maldestra, metà angioletto metà demone, “maschietta” e ironica, che avrebbe turbato il riposo degli spettatori nel periodo della crisi e per più di 120 volte (tanti furono all’epoca i cartoni prodotti e realizzati dai fratelli Fleischer). Attraverso il gioco delle immagini, nella filosofia stessa del cartoon e grazie alla delicata ragazzina dai capelli corti, si incontravano due mondi: quello adolescenziale, con le sue ingenuità, e quello formato dagli adulti, con le ordinarie “certezze”. Ma come nelle “fiabe” esemplari – e le storielle di Betty Boop erano anche delicatamente macabre – le continue invasioni di campo dall’uno all’altro dei due “settori” avrebbero creato un mix di “verità”, destinato a fondersi in un punto di vista (unico), accompagnato dai fotogrammi di una donnina pressoché nuda: la carica erotica della protagonista come qualità inalienabile e come risultato “vincente”. Che Betty fosse e sia attraente, malgrado attorno a lei giri anche un mondo di e per bambini – il mondo al quale appartiene – è tutto quello che possiamo dire. Il resto è sovrastruttura borghese chioserebbe il “saggio”.

Un personaggio “vivo” come Betty Boop – impossibile da comprenderne a fondo l’“autenticità” – l’avremmo trovato solo nella Marilyn Monroe in carne e ossa del periodo d’oro. Non per niente un filo sottile lega le due bombe sexy nate a quattro anni l’una dall’altra (la Monroe era del 1926), un filo attorno al quale sono state avvolte le note della celeberrima “I wanna be loved by you” composta nel 1928 per il musical “Good boy”. La canzone è nota soprattutto per l’interpretazione data dalla diva biondo-platino nel film di Billy Wilder “A qualcuno piace caldo”, ma il brano che contiene il celeberrimo sexy-balbettio “boop-boop-a-doop” era stato portato al successo dalla cantante Helen Kane (negli anni Venti nota proprio come la ragazza “boop-boop-a-doop” e come Betty di cultura “flappers” cioè imprevedibile e anticonformista), che era stato il personaggio attorno al quale i Fleischer – e in particolare il loro addetto all’animazione Grim Natwick – avevano modellato in modo caricaturale la nostra Beppy Boop (che inizialmente mostrava perfino un bel paio di orecchie tipicamente canine). Un modello così a regola d’arte che un giorno la Kane avrebbe chiesto perfino 250mila dollari di “rimborso” agli Studios Fleischer per “appropriazione indebita”; il giudice però avrebbe finito per dare ragione alla casa di produzione vicina alla Paramount: neanche la Kane poteva considerarsi modello autentico dello stile “Boop” insomma. Betty era la tipica “astrazione” da cartoon, il miglior “prodotto” che si potesse immaginare (detta così è un po’ brutale, ma rende l’idea), una sorta di mostro di Frankenstein al contrario... altro che pezzi di cadavere ci eran voluti per fabbricare testa, anima e corpo della ragazzina che nel 1933 avrebbe danzato nientemeno che con mister Braccio di Ferro: il corpo di Mae West, una Betty Grable, la futura pin-up girl, per il carattere e la Kane e Clara Bow per il volto. Scusate se è poco.
 
Qualche titolo fra i cartoon più belli di Betty Boop vogliamo anche ricordarlo, nonostante si tratti di cartoni animati visti e rivisti (dopo l’era delle tv commerciali adesso è arrivata quella di youtube): da “Mask a raid” del ‘31, al “piccolo horror” “Minnie the Moocher” del ’32 con la celebre colonna sonora di Cab Calloway, da “M .D.” ancora del ’32 a “Ha! Ha! Ha!” del ’34 con splendidi effetti sonori e raffinatissime trovate filmiche, (qui siamo a metà fra il cartoon e le tradizionali riprese in esterno); tutti brevi filmati di 6 -7 minuti circa dalla trama strampalata ma dai contenuti tecnici assai ricercati. L’avventura di Betty si concluderà – ma solo parzialmente – nel 1939 anche a causa della censura Usa che mal sopporta la ragazzina tutto-pepe con giarrettiera in mostra. I vestiti della protagonista saranno destinati a mutare come del resto i suoi modi di fare. Da donnina provocante Betty si trasformerà in perfetta donnina di casa. Altri personaggi l’affiancheranno: dal cagnolino Bimbo, umanizzato a seconda dei casi, al clown Koko fino al “vecchietto” Grumpy che avrà lo “scopo” di vivacizzare un cartone che già al giro di boa dei Trenta – nel ’34 sarà anche fumetto ma con scarso successo - si avvierà verso un prevedibile declino. La cinematografia animata si andava frattanto tingendo dei colori e delle morali della potentissima Disney. In America il ciclone-Betty sarà comunque destinato a tornare in auge. Prima nei Cinquanta col boom della Tv, poi con i consueti show celebrativi. Poi nei Sessanta e nei Settanta la monella dagli occhi un po’ tristi tornerà sulla bocca di molti. Lo sarà soprattutto fra coloro che amano le esperienze psichedeliche, i figli dei fiori, il loro amore universale e le icone coloratissime. Labbra rosse, orecchini gialli, capelli neri, viso rosa e occhi blu: Betty Boop sarà indimenticabile protagonista nelle vesti pop anche degli anni a venire. Oggi è un’immagine molto amata dalle teenager per accessori, gadget e indumenti. Tempi diversi… modi diversi per adorare i propri idoli. Piaccia o meno è sempre così.

Nel 1988 Betty Boop farà la sua ultima apparizione – “in carne e ossa” – nel film capolavoro “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Sempre deliziosa (oramai cinquantottenne…), intratterrà un breve dialogo con l’investigatore Bob Hoskins/Eddie Valiant prima di ritornare alla sua “occupazione” (vendere sigarette nei locali per soli uomini). Eddie le chiede: ma tu che ci fai qua? E Betty: c’è poco lavoro da quando i cartoni animati sono diventati a colori... Ci credete? La regina dei sexy bianco/nero era lì soltanto per passare lo scettro alla nuova bomba sexy: Jessica Rabbit. Altro mondo altre “scuole” si sarebbe detto (Betty Boop sta a Marilyn Monroe, come Jessica Rabbit sta a Pamela Anderson). E siccome la classe non è acqua, la piccola sigaraia avrebbe salutato alla sua maniera infine. Con modi graziati. La voce invecchiata (ancora quella della doppiatrice ufficiale, Mae Questel che morirà a novant’anni nel 1998), ma la birra in corpo quella dei vecchi tempi: “boop-boop-a-doop”.
 
 E “boop-boop-a-doop” e buon compleanno a te Betty. Ovunque tu sia adesso e qualunque cosa quello strano miscuglio di “o” possa significare.
Maia

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