giovedì 11 novembre 2010

Il suo nido è davvero sui monti?

Correva l’anno 1880 quando Johanna Heusser Spyri, scrittrice cinquantenne di fine secolo della Svizzera tedesca, sensibile alle condizioni dei miseri - donne e giovanissimi - pubblicava un libro ancora molto popolare ai giorni nostri. Una storiella dalla quale verranno ricavati parecchi film (anche per la tivù) e un cartone animato fra i più famosi della storia dell’animazione internazionale. Il libro era “Heidi’s Lehr und Wanderjahre” (Gli anni di formazione e di peregrinazione di Heidi), seguito l’anno dopo da “Heidi kann brauchen was es gelernt hat” (Heidi può servirsi di ciò che ha imparato).
Com’è facile intuire si trattava delle vicende di Heidi, la bambina che viveva col nonno fra i monti della Svizzera. Già interpretate da Shirley Temple negli anni Trenta, divenute un cartone animato giapponese (anime) coprodotto dai tedeschi nel 1974, infine trasmesse dalla nostra Rai per la prima volta all’inizio del 1978, in anticipo di due mesi sul mitico Goldrake e in cinquantadue lunghe puntate. Da quegli anni riproposte praticamente senza sosta fino alla trascorsa estate. Dell’anime oramai entrato a pieno diritto anche nella nostra storia fu regista Isao Takahata con la composizione degli ambienti di Hayao Miyazaki, premio Oscar nel 2003 e premio alla carriera, a Venezia, nel 2005. In molti avrebbero aggiunto ai romanzi e alle pellicole sulla piccola Heidi numerosi “seguiti” e avrebbero spinto le narrazioni fino alla grande guerra e ai discendenti della più celebre pastorella dei cartoni. Una storia praticamente infinita. A casa nostra la serie “Heidi” fu un vero spartiacque dell’animazione, contribuì a svecchiare il repertorio, aprendo le porte alla lunghissima e ininterrotta stagione dei cartoni giapponesi, ed è rimasta celebre per un paio di tocchi di onesta italianità: per la sigla d’apertura cantata - nella nostra lingua - da Elisabetta Viviani («Heidi, il tuo nido è sui monti / Heidi, eri triste laggiù in città», eccetera), un successo anche questo senza tempo, e per la voce della doppiatrice della protagonista, appartenente a Francesca Guadagno, a quel tempo già nota per aver interpretato “Piange il telefono” – canzone e film – col grande Domenico Modugno.
La storia di Heidi è quella di una bambina e di una famiglia, anzi di più famiglie coeve agli anni della Spyri, non proprio felici (e tipicamente ottocentesche). Dete, zia di Heidi cinque anni appena e rimasta presto orfana, non può prendersi cura della bambina - figlia della sorella Adelaide - e decide di affidarla al nonno, cioè al papà del papà di Heidi (il “vecchio dell’Alpe”, considerato scontroso e inaffidabile), che vive in una baita isolata vicino ai monti della Svizzera. In luoghi dispersi, a dispetto delle previsioni, la bambina è vivace, cresce bene, da “buon selvaggio”, impara l’arte della piccola pastorella, è libera, si adegua senza drammi ai cicli della natura e impara ad apprezzarne la bellezza e a temerne la violenza. Ma anche il “vecchio dell’Alpe” è felice, è riuscito a trovare dentro di sé le giuste dosi di delicatezza e severità e in tarda età si è reinventato educatore... Insomma se non è un miracolo della natura, poco ci manca. Si parte male, ma tutto sembra andare per il meglio.
Nessuno però ha fatto i conti con la (cattiva) zia Dete, cameriera a Francoforte, che, trascorsi due anni, risale le montagne e va a riprendersi la bambina fra la disperazione di quanti hanno cominciato a volerle bene (il nonno prima di tutto, l’amico del cuore il pastorello Peter e la sua famigliola: mamma e nonna cieca). La novità è che adesso a Francoforte c’è un signore benestante, tale Seseman, che desidera che la pastorella diventi compagna di studi della figlia dodicenne. Seseman è il capo di una famiglia formata da se stesso (anche se, non di rado, assente) e da Klara una bambina triste che vive su una sedia a rotelle perché malata di poliomielite (la mamma è morta). È la zia Dete ad aver deciso per tutti e Heidi si vede dunque costretta a trasferirsi in città.
A Francoforte la piccola fa la conoscenza della governante di casa-Seseman la signorina Rottermayer, un sergente di ferro che è la versione europea, femminile e pacifista (forse) del sergente di “Ufficiale e gentiluomo” di Taylor Hackford, con la quale la bambina “selvaggia” entra sistematicamente in contrasto. Saranno “battaglie” su “battaglie”… Il tempo passa e nonostante l’affetto per Klara – e per la di lei nonna – Heidi non smette di aver nostalgia dei “suoi” monti tanto da ammalarsi di “saudade”. I medici sono dunque costretti a rimandata sulle alpi svizzere, ma prima di partire la bambina “intasca” una promessa: la piccola Seseman ricambierà presto la “visita”! Detto e fatto. L’estate successiva Klara partirà per la Svizzera e qui (udite udite) spinta dall’affatto di Heidi riuscirà a staccarsi dalla sedia a rotelle cominciando addirittura a camminare. Tutto è bene quel che finisce bene allora.
È certo tuttavia che il motto fatto proprio dagli ottimisti dai quattro angoli del mondo possa ammogliarsi alle vicende di Heidi? Libro e cartone, sostanzialmente uguali (l’anime approfondisce i personaggi, nel libro c’è più spazio per la fede), lasciano un retrogusto di amarezza per la mancanza di certezze, per le condizioni sanitarie e per le situazioni di miseria nelle quali versano i cittadini europei in pieno Ottocento. E non solo i poveri. Ciò, malgrado la modernizzazione del “continente vecchio”; anzi quest’ultima sospettata di aver “sanato il sanabile” solo in minima parte. Heidi è un’ignorantella, lontano dalla “civiltà”, le sue tutele (le uniche) sono quelle dell’affetto dei familiari (il nonno) e degli amici (Peter e la sua famiglia), ben poca cosa in un mondo oramai “moderno”. Ma il negativo – o meglio il positivo – della modernità è la città-anonima, un luogo nel quale non ci si salva dalle malattie e dalla morte (al contrario); un luogo soggetto al rigore esclusivo delle norme e privato dei sorrisi della natura. Il cammino di Heidi è quello prevedibile e tutt’altro che esclusivo, di un essere umano che “fugge” dalla civiltà attratto dal richiamo “londoniano” della natura, una natura che si mostra a tratti perfino miracolosa (girano commenti assai sarcastici – ma per buona parte obiettivi – sulla guarigione di Klara dalla poliomielite, avvenuta grazie al sole, all’ossigeno e ai monti della Svizzera…). Un cammino che ha il sapore dell’“avventura” e dunque più del sogno che della realtà. Cosa sarà davvero, infine, della Heidi di Johanna Spyri divenuta donna, è difficile dire... Lasciamo volentieri l’incombenza a chi voglia impegnarsi a scrivere un nuovo libro o a stendere una sceneggiatura.


Qui possiamo risolvere dicendo che fa davvero “figo”, soprattutto in ambienti ultra-ecologisti ed estremi, l’idea che il ritorno generalizzato alla natura e alla civiltà del baratto, quella alla quale è “fermo” il “vecchio dell’Alpe” - e parliamo pur sempre di invenzione letteraria – siano le soluzioni praticabili per abbattere i mali delle società industrializzate. Era un sogno durante la seconda delle rivoluzioni industriali, si è trasformato in tormentone, sovente stonato a volte ridicolo, quando l’industrializzazione ha assunto i caratteri di una “trotskyana” rivoluzione permanente.
È d’obbligo un saggio pessimismo dunque, anche se si accettano (come sempre) ragionevoli proposte.
Maia

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