lunedì 8 novembre 2010

La segreteria De Marsanich (1950-54) - contributo per una storia del Msi (pubblicato su Nuova Storia Contemporanea 4/2010)

Il terzo polo
Nel gennaio del 1950, le indicazioni elettorali e le differenze di vedute all’interno del Movimento Sociale Italiano, guidato dal giugno del 1947 da Giorgio Almirante, hanno come conseguenza il rapido cambio della guardia in seno al partito di neofascisti. Ma in proposito, come ha scritto Marco Tarchi (che dà peso agli studi di Pier Giuseppe Murgia: «faziosi» ma «documentati»), la sostituzione del leader di Salsomaggiore con Augusto De Marsanich, zio di Alberto Moravia, già rappresentante presso la SdN, sottosegretario, quindi «saloino», non è un’operazione politicamente cristallina. Nel senso che i seguaci della «destra» e della «sinistra» intransigente (parlo del Msi, ovviamente), si mescolano fra loro nello sfiduciare Almirante e nel sostenere De Marsanich, che diviene così un leader di compromesso, appartenente stavolta alla «destra» o al «centro-destra» del Movimento Sociale Italiano. Ancora Tarchi lo qualifica come il rappresentate degli «uomini d’ordine», quel ceto medio, cattolico, nazionalista e anticomunista che cerca di dialogare con le altre forze politiche, più di quanto il Msi abbia fatto finora, ma che non cancella dal proprio Dna la componente antipartitica, movimentista e «protestataria» del partito (si pensi, per esempio, alle manifestazioni per Trieste). Le intenzioni di De Marsanich sono quelle di fare del Msi una sorta di «terzo polo» nazionale con un suo potere condizionante; terzo, dopo il polo individualista (con la Dc e i partiti di centro) e quello classista (con Pci e Psi).
I problemi che il nuovo segretario deve affrontare sono, tuttavia, giganteschi. Vanno dall’affermazione dell’identità del partito alla temuta sparizione per via legale, dalla presenza nel nord del Paese alla disciplina interna, dalla creazione di una classe dirigente ai rapporti col mondo del lavoro, dalla politica internazionale (il rifiuto del Movimento Sociale Italiano al Patto Atlantico è stato, per così dire, un no con qualche «se» e qualche «ma» di troppo), alla questione specifica del fronte jugoslavo. Durante il triennio almirantiano il Msi è cresciuto abbastanza, adesso, però, è «obbligato» a istituzionalizzarsi. Giova, dunque, la concretezza del nuovo segretario che riesce a muoversi con un certo agio fra le pieghe del sistema, rivelandosi da questo punto di vista, e almeno per i primi tempi, un abile politico.
Cominciamo però col dire che con la segreteria De Marsanich inizia, per il Msi, l’amaro 1950, inaugurato, in realtà, già nel novembre del ’49, con i tafferugli, dimenticati, di Torino, Livorno, Genova, Milano, Vicenza, Cesena e Bologna, e che proseguiranno con decine di episodi dal nord al sud del Paese: particolarmente grave fu, per esempio, la devastazione della sede missina, a Torino, il 17 marzo del ’50 (quasi una “Primavalle”). Lo stesso marzo, dopo l’«episodio della Garbatella» del gennaio precedente che avrà un rilievo estraneo agli altri eventi (uno scontro fra «fascisti» e comunisti – di fatto «padroni» del quartiere – causato dalla vendita di Lotta politica), un comunicato del Consiglio dei ministri ha informato dell’avvenuta denuncia del Msi presso l’autorità giudiziaria; il partito viene posto in stato d’accusa secondo l’art. 1 della legge 3 dic. 1947 (ricostruzione del disciolto partito fascista), e ufficialmente le vengono negate le manifestazioni pubbliche. La sua esistenza (non politicamente ma giuridicamente) comincia a essere ambigua: a febbraio c’è una proposta di scioglimento poi rigettata dalla magistratura. In estate ne segue un’altra. Il 28 ottobre inizia una breve ma non particolarmente cruenta stagione di bombe che si concluderà con gli arresti (avvenuti tre giorni prima dell’inizio delle consultazioni amministrative del 1951), della quasi totalità degli aderenti al gruppo spiritualista facente capo a Imperium (che si cela anche dietro la sigla di Legione nera). Il 29 ottobre, cioè il giorno dopo, la questura di Bari, obbedendo alle direttive di Mario Scelba, vieta lo svolgimento del III Congresso nazionale missino, atteso a Bari per il 2 novembre successivo. Al divieto seguono comizi e manifestazioni; a Bari lo stato d’emergenza dura più di un mese. Infine, il 28 novembre il Consiglio dei ministri approva il disegno di legge per un inasprimento delle norme della già discussa legge del 1947. Vale a dire la famosa legge Scelba.
Fornire una spiegazione politica di tali accanimenti è ancora oggi difficile. Ovviamente c’è tanta irrequietezza (interna ed esterna al Msi), e c’è in fondo un antifascismo da non porre affatto in discussione. Ma c’è anche qualcos’altro: il Msi sta crescendo, negli anni Cinquanta sarà un partito vero e proprio e non una «cosa» poco definibile com’era negli anni Quaranta. È ovvio, allora, che desti qualche «preoccupazione». Forse non tanto nel Pci quanto nei partiti minori (Pri di Pacciardi e Psli di Saragat) e nella stessa Dc (che in quel periodo rappresenta il vero partito d’ordine, e non intende né farsi scavalcare a destra, né, per quanto riguarda i progetti degasperiani, cedere al dialogo coi «fascisti»). A testimoniare la popolarità del Movimento Sociale Italiano sono soprattutto i giovani universitari. In quegli anni, inferiori per numero soltanto a quelli della Dc e dell’Azione cattolica.
Ma gli ultimi giorni del 1950 recano anche alcune novità che molti missini attendono con ansia: l’apparentamento col Pnm di Alfredo Covelli in vista delle imminenti elezioni. Prima e dopo di queste, però, continueranno a «remare» contro la svolta i componenti della «sinistra» facenti capo anche al settimanale Meridiano d’Italia, e i giovani missini più intransigenti. Da un po’ si ventila un blocco politico costituito di forze nazionali per le amministrative del 1951, un’alleanza non certo «ideologica» (sono troppe le differenze fra missini e monarchici), ma elettorale quello sì (e per il Msi anche «tattica»), affinché il partito dei «fascisti» possa ottenere un approdo sicuro alla democrazia e sfuggire, così, ai rigori della legge Scelba (che tuttavia, in parlamento, ha subito dei rallentamenti e verrà approvata solo nel giugno del 1952). Insomma, nel «blocco nazionale» il Msi vede un’isola di salvataggio: chi oserebbe mettere fuori legge una forza politica che viene da un (probabile) successo elettorale ed è parte di una coalizione che gestisce il potere negli enti locali?
Già rinviate una prima volta, le elezioni amministrative, a cui la Dc dà una chiara valenza politica, si svolgono in diversi turni e col sistema maggioritario. Nel nord (Milano, Genova, Bologna, Venezia) e in Sicilia (per l’Assemblea regionale) a maggio-giugno del 1951; nel centro-sud (Roma, Napoli, Palermo, Cagliari) e a Trieste a maggio del 1952. In occasione di queste ultime Franz Turchi, ex prefetto della Rsi, fonda Il Secolo. Quotidiano per gli italiani (a dirigerlo, inizialmente, è Bruno Spampanato), e dà inizio alla quasi sessantennale storia del Secolo d’Italia, oggi battagliero quotidiano nel Pdl. L’apparentamento elettorale fra missini e monarchici, soprattutto per il Sud, è un fenomeno rilevante (a Roma, invece, Luigi Gedda, con De Gasperi dissenziente, progetta, senz’alcun esito, la famosa «operazione Sturzo», contro le sinistre). A conti fatti i «nazionali» ottengono risultati notevoli, perfino sorprendenti. La Dc è in calo, le sinistre crescono, al Sud il Msi ottiene anche il 15% dei suffragi.
Incassato il risultato e allontanato lo spettro della legge Scelba, a L’Aquila (26-28 luglio 1952), il partito celebra, finalmente, il suo terzo Congresso. Il Movimento Sociale Italiano non ha trovato una vera fisionomia politica e le questioni su tavolo, come sempre, sono numerose. In primo luogo, prendendo atto delle mutate condizioni esterne e interne, il partito lascia passare la linea De Marsanich, che nel novembre del 1951 aveva accettato «la collaborazione militare fra Stati Uniti ed Europa», o meglio ancora, gli aiuti internazionali al riarmo delle nazioni nel rispetto delle singole sovranità. Secondo Piero Ignazi, tuttavia, è ancora la «sinistra» a uscire vincitrice dal nuovo Congresso. Una «sinistra» che aveva protestato vivacemente per l’apparentamento col Pnm, che stava finanche perdendo i suoi pezzi migliori, ma che riuscirà a far proclamare (detta con le parole di Giovanni Spadolini), la «tendenzialità repubblicana» del Msi. Non è una cosa da nulla, anche perché, di lì a poco, una futura alleanza fra Msi e Pnm, questa volta per le elezioni politiche del 1953, apparirà, anche dal cotè monarchico, sempre più improbabile.
Quelle del 1953, oltre a essere le prime elezioni «moderne» nelle quali la preparazione delle candidature e la propaganda elettorale assurgono ad attività quasi «scientifiche», rappresentano, per così dire, la continuazione delle consultazioni del 1951-52. Come scrive Tarchi, per «premunirsi rispetto alla concorrenza di forze situate alla propria destra», De Gasperi decide di riformare la legge elettorale prevedendo per i vincitori un forte premio di maggioranza. Quella che viene audacemente approvata nel marzo del 1953 e che verrà chiamata da Piero Calamandrei «legge truffa», scatenerà le proteste dei parlamentari dell’opposizione (ma non solo di essa), e sarà motivo dell’ennesimo sciopero generale.
Alle consultazioni del 7 aprile, però, il premio di maggioranza per Dc, Pli, Psdi e Pri (il quadripartito del ‘48) non scatta per una manciata di voti. Anche il Msi, non apparentato, stenta e non mantiene le posizioni del biennio 51-52 (aveva previsto per la Camera due milioni di suffragi, ma ne ottiene poco più di un milione e mezzo). Purtuttavia col 5,9% delle preferenze (nel 1948 erano appena il 2%), diventa il quinto partito in Italia. Fra gli altri entrano in parlamento Filippo Anfuso, Alfredo Cucco, Fabio De Felice, lo stesso De Marsanich, Ezio Maria Gray, Domenico Leccisi, Cesare Pozzo, Pino Romualdi, Spampanato e Turchi; si riconfermano, invece, Almirante, Domenico Latanza, Arturo Michelini, Roberto Mieville, Gianni Roberti, Luigi Filosa ed Enea Franza.
Le riflessioni sul destino del Msi cominciano già all’indomani del voto. Nel loro complesso, le iniziative del partito sono state percepite come incerte. È vero, la Dc non si è affermata nel proprio disegno egemonico, ma il Movimento Sociale Italiano non si è mostrato all’altezza delle (invero ottimistiche) aspettative. E dunque non è un vero vincitore. La sfida destra - Dc degasperiana (seppur impari), si è così conclusa con un nulla di fatto.


A Trieste
Il Msi si è presentato alle urne del 7 giugno 1953 con un programma elettorale basato su pochi punti essenziali. In politica interna: la pacificazione nazionale. In politica economica, la difesa del lavoro, la lotta alla disoccupazione (in Italia i senza lavoro sono circa 2 milioni e mezzo), l’incremento della produttività e una giustizia «giusta» per i lavoratori. In politica estera, soprattutto la questione del confine orientale («noi vogliano la vecchia e magnifica Italia nella sua integrità territoriale, nella sua indipendenza, nei suoi diritti», scrive Romualdi nell’appello agli elettori, datato 6 giugno). Confine orientale significa, ovviamente, «questione di Trieste».
Per parlare con maggior precisione delle condizioni della splendida regione giuliana nel 1953, è bene ritornare alla fine della Seconda guerra mondiale. Col trattato di Belgrado (giugno 1945), la Venezia Giulia veniva divisa provvisoriamente in due parti, separate dalla «linea Morgan»: la zona A, che comprendeva Trieste e Gorizia, veniva posta sotto il controllo anglo-americano; la zona B, che comprendeva l’Istria (a esclusione di Pola) e Fiume, veniva, invece, affidata all’amministrazione jugoslava. Purtroppo, nei terribili quaranta giorni di occupazione jugoslava della Venezia Giulia (1° maggio-9 giugno 1945), e con modalità e soluzioni diverse rispetto alle vicende relative alle «foibe» del 1943, riappariva quella violenza brutale, di cui soltanto da pochi anni si è cominciato a discutere. La questione delle foibe, cioè delle stragi al confine italo-jugoslavo, è complessa (sovente viene trattata con approssimazione), e andrebbe dunque collocata in due frazioni temporali. Come scrive Roberto Spazzali, una prima ondata di violenze fu successiva all’8 settembre del 1943, durò circa un mese, e vide i partigiani titini «vendicarsi» degli italiani dell’Istria dopo il crollo dello Stato italiano (gli episodi ivi accaduti sono noti appunto come le «foibe istriane»). In questo periodo le vittime (le cui colpe erano per così dire «collettive») furono circa settecento. La seconda ondata, del 1945 (in buona parte annunciata dalla prima, però), fu molto più feroce. Fra Trieste, Gorizia e Fiume, i partigiani e le truppe regolari jugoslave si scagliarono contro i militari italiani, contro i fascisti ma anche contro gli antifascisti e gli appartenenti ad altre cittadinanze. In generale, si trattò di un’operazione voluta per instaurare il nuovo regime jugoslavo. Per Gianni Oliva le vittime furono complessivamente circa diecimila. Ma, ancora per Spazzali, la conta dei caduti e dei dispersi presuppone difficoltà d’ogni tipo.
A settembre del ‘45, a Londra, gli alleati decidevano di affidare a una commissione (inglese, americana, russa e francese), la delimitazione dei confini fra Italia e Jugoslavia. A maggio del ‘46 la commissione riferiva ai quattro ministri degli esteri alleati, i quali, su proposta del francese Georges Bidault, stabilivano nuove frontiere (assai favorevoli alla Jugoslavia, però, allora sodale dell’Urss) e la creazione del Territorio libero di Trieste sotto l’egida dell’Onu (ma nessuno aveva mai chiesto un parere che fosse uno alle popolazioni locali). Poi, col successivo Trattato o Diktat di pace (Parigi, 10 febbraio 1947), la maggior parte della Venezia Giulia andava alla Jugoslavia (all’Italia restava Gorizia), e nasceva il TlT comprendente 16 comuni più Trieste. Si trattava di una micro-regione cuscinetto che, in realtà, non avrebbe mai funzionato. Sostanzialmente, il territorio di Trieste restava diviso in due zone, A e B, governate dagli alleati e dagli jugoslavi. Almeno secondo censimenti italiani, i nostri connazionali erano in maggioranza: nella zona A (con Trieste più altri cinque piccoli comuni) il rapporto fra italiani e sloveni era di circa 10 contro 1; nella zona B (con 11 comuni) era di circa 3,5 contro 1.
Con l’inizio della guerra fredda (marzo 1947), il contesto politico si fa ancora più composito. Da confine fra Stati ed etnie, il territorio triestino diviene, adesso, limite estremo fra Est e Ovest, diga occidentale contro il socialismo. Il nuovo assetto della politica internazionale spiega, così, la Dichiarazione tripartita (20 marzo 1948), con la quale Stati Uniti, Inghilterra e Francia decidono di riconoscere l’italianità del TlT allo scopo di porre un argine contro il comunismo. La suddetta Nota viene ampiamente sfruttata dalla Dc nel corso della sua campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile 1948. Passano, però, altri due mesi e la rottura fra Tito e Stalin, che spezza il blocco comunista, rende poco urgente (se non inopportuna), la restituzione di Trieste all’Italia. Praticamente, a livello governativo seguirà uno stallo di quattro anni.
Gli incidenti del 20 marzo del ’52, fra gli italiani e la polizia inglese (ogni anniversario della Nota tripartita, Trieste diventava teatro di vivaci manifestazioni), torneranno ad agitare le acque. A Londra si decide di affiancare al governo militare inglese, un consigliere politico e un direttore superiore dell’amministrazione di nazionalità italiana. Tito, però, non è d’accordo e reagisce accanendosi sulla popolazione non slava della zona B. Ma è nel marzo del ‘53 che accade, purtroppo, qualcosa di ancora più grave a Trieste-città. La posizione del Msi circa la questione adriatica è netta: Trieste e l’Istria sono italiane, e la Nota tripartita va comunque difesa. Dopo un comizio di De Marsanich al Politeama Rossetti, una bomba (forse slava), scoppia nel mezzo di un corteo di giovani missini. I feriti sono ventiquattro. A De Felice verrà amputata la gamba destra, a Pozzo il piede destro (solo tre mesi dopo i due verranno eletti alla Camera dei deputati), altri missini verranno perfino arrestati.
Dopo le elezioni del 7 giugno e dopo un tentativo per un VIII De Gasperi, Presidente del consiglio diviene il cattolico liberale Pella. Per la prima volta il Msi si astiene dalla fiducia anche per le rassicurazioni date dal nuovo premier circa la validità della Nota tripartita. Proprio allora, però, comincia un carosello di gesti e proclami a livello internazionale. Tito non è contento delle dichiarazioni di Pella e minaccia l’invasione della zona B, ma questi risponde mobilitando le truppe (29 agosto); Tito dichiara di volere tutto il TlT, e Pella rilancia chiedendo un plebiscito che Tito, a sua volta, rifiuterà con fermezza (28 settembre). L’8 ottobre, infine, (Stalin è morto a marzo), sono Stati Uniti e Inghilterra a pronunciarsi, decidendo di affidare all’Italia l’amministrazione della zona A (Dichiarazione bipartita), ma Tito protesterà ancora. Ovvio che, con quest’andazzo, la tensione in vista del trentacinquesimo anniversario del ritorno degli italiani a Trieste (3 novembre 1918), sia arrivata alle stelle. Il Msi si è difatti mobilitato e fra gli attivisti c’è il segretario giovanile, già corrispondente di Imperium, Franco Petronio. A morire dopo una serie di scontri con la polizia inglese saranno sei triestini (una lapide li ricorda tutti a piazza dell’Unità d’Italia): Pietro Addobbati, Antonio Zavadil, Francesco Paglia, Emilio Bassa, Saverio Montano e Nardino Manzi. Numerosissimi saranno i feriti. Pierino Addobbati è iscritto alla «Giovane Italia», Francesco Paglia è membro della direzione provinciale giovanile del Msi triestino. Mancherà ancora un anno al passaggio di Trieste all’Italia, purtuttavia la situazione va mutando lentamente. Nel 1954 per inglesi e francesi si affacciano nuovi problemi in Africa e in Asia; in Europa si discute della Ced e del patto militare balcanico. Tito in cuor suo è soddisfatto per avere già «conquistato» buona parte della Venezia Giulia. C’è, insomma, per quanto riguarda la situazione del confine orientale, un generale senso di stanchezza. A febbraio, a Londra, si comincia a negoziare. Si va verso la spartizione, con l’accettazione di una linea di confine fra le due zone; si decide a titolo provvisorio il passaggio dell’amministrazione della zona A all’Italia e della zona B alla Jugoslavia: anche se ci saranno alcune differenze rispetto ai confini «tradizionali».
Il 5 ottobre si firma un Memorandum d’intesa fra Usa, Gran Bretagna, Italia, Jugoslavia, e il 26 successivo a Trieste si svolge la cerimonia per il passaggio di consegne fra inglesi e italiani. Pur gioendo per il ritorno del tricolore a San Giusto, il Msi si duole (e protesta) per la perdita di Istria e Dalmazia. Della sistemazione definitiva del confine orientale si parlerà a Osimo soltanto ventuno anni dopo (1975). In quella sede l’Italia accetterà la sovranità slava nella zona B, e il Msi-Dn continuerà la sua protesta.
Strettamente legato alla feroce politica titina e alla sistemazione del nostro confine orientale è il fenomeno (storicamente altrettanto significativo), noto come «esodo» o più comunemente, secondo il lessico utilizzato da Raoul Pupo, «esodo istriano». Per più di dieci anni, fra il 1943-44 e la fine degli anni Cinquanta, la «quasi totalità» degli italiani che viveva nei territori governati dalla Jugoslavia lascerà le terre d’origine. Si tratta di un fenomeno culturale, politico ed etnico, anch’esso complicato e doloroso, che non ha eguali nella nostra contemporaneità. Nello specifico è anch’esso divisibile in almeno due momenti. Il primo esodo massiccio seguì il Trattato di Pace del ’47 (abbandono di Pola); il secondo grande esodo (1953-54) fu legato al passaggio della zona B alla Jugoslavia. Il numero degli esuli, si legge sulle lapidi-ricordo triestine, fu di circa trecentocinquantamila. Al di là delle cifre però, fu un’intera comunità nazionale, che peraltro deteneva il primato nelle attività economiche della regione, a lasciare le terre dei padri. I profughi istriano-fiumano-dalmati, che verranno ospitati in circa centoventi Centri e Campi sparsi per l’Italia, affronteranno le sorti più varie (perfino quelle dell’emigrazione oltreoceano). Alcuni Campi profughi rimarranno attivi fino agli anni Settanta; la sorte dei beni degli esuli è ancora oggi, come si sa, oggetto di discussione. 


Fra L’Aquila e Viareggio
Dopo i primi due Congressi missini, a Napoli (27-29 giugno 1948) e a Roma (28 giugno-1 luglio 1949), ove i corporativisti (i sostenitori del Fascismo-regime) e i socializzatori (gli innovatori in direzione «saloina») si erano dati battaglia, il Msi si trova ancora a metà di un guado: fra parlamentarismo e movimentismo, fra sfida elettorale e rifiuto del sistema, fra istanze sociali e «progressiste» e vicinanza ai ceti possidenti e conservatori, fra marginalità e inserimento. Nella prima metà degli anni Cinquanta, nelle idealità di «destra» e di «sinistra», le differenze continuano a essere numerose (collocazione strategica, politica del lavoro, atlantismo moderato-terzaforzismo). E questa condizione oltre a causare una generale insofferenza, provoca la diffusione di spazi aperti alle polemiche e alle recriminazioni. Il Congresso di L’Aquila, il Congresso anti-Scelba, può essere considerato uno degli ultimi «atti» della clandestinità del Movimento Sociale Italiano, ma, allo stesso tempo, l’ultimo nel quale le correnti interne non siano dotate di una loro ufficialità. La mozione conclusiva (che riflette ancora un forte compromesso fra «destra» e «sinistra»), viene approvata all’unanimità meno uno. È vero: dinnanzi alle difficoltà della legge Scelba il Msi non si è sfaldato e anzi si è stretto intorno al suo leader (lo stesso Almirante si è battuto per l’unità del Movimento), nondimeno il partito si trova, adesso, a un passo dalla svolta e gli stessi dirigenti lo hanno capito: il Congresso per mozioni contrapposte è sì più adatto a «dare il giusto riconoscimento ai diversi orientamenti», ma è allo stesso tempo l’anticamera della prassi dello scissionismo. Dopo il 1950, la ricerca del metodo democratico sembra essersi, per buona parte, conclusa (naturalmente, mancheranno «alcune rifiniture»). Ma l’imperativo, adesso, è acquisire anche una responsabile stabilità che caratterizzi il partito dinanzi alla nazione a all’elettorato. Ed è forse la cosa più difficile.
A L’Aquila la linea repubblicana è passata in omaggio alla «sinistra» del partito, ma la voglia di intesa col Pnm, per buona parte dovuta al sistema maggioritario, è rimasta quasi del tutto immutata. Essa si mantiene viva fino al 26 dicembre (potenza delle date) del 1952, quando a neutralizzarla ci si mette la giunta esecutiva del Pnm che intende sovrapporre all’apparentamento «nazionale», una pregiudiziale di tipo monarchico; ma vi concorre, successivamente, anche la «legge truffa» con tutti gli «annessi», che secondo le dichiarazioni del segretario Dc, Guido Gonella, conduce al naufragio le velleità del fantomatico terzo polo «nazionale». Peraltro, le indeterminatezze causano «vittime» e contrasti all’interno di un Movimento Sociale Italiano, formalmente sempre meno di «sinistra»: il vicesegretario dimissionario Ernesto Massi cattolico, gentiliano e prestigioso esponente della «sinistra», fonda il periodico Nazione sociale (luglio ‘52), che, come scrive Adalberto Baldoni, «renderà insonni le notti di De Marsanich, Michelini e Tripodi»; nascono anche i Gruppi autonomi repubblicani (Sinistra nazionale) di Giorgio Pini; e Concetto Pettinato, già celebre critico del regime di Salò, si allontana dal partito.
Dopo l’aperitivo del 1951-52, i risultati delle politiche del ’53 si riveleranno alquanto indigesti per il Msi. Ma il timore dei «fascisti» di rimanere isolati, di scoprirsi politicamente inutili e di non riuscire a inserirsi nelle questioni d’interesse nazionale, viene momentaneamente allontanato dalla non-sfiducia resa al governo «provvisorio» di Pella (agosto ’53-gennaio ’54), che peraltro è un governo poco amato dalla stessa Dc... L’era De Gasperi (1946-53) si è praticamente conclusa e si va, dunque, alla ricerca di altri equilibri, al di là e della formula quadripartita e dell’apertura a sinistra, invero prematura, da realizzarsi mercé l’intervento di Saragat: equilibri che, secondo Paolo Nello, spiegheranno l’appoggio esterno del Pnm allo stesso Pella. L’atteggiamento iniziale del Msi verso il nuovo governo è «di attesa». Così nelle parole della Direzione nazionale:

«onde poter vagliare alla prova dei fatti la sua capacità di affrontare in concreto i gravi problemi di emergenza soprattutto sul terreno sociale e sindacale».

Del resto Pella è un leader sì di «emergenza», ma che sa assumere anche delle responsabilità in ordine alla politica economica, interna (lotta alla disoccupazione, pacificazione nazionale e nuova amnistia) ed estera (Trieste e l’atlantismo); e si tratta di questioni che, secondo il Msi, il nuovo governo è capace, almeno nelle intenzioni, di affrontare in modo sufficientemente «revisionista» (leggi: antidegasperiano). La non-sfiducia missina verso Pella pare, però, tramutarsi nella consueta politica della «diffidenza» già dopo qualche mese, come si evince per esempio da un intervento di Almirante sull’organo ufficiale del partito. Oltre all’insoddisfazione per i compromessi e i «tradimenti» che porteranno alla bocciatura della sospirata amnistia (che a sua volta alimenterà le polemiche fra Msi e monarchici), fra le ragioni dei sospetti verso il governo d’«emergenza» potrebbe anche figurare la «simpatia» con la quale la sinistra togliattiana guarda alla linea di rottura e alla politica poco-atlantica del presidente Pella.
Sia come sia, il nuovo governo «mangia il panettone», ma il giorno prima della befana del 1954 è costretto a dimettersi per i contrasti dovuti a un rimpasto e per le dichiarazioni di uno Scelba sostenitore e «uomo d’ordine» del vecchio centrismo. La Dc, tuttavia, naviga ancora a vista: in questo frangente nasce o meglio non nasce il Fanfani I (l’incarico è del 12 gennaio, l’affossamento parlamentare del 30). Il cavallo di razza democristiano, già fascista e corporativista, poi dossettiano e prossimo segretario del Partito (luglio ‘54), è il «nuovo» che avanza e che si fa strada chiedendo i voti alla destra. Ma il Msi non si fida più e, nonostante la «destra» romualdiana non sia pregiudizialmente contraria al dialogo con la Dc, e la «sinistra» di Massi sia favorevole a una «saldatura sul fronte cattolico sociale» (così Marco Tarchi), finisce per replicare con un secco no.
Frattanto il partito è andato avanti. Il 9-11 gennaio si è svolto il IV Congresso, celebrato significativamente al nord, a Viareggio. Un Congresso che dovrebbe rendere più nette di quanto non lo siano state finora le posizioni all’interno del Movimento Sociale Italiano. Dopo il 7 giugno del 1953, una parentesi politica (quella del quadripartito), sembra essersi chiusa ma una nuova stenta ancora ad aprirsi. La politica italiana si è come impantanata e all’interno del Msi, un quesito leniniano è più che mai all’ordine del giorno: «che fare?». È in questa condizione che nasce, secondo la testimonianza di Romualdi, la nuova segreteria di Arturo Michelini. A dispetto della sua vocazione governativa (non certo filo-missina) il Corriere della Sera del 9 gennaio del ’54 riassume con la massima onestà, la condizione del Movimento Sociale Italiano nei sette mesi intercorsi fra le politiche del ’53 e l’Assemblea toscana. Malgrado non sia più un partito minuscolo, il Msi ha accusato un periodo di «acute e vivaci polemiche» dovute alla perdita dei suffragi rispetto alle amministrative precedenti. Di più: ha perso i voti di chi stimava più vicino al proprio sentire, cioè lo zoccolo duro del Movimento: la gente del Sud (che per buona parte è monarchica) e i giovani, vero fiore all’occhiello dei «fascisti».
A Viareggio le correnti missine, spaccate su parecchi punti (e anche al loro interno), si sarebbero date battaglia per affermare strategie e principi attraverso tre mozioni concorrenti: quella di maggioranza, di «centro» e pragmatica (Per l’unità del Movimento), cui aderiscono De Marsanich, Turchi, Tripodi, Gray, Anfuso, Michelini, Roberti, i giovani di Caradonna e lo stesso Almirante; quella di opposizione, di «sinistra» e «milanista» (Per un’Italia sociale) cui aderiscono Spampanato, Bacchi, Angioy, i gruppi di Nazione sociale, di Idea sociale, del periodico Noi e una parte della Cisnal; e quella di «destra» o estrema «destra» (Per una grande Italia) cui aderiscono il carismatico Romualdi (che tuttavia si mostrerà avverso alle stesse correnti), De Marzio, Pozzo e De Felice, insieme ai giovani intransigenti ed evoliani del Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori (Rgsl), guidati da Enzo Erra e Pino Rauti. È la mozione di «centro» (cessazione dell’unità democristiana, tradizione cattolica, preminenza dell’interesse nazionale, anticomunismo, tutela del lavoro, giustizia sociale, solidarietà e Stato corporativo) a risultare la più votata; a seguire quelle di «sinistra» (che gli avversari definiscono anche criptocomunista) e di «destra» (che contiene le maggiori tendenzialità antidemocratiche). Negli organi centrali di partito entrano uomini di tutte e tre le correnti in modo da salvaguardare, ancora una volta, come scrive Baldoni, «gli equilibri interni». Lo statuto tuttavia verrà emendato. Gli organi vengono modificati prevedendone un allargamento, nasce l’Esecutivo chiamato a fare le veci della Direzione nazionale, e viene ridotta, fra le proteste giovanili, l’autonomia del Rgsl. Il Msi è ancora diviso e l’obiettivo primario rimane quello di salvaguardare l’unità e ridurre le possibilità del dissenso. Più che il segretario De Marsanich l’uomo ideale a gestire le pratiche del dopo-Congresso è il vice segretario, l’austero Arturo Michelini (classe 1909) che diviene infatti il nuovo leader, il 10 ottobre del 1954. Il suo «manifesto programmatico» è sintetizzabile in un breve e significativo motto: finalmente, è giunta l’ora che il Msi affronti, con decisione, il campo aperto della politica italiana.   


I giovani
Abbiamo lasciato i giovani elettori di «destra» prendere le distanze dal Movimento Sociale Italiano il 7 giugno del 1953, e i giovani tesserati del Msi alle prese col Congresso del 9 gennaio 1954, per il quale firmano una mozione sponsorizzata da Romualdi e De Marzio. I giovani sembrano colpiti dalla stessa crisi che attanaglia il partito maggiore. Per una formazione politica che si definisce il «partito della gioventù», che riprende la tradizione del giovanilismo d’inizio Novecento e che vanta una presenza universitaria di buon livello, è qualcosa di più che un allarme: la vita dell’intero movimento non va come dovrebbe. La crisi che colpisce i giovani nel ‘53, origina da quell’amaro 1950 del quale ho riferito. Si comincia con l’«episodio della Garbatella» e si finisce nel ’51, con le ultime bombe di Legione nera.
Nel ventottesimo anniversario della marcia su Roma (28 ottobre 1950), una bomba carta esplode all’interno de cinema Galleria a Roma. Il botto provoca la rottura di due vetri e il panico fra la folla. Lo scoppio proietta nella galleria un involto contenente un centinaio di volantini recanti l’emblema del fascio repubblicano, la scritta Legione nera e un messaggio di persistente fede nel fascismo. È l’inizio di una serie di attentati (che non causerà alcun ferito), dal movente esplicitamente politico. Già a fine anno vengono arrestati i giovani De Perini, Rauti, Lucci Chiarissi, Serpieri, Pozzo, Brandi e Erra (che inizialmente sfugge alla cattura). Secondo la solita legge 1546/47 i sette sono accusati di tentata ricostituzione del partito fascista. A casa di uno di essi è stato ritrovato lo statuto dei nuovi Far (che ha, tuttavia, origini spagnole), il quale stabilisce la natura, i fini, le norme di ammissione, i doveri e l’ordinamento dell’organizzazione clandestina. La faccenda però s’ingarbuglia: altri «fascisti» vengono coinvolti, altri attentati si verificano a Roma, Milano, Bari, Arezzo e Brescia. Le indagini rendono ancor più chiari gli accadimenti: dietro il gruppo che si firma Legione nera dovrebbe nascondersi il sodalizio facente capo al periodico Imperium. Così dopo un’ulteriore verifica, il 23-24 maggio la polizia compie un nuovo giro di vite arrestando giovani missini del nord e sud Italia (e con essi Evola, considerato «il  capo o uno dei capi» del gruppo). In trentasei finiscono sotto processo, ma il primo grado (novembre 1951) si conclude con poche condanne. Per molti imputati, Evola compreso, l’accusa di tentata ricostituzione del partito fascista viene meno. Il processo naturalmente prevederà altre istanze (1954 e 1956).
Fin qui, brevissimamente, i fatti di Legione nera. Una parentesi a parte, invece, è quella relativa alle «vere» responsabilità a proposito dell’accaduto. Furono i giovani missini a piazzare tutte le bombe, o lo scoppio degli ordigni, almeno per quanto riguarda i più pericolosi, fu una segreta provocazione? E se sì, una provocazione esterna o interna al Movimento Sociale Italiano? Insomma: le bombe del ’51 furono la parte per così dire materiale di una congiura antigiovanile? Sono domande a cui è difficile dar risposta. Sia Scelba (il “piccolo avvocato di Caltagirone”), sia lo stesso De Marsanich (o chi per lui), pur nelle ovvie differenze, potevano avere interesse a favorire una strategia della repressione poliziesca all’interno dell’esuberante settore giovanile. Ma indubbiamente questa è solo un’ipotesi. D’altra parte i giovani missini non sono brutali (o per lo meno non tutti). Le correnti sono numerosissime e molti «nazionali» (ma, ancora, non tutti), avidi di sapere, sono i degni eredi dei componenti le diverse anime culturali del fascismo vero e proprio. Come ha scritto Vanni Angeli esse vanno «dalle forme più esasperate e utopistiche di spiritualismo ad una sorta di marxismo appena tinteggiato di nazionalismo», cioè dall’ottica sinistrorsa di Lando Dell’Amico (con Ravenna, Benevento, Landolfi e Romano, quest’ultimo compagno di Ruinas nella redazione del filocomunista Pensiero nazionale), a quella rivoluzionaria, spiritualista, antimaterialista ed etica de La Sfida, il periodico di Erra dalle sui «ceneri» nascerà Imperium. E poi ancora da Caradonna e Perina (già segretario del Fronte dei giovani), al leader romano Ribacchi, dal gruppo di Architrave con Tedeschi, Finaldi, De Boccard, e Scotto a quello de L’Assalto (1949), il settimanale che sarà organo ufficiale dei giovani missini.
D’altra parte, i referenti culturali dei «fascisti» in erba sono numerosissimi e perfino stranieri. Se al primo convegno del Fuan (nel maggio del ‘50), partecipano Gioacchino Volpe, Guido Manacorda, Ardengo Soffici, Giuseppe Belluzzo, Balbino Giuliano, Giotto Dainelli e Alberto Asquini, più in generale e ancora in «ordine sparso», le figure di riferimento saranno Giovanni Gentile, Rudolf Steiner, Carlo Costamagna, René Guénon, i futuristi, Alfredo Oriani, D’Annunzio, Vittorio Vettori, Edmondo Cione e ovviamente Mussolini, ma anche la Scuola di Vienna (Otmar Spann e Walter Heinrich), la Rivoluzione conservatrice tedesca, Corneliu Z. Codreanu e Knut Hamsun. Un po’ dopo (1960), secondo la testimonianza di Giano Accame, arriveranno gli scrittori anticonformisti francesi.
Volendo sintetizzare, nel campo specifico delle scelte politiche, fra i giovani missini si può individuare la presenza di due anime abbastanza definite (e rivali): una pragmatista, legata alle vicende del partito maggiore; l’altra rivoluzionaria che finisce anche per idealizzare un «residuo» di internazionalismo fascista, debole e sufficientemente conosciuto. Una seconda anima non priva di ambizioni spirituali (come quelle fatte proprie da La Sfida), ma anche (almeno sulla carta), dal “talento” nichilista:

«Noi respingiamo il mondo attuale. Non possiamo servire diverso credo che quello che la nostra anima ci suggerisce e ci impone. Riteniamo la democrazia (e si badi bene, non questa o quella, che le aggettivazioni sono inutili) un male che bisogna combattere non con l’astuzia misera ma piuttosto con la decisione audace … Terza forza? ma via – Noi vogliamo che l’Italia sia una sola forza e non il compromesso di tre forze che manderanno i rappresentanti a pascersi della lupinella parlamentare … Risponda la giovinezza d’Italia che è nel Msi e quella che lo affianca non ancora persuasa della sua rivoluzionarietà».

I giovani facenti parte del Rgsl del Movimento Sociale Italiano, si riuniscono più volte in Assemblea. A Roma nel marzo 1949 (con l’intrepido Mieville segretario), ove si dichiarano indiscutibilmente rivoluzionari (almeno rispetto al sistema parlamentare), fedeli al Msi ma desiderosi di acquisire una maggiore autonomia; e poi a Bologna, nel settembre del 1950, con Cesco Giulio Baghino commissario e poi segretario, quando però le cose, almeno in parte, sono già cambiate. Sei mesi prima (a marzo) a casa Evola, si era svolta, infatti, una riunione fra il «maestro», Clemente (Lello) Graziani, Erra, Gianfranceschi e Rauti (probabile è anche la presenza di Massimo Scaligero), che è parte della «preistoria» del prestigioso mensile Imperium (periodico d’elite a diffusione internazionale) e del gruppo spiritualista a esso facente capo.
Obiettivamente, l’influenza evoliana fra i giovani c’è e si vede. Alcune delle colonne di un giornaletto in ciclostile (Giovinezza), del tutto sconosciuto e pubblicato a partire dal 1949 dai missini, sono vere e proprie “lezioni” e suggerimenti tratti dalle opere del “maestro della tradizione”, anche se si tratta di pagine che in seguito verranno trascurate dallo stesso filosofo. Innanzitutto le letture consigliate, poi la questione del razzismo:

Camerati leggete:
Dottrina del fascismo (B. Mussolini)
La guerra occulta (Malinsky e De Pon.)
I protocolli dei savi anziani di Sion
I proscritti (Ernst Von Salomon)
Bagattelle per un massacro (Céline)
I servi della democrazia (Bardèche)
La crisi del mondo moderno (René Guénon).

Il razzismo e la nostra Idea:
Ho personalmente constatato che non è facile intendersi sul razzismo. Quando c’è accaduto di prendere posizione a favore dell’Ideologia della razza abbiamo sempre trovato una opposizione tenace e preconcetta, basata essenzialmente su una errata interpretazione di questa dottrina. Il razzismo è ritenuto dai più niente altro che “materialismo biologico” e quindi non in linea con la nostra Idea. Penso perciò sia utile esaminare l’ideologia della razza, sia pure molto sommariamente, nel suo aspetto dottrinario e pratico al fine di sfaldare un luogo comune che impedisce l’oggettiva valutazione di questa dottrina che armonicamente s’inquadra con la nostra concezione del mondo. Innanzi tutto è bene rilevare che la definizione del razzismo come “materialismo biologico” appartiene all’ebreo e comunista Trotsky. La definizione del Trotsky corrisponderebbe alla realtà, se il razzismo fosse realmente una scienza biologica e antropologica che si esaurisse alla sanguinosierologia, alla misura dei crani, agli indici facciali, alle leggi di Mendel.
In questo caso soltanto, potrebbe essere un razzismo per l’allevamento di cani o di cavalli, senz’altro lesivo alla dignità dell’uomo superiore.
Ma nella nostra dottrina della razza – dicendo nostra intendo riferirmi all’impostazione data al problema da un insigne razzista italiano – il fattore biologico è solo un aspetto di valore semplicemente eugenico.
Infatti la nostra concezione razzista poggia su due fattori: razza del corpo e razza dello spirito.
A questo secondo elemento di razzismo come potenza formatrice e come sub ordinatore dell’altro, viene dato il massimo risalto. Ad un corpo puro deve corrispondere uno spirito puro, altrimenti non è il caso di parlare “di mistica del sangue”.
Perciò il razzismo Italiano, pur preservando il tipo razziale originale da ibridazioni ed adulterazioni, tende principalmente ad infondere in esso il sentimento e l’orgoglio di razza sì che abbia chiara coscienza della missione a cui è chiamata la stirpe. Tende a rievocare nella stirpe le qualità innate della razza nordico-primordiale da cui discende (da recenti studi del Wirth e del Kadner sui gruppi sanguigni è risultato che l’Italia ha una percentuale di sangue nordico vicina a quella dell’Inghilterra e superiore a quella dei popoli germanici) qualità che si individuano nel carattere, nel senso dell’onore, nel coraggio, nella fedeltà, nella prontezza all’attacco, nel senso eroico ad ascetico della vita.
La dottrina della razza così concepita agente contemporaneamente sullo spirito, sullo stile, sul corpo, non è affatto materialista ma revocatrice di eterni principi spirituali; quindi va da noi accettata sia perché, come mito soreliano può affascinare gli elementi razzialmente migliori cristallizzandoli introno alla nostra Idea, sia perché a guisa di potente diga, si eregge contro un livellamento delle razze che renderebbe vero il mito illuministico e democratico dell’uguaglianza del genere umano, mito che con tanta fede combattiamo.
                                                                                                                                                             c.g.                 

All’Assemblea di Bologna pur non prendendo parola, la presenza di Evola è notata da tutti (così, Primo Siena). Nell’ultima parte del 1950 nasce l’ormai celebre opuscolo evoliano Orientamenti, scritto per i giovani missini. Dopo l’uscita dei primi numeri di Imperium (maggio 1950) e Cantiere (settembre 1950) e, soprattutto, dopo l’affaire Legione nera, secondo Baldoni, i «Figli del sole», cioè i giovani della corrente evoliana, acquistano un più sicuro «prestigio» all’interno del Rgsl.
Perché quest’appellativo insolito («Figli del sole», appunto)? E qual è la sua origine? Lo spiega ancora Primo Siena, figura di spicco fra i giovani degli anni Cinquanta (fra l’altro, responsabile del settore studi e cultura del Rgsl, dal ‘50 al ‘54):

A proposito delle definizione di «figli del Sole» che veniva attribuita alla corrente spiritualista dei giovani del Rgsl del Msi negli anni Cinquanta, desidero raccontarle come nacque, dal momento che finora nessuno ancora  l'ha precisato. All’epoca i giovani missini della corrente spiritualista che si riferivano a Evola e a Scaligero erano in duro contrasto dottrinale con i loro colleghi della corrente  di «sinistra», che privilegiavano sempre le tematiche socioeconomiche su quelle politiche - specialmente la rifondazione dello Stato - sostenute invece da noi.
Un giorno, per molestare i nostri avversari, incominciammo a sostenere che il problema sociale andava risolto secondo una lezione desunta da un episodio relativo ai guerrieri di Alessandro Magno. L’episodio - che si diceva fosse stato raccontato da Evola a qualcuno dei giovani che lo visitava spesso (Rauti, Gianfranceschi, Erra?) - era il seguente:
Un gruppo di guerrieri greci di Alessandro che si era fermato per anni in una zona dell’Himalaya, già innanzi con l’età e presi da una forte nostalgia per la loro terra natale, decise di ritornare in patria, trovandola però dominata da una classe di schiavi che - durante l’assenza della casta dei guerrieri - si era impadronito del potere. I guerrieri dovettero iniziare una dura contesa bellica per riconquistare il territorio, correndo persino il rischio d’essere sopraffatti dalla superiorità numerica degli schiavi usurpatori. Durante un consiglio di guerra, il guerriero più autorevole, spiegò ai commilitoni che essi stavano per perdere il conflitto perché avevano usato mezzi bellici impropri per affrontare l’esercito degli schiavi. «Finora abbiamo usato le armi del guerriero, ed abbiamo sbagliato. Noi siamo figli del sole e non dobbiamo affrontare questi schiavi con la spada, ma con lo scudiscio». Infatti, non appena i guerrieri figli del sole, fecero fischiare i loro scudisci sulle teste degli schiavi  avversari, questi chinarono la schiena e si sottomisero ai guerrieri.
Questo racconto, che noi negli anni Cinquanta snocciolavamo, con piglio provocatore ai nostri camerati della «sinistra sociale», li faceva andare in bestia.

Non si pensi, tuttavia, che Evola sia il «dominatore politico» incontrastato fra i giovani. Anzi, tutt’altro. Quella del «filosofo» è sempre e solo una presenza per così dire simbolica, ideale o meglio ancora spirituale (oggi, peraltro, gli esegeti del «maestro della tradizione» sono numerosi almeno quanto le donne vantate da Georges Simenon…). Perfino i giovani a lui più vicini (cioè quelli di Imperium), che all’inizio, secondo Gianfranceschi, sono circa una cinquantina, seguiteranno a pensarla e ad agire anche in modo diverso. Evola è un «reazionario» che, però, nel corso degli anni s’atteggerà a «conservatore» (così Accame), che non riesce ad aggredire i nodi rivoluzionari (Rauti), non ama i cattolici, seppure si lasci andare a intelligenti aperture (vedi Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, saggio del ‘32), e ha idee difficilmente tramutabili in prassi politica (e ciò risulta chiaro). D’altra parte, come può avere seguito presso un gruppo di ventenni, un uomo di sicura genialità ma dal pensiero, in fin dei conti, ottocentesco? Evola era un uomo di una «cortesia raffinata», un vero e proprio «maestro», ha detto ancora Rauti, ma noi giovani «non eravamo evoliani ortodossi». A drogare l’ambiente missino più estremo, ci pensano però il carcere, Scelba e i veterani del partito. Il processo dei trentasei spinge i meno anziani a mordere il freno: i pragmatici e i mediatori a essere sempre più pratici e gli intransigenti o a mutar pelle o a non riconoscersi nel Movimento Sociale Italiano.
Appena un anno dopo la III Assemblea giovanile missina (Roma, marzo ‘52) e il Congresso nazionale di L’Aquila (luglio ‘52), si svolgeranno le elezioni politiche del giugno ‘53. Il risultato non è soddisfacente e il giorno successivo si comincia già a parlare di crisi. È ovvio che l’impeto giovanile sarebbe stato poco amico delle democraticissime urne, ma il valore aggiunto dei meno anziani rischia così di perdersi fra le mille pieghe di un politicismo fine a se stesso (e ai giovani spesso estraneo). A Viareggio (gennaio ‘54), sollecitati da Evola, i «suoi ragazzi» sottoscrivono una mozione, che ha per tema l’organicismo e l’anticomunismo. Ma in riva al Tirreno cessa l’autonomia statutaria del Rgsl; un’autonomia in verità già minata dalla leadership Erra (1952-54), che per mantenere in vita il Raggruppamento e tutelarlo, così, dalle troppe attenzioni (per dirla con Nicola Rao), è sceso a ulteriori compromessi con gli anziani del partito. Dopo Viareggio lo stesso Erra entrerà nella Direzionale nazionale missina e diventerà condirettore di Lotta politica, settimanale del Msi. L’ex leader de La Sfida opterà per la tattica dell’«inserimento» e si avvicinerà a Michelini il cui progetto, appunto, è quello di introdursi stabilmente nella politica che conta e di concentrare attorno a sé tutto il partito.
Presto, però, esploderanno altre contraddizioni. Rauti il rivoluzionario, già critico del «possibilismo pellista» protesterà contro il riformismo missino, deciderà di staccarsi da Erra, di emanciparsi dalla «destra» romualdiana e di dar vita a Ordine nuovo (1954). Ufficialmente, poi, ancora nel 1954, nascerà la Giovane Italia, un’associazione terzaforzista per studenti medi che si ispira al tradizionalismo cattolico, ed è molto vicina al Msi (anche se era già avviata dalla fine del 1950). Sarà presieduta anche da Gianfranceschi. Il primo documento ufficiale dell’associazione, che diverrà protagonista delle piazze triestine e poi, più in là, dei moti sessantottini, sarà l’evoliana Carta della gioventù (1951). Malgrado Evola sia anche ispiratore del gruppo radicale Ordine nuovo (che peraltro cattolico non è), fra le due formazioni giovanili non mancheranno le polemiche. Ciò a dimostrazione del fatto che negli anni Cinquanta ispirarsi al «maestro» poteva voler dire tutto e niente. Un po’ come nel nostro III millennio, d’altra parte.
                                                                                                         Maia


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