venerdì 26 novembre 2010

Karaté (a tinchitè)

Oggi Bruce Lee, protagonista mai dimenticato di pellicole sulle arti marziali cinesi, compirebbe settant’anni. Deceduto improvvisamente nel 1973, i misteri sulla sua esistenza – compresi gli ultimi giorni di vita – restano insoluti. Il primo mistero, per esempio, è il grande successo che Lee ottenne nell’ultima parte delle sua vita, nonostante le pellicole girate non fossero diciamo così di primissima scelta. Ma, forse, la ragione di questo successo (sia nella sua Hong Kong, quanto nelle altri parti del mondo), sta in un mix di contenuti.
Tanto per cominciare il primo film che dà notorietà internazionale a Bruce Lee è “Il furore della Cina colpisce ancora” ed è del 1970 (uscito nel ‘71). Siamo al “giro di boa” del ventennio che inaugura la grande popolarizzazione delle discipline marziali e in generale di educazione e cultura fisica. In Italia si potrebbe perfino parlare di “generazione-Bruce Lee” quella cioè alla quale appartengono tanti ex giovani cresciuti a pane e “film di Karate” (così noti, ma con termine assai generico) e che hanno successivamente provato una disciplina di arti marziali. Non si esagera se si afferma che la “Manga-mania” della fine degli anni Settanta è stata la continuazione con altri “mezzi” della “Karate-mania” di un lustro prima. In realtà di questa popolarizzazione della arti marziali Bruce Lee è solo parzialmente “responsabile”, essendo venuto a mancare già prima dell’uscita di “Enter the Dragon” (in italiano “I tre dell’operazione Drago”), film del ’73 che avrebbe dovuto lanciare la star nata a San Francisco nel firmamento hollywoodiano, ma sappiamo bene che il genere è andato avanti, con lui o senza di lui, con una serie infinita di pellicole e attori - tutti in fotocopia - fra i quali il più noto e ancora in attività è Jackie Chan.
In secondo luogo, possiamo dire che il successo dei film di Bruce Lee è uno dei capitoli – forse non ancora studiato a dovere – del grande “libro” dell’orgoglio cinese, cioè della fierezza di un popolo sovente umiliato, ma che non ha mai smesso di pensare a se stesso col vanto delle proprie tradizioni. È l’orgoglio di “razza”, di “appartenenza” e di “fede” a essere rivendicato dalle genti le cui tradizioni subiscono un’offesa da parte dello straniero. È una regola fissa. Ecco un esempio: il film dedicato alla leggenda del Kung fu, “Dragon. La storia di Bruce Lee”, e tratto dal romanzo della vedova Linda Lee Cadwell “Bruce Lee: the man only I knew”; un film utile per comprendere il significato delle tradizioni dei cinesi d’America e il loro atteggiamento di rifiuto verso lo straniero ospitante. Atteggiamento che “cozza”, invece, con l’apertura del giovane Bruce verso i bianchi e i neri del “nuovo mondo”.
Infine, la notorietà di Lee e la “scoperta” delle arti marziali – nulla a che vedere, ovviamente, con studi di carattere esclusivo o accademico – è uno degli ultimi esempi – quello approssimativamente “pop” – di un interessamento dell’Occidente verso l’Oriente, alimentato fin dall’inizio dalle guerre (dalla Seconda guerra mondiale a quella di Corea) e dai contatti dovuti agli scambi commerciali. Le arti marziali giapponesi sono note in Italia e in tutto l’Occidente già prima dell’avvento del fenomeno-Lee, ma Bruce Lee & soci giocano, e molto, sul fattore spettacolarizzazione. Il potere dei mass media e del cinema riesce a fare il resto, “trasformando” Karate, Kung fu e orientalismi vari in discipline alla moda. Fatte salve le intenzioni di chi si è avvicinato alle tecniche orientali per educarsi alla disciplina, acquisire agilità, forza e non ultima gradevolezza fisica, è agevole affermare che le arti orientali, oggi, facciano pienamente parte del blob-culturale della nostra parte di mondo. Ormai da quaranta-cinquant’anni il vocabolario delle arti marziali, insieme a quello delle filosofie e delle religioni orientali, è divenuto familiare al cittadino medio occidentale. A livello di tecniche di combattimento parte del “merito” è di mister Lee, figlio di un attore di Canton, che iniziò l’apprendistato col fine di sconfiggere il proprio “demone interiore”, una sorta di “fratello malvagio” del demone socratico.
Il secondo grande mistero della vita di Bruce Lee è posto invece al traguardo di questa. Studente in filosofia e lettore di Krishnamurti (quello che vuol liberare la “vita” dal falso “io”), fondatore del “Jeet kune do” (un’arte marziale che assume gli stili di altre “sorelle” cinesi, puntando sulla preparazione mentale) e da buon orientale sostenitore dell’importanza delle tecniche di concentrazione su quelle del “mero” esercizio fisico, Bruce Lee è stato prima di tutto un vero maestro di Kung fu (fra i suoi allievi hollywoodiani James Coburn) e poi anche un attore, regista e produttore. Per la moglie, per Rob Cohen che ha diretto il film sulla sua vita ma anche per il padre Li Hoi Chuen, Bruce è un predestinato (predestinato a una fine precoce e orribile), come predestinato è anche il figlio maggiore di Bruce, l’attore Brandon Lee che morirà giovanissimo nel 1993 e in circostanze misteriose, durante le riprese del “Corvo” (alimentando così la leggenda del “cavaliere nero” alla ricerca dei Lee). Forse, per il ventottenne Brandon si può parlare di effettivo mistero (per una pistola non caricata a salve), per la morte di papà Bruce a trentadue anni si può invece pensare a un evento “accidentale”, affaticamento, reazione ai farmaci o edema cerebrale…
Bruce è nato nell’ora e nell’anno del drago (il suo soprannome è Piccolo drago), è stato audace e coraggioso fin da ragazzo (in ciò ricorda un altro grande allievo di Hollywood: Steve McQueen) e allenandosi per un impressionante numero di ore a settimana è diventato un atleta di grande potenza. Già negli anni Sessanta ha sperimentato tecniche all’avanguardia. Cura la preparazione con esercizi ripetuti da body builder e da ginnasta e si è “costruito” un fisico invidiato dai grandi culturisti del tempo come “sua maestà” Arnold Schwarzenegger, non a caso attore di fama internazionale. Anche la carriera di Bruce Lee però è stata lunga (avendo debuttato ad appena tre mesi…); al suo attivo alcune serie televisive (“Green Hornet” e “Batman” nelle quali interpreta lo stesso personaggio e “Longstreet”), ma anche la delusione per essere stato scartato come attore di serie western. Un John Wayne dagli occhi a mandorla?… Per Bruce Lee il vero successo arriverà (e non poteva essere diversamente) come protagonista di film sulle arti marziali cinesi. È questa la vera “predestinazione”, questo il suo destino… Nonostante il nome venga pronunciato in continuazione come star dei film d’azione, in realtà Lee ha girato solo quattro film da protagonista: “Il furore della Cina colpisce ancora”, “Dalla Cina con furore”, “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente” (mitico il duello Bruce Lee – Chuck Norris, al Colosseo), “I tre dell’operazione Drago”, e qualche minuto del filosofico “L’ultimo combattimento di Chen” (uscito postumo). Tutti gli altri verranno realizzati dopo la morte o con materiale ritrovato; basteranno i primi però a renderlo immortale... “I tre dell’operazione Drago”, nato senza pretese, riscuote un enorme successo: è uno dei film simbolo degli anni Settanta, anni nei quali i film di “karate” occupano per mesi le sale cinematografiche.
E oggi? Oggi i settant’anni di Bruce raccontano di "generi" che hanno regalato sogni indefinibili ai ragazzi di qualche decennio fa. Commemorarlo significa, infatti, ricordare tutti i divi mai diventati vecchi, ma rinati nella leggenda. Il figlio Brandon e Rodolfo Valentino, e poi ancora: Elvis Presley, Jim Morrison e naturalmente James Dean. Il maestro di San Francisco adorava l’americano di Marion che aveva bruciato l’esistenza nello spazio di tre avventure cinematografiche. Perché? Non spetta a noi dirlo… per chi crede nei segnali della “predestinazione” le vie del “cielo” sono davvero infinite.
Maia

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