sabato 13 novembre 2010

L'enigma Morandi

«Non vi è nulla di più astratto del reale». Così parlò Giorgio Morandi, pittore e incisore fra i più celebrati del Novecento. Noto per le nature morte composte da bottiglie e oggetti di uso quotidiano, come le caffettiere. “L’enigma Morandi”, si potrebbe perfino rinominarla così la mostra allestita nell’elegante Fondazione Ferrero di Alba e curata da Maria Cristina Bandera. Una mostra dedicata al Morandi paesaggista (il titolo: “Morandi l’essenza del paesaggio” e dal 16 ottobre al 16 gennaio 2011), il secondo importante aspetto, possiamo dire così, dell’arte del pittore bolognese.
Una breve citazione posta all’inizio del percorso – percorso diviso in più sale e concluso da un breve video con testimonianze di Roberto Longhi e Riccardo Bacchelli – brucia le polveri del mistero della personalità di Morandi. «È vero, ho fatto più nature morte che paesaggi e dire che i paesaggi li amavo di più». Una frase capace di dirci ancora di più, fino al punto di ricondurre a una duplicità di forma e sostanza le componenti materiali o immateriali della pittura di Morandi. Dai paesaggi alle nature morte che col passare del tempo diverranno incredibilmente simili; dall’ispirazione antica (Piero Della Francesca, Paolo Uccello, Masaccio e Giotto) a quella moderna (soprattutto Cézanne e Picasso, Derain, Rousseau e Braque); fino appunto all’“equazione” realtà uguale astrazione (all’interno della quale è il reale a essere astratto): un’uscita da quasi-filosofo o da artista che ha accelerato la crisi delle forme e della pittura figurativa a vantaggio di un’arte “spiritualmente” astratta.
Il percorso di Morandi è stato ricco (dati gli esiti di sintesi estrema delle sue sperimentazioni, non si faccia l’errore di considerarlo una specie di nobilissimo naif!), e ha toccato molte delle tappe raggiunte dall’arte novecentesca, arricchendosi delle conoscenze e delle esperienze concesse a un uomo nato nel 1890. Nei primi dipinti degli anni Dieci è ben visibile la lezione dei maestri impressionisti. A metà del decennio Morandi verrà catturato dalle seduzioni del futurismo, infine sarà la volta della parentesi “metafisica”. La maturità morandiana, nel senso della ricerca di una via personale, comincia già negli anni Venti e i Trenta sono gli anni di un’affermazione che andrà ben oltre l’anno della morte. Prima la cattedra di “tecnica dell’incisione” ottenuta all’Accademia di Bologna per “chiara fama”, e subito dopo l’“etichetta” (attaccatagli da Longhi) di “uno dei migliori pittori viventi d’Italia”. Negli anni Quaranta Morandi esporrà alla Biennale di Venezia con Carrà e De Chirico e otterrà il premio per la pittura dal comune di Venezia, alla fine dei Cinquanta la Biennale di San Paolo del Brasile gli conferirà il Gran premio per la pittura davanti a Marc Chagall. Nel 1992, infine, a Bologna, sorgerà  il Museo “Morandi”. L’esposizione di due anni fa al Metropolitan Museum di New York, lo "classifica" uno dei più grandi artisti del Novecento insieme a nomi da leggenda come Picasso. Mica male!
Settantadue le opere in mostra ad Alba: tele più sei acquarelli su carta (1940-1950). Mezzo secolo di arte morandiana. Si comincia coi primi anni Dieci col primo dipinto datato: una nevicata del 1910. I quadri si arricchiscono di elementi singolari già negli anni Trenta (splendido il “Paesaggio” del 1932, viva espressione di  un sentimento che – come diceva lo stesso artista – amava concentrarsi su una gamma ristretta di soggetti, ma con un tempo assai più lungo del consueto). Altra “svolta” negli anni della Seconda guerra mondiale, periodo nel quale Morandi va a vivere a Grizzana. Nel verde dell’Appennino bolognese, l’ormai cinquantenne artista raggiunge il massimo della capacità espressiva, dipingendo una serie di paesaggi nei luoghi che egli stesso considera i più belli al mondo. Sono anni nei quali attraverso l’utilizzo minimo del colore, con un velo di “poesia” e tratti semplici fino a giungere a risultanze sintetiche, il paesaggio morandiano trasmette sentimenti, paure e angosce del peggior periodo del conflitto mondiale. È questo il momento più significativo per l’artista, un “riassunto” della capacità di dialogo (di “domanda” e “risposta”) con l’amata campagna bolognese.
La guerra finisce ma Morandi non sembra aver bruciato alcuna esperienza. Anzi, ha sommato i mesi trascorsi gli uni agli altri. Il risultato è ancora poesia mescolata a mistero. I Cinquanta tornano a essere gli anni dei cortili di via Fondazza nr. 36 (luogo di Bologna nel quale Morandi abitò), alternati ai paesaggi di Grizzana; anni nei quali i soggetti sono ridotti al minimo (tutta la pittura sembra convergere su una singola enigmatica idea); i Sessanta, infine, gli anni nei quali nella pittura del bolognese la composizione-apparizione di forme geometriche si fa del tutto essenziale, come nella consapevolezza di un traguardo (chissà) quasi raggiunto. Poi, la morte.
Anni Trenta? Quaranta? Cinquanta? Poco importa. I paesaggi morandiani contagiano un’idea unica (a tratti inquietante): verde, case e campi immersi negli Appennini sono “realtà” di secondo grado, raccolte o codificate dall’occhio di un’artista pronto ad afferrarle nella loro “reale astrazione” («tutto è astratto anche quello che vediamo», diceva Morandi). Poi? Poi, vengono riportate su tela, in compagnia degli stati d’animo di chi ha la capacità di comporle (anzi le une e gli altri sono del tutto indistinguibili). È un messaggio tipicamente novecentesco quello di Giorgio Morandi: la prevalenza del soggetto sulla realtà. Nulla riesce a “esistere” al di là di chi osserva, con gli occhi, il cervello e naturalmente anche col cuore.
Maia

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