mercoledì 10 novembre 2010

L'opera sta morendo

Enrico Stinchelli, da più di vent’anni conduce su Rai Radiotre, insieme a Michele Suozzo, “La Barcaccia” un varietà operistico che ha formato più di una generazione di melomani o di semplici appassionati. Quante ugole d’oro sono state intervistate dai due brillanti conduttori (oramai fra le coppie più celebri della Radio, in stile Arbore e Boncompagni)... da Luciano Pavarotti a Renata Scotto, da Montserrat Caballé ad Alfredo Kraus, da Giuseppe Di Stefano a Franco Corelli, fino ai giovani interpreti dei giorni nostri. “La Barcaccia” ha contribuito a cambiare il modo di percepire lo spettacolo operistico: il teatro d’opera non come noioso contenitore di suoni spesso incomprensibili, ma come luogo ove ricreare spirito e sensi, nel quale letizia e divertimento si nascondono dietro ogni singolo accadimento. Stinchelli, tenore egli stesso (scrittore, regista e da un po’ anche personaggio televisivo), è dotato di spirito ironico e si permette di affrontare ogni argomento con la giusta dose di leggerezza. In attesa che esca il suo ultimo libro (Opera – O.P.E.R.A., Zecchini editore), gli abbiamo chiesto quel che pensa del momento di crisi che attraversa la cultura musicale nel mostro Paese.
Enrico, una cosa prima di tutto. Poche settimane fa si sono festeggiati i quarant’anni dalla prima puntata di “Alto Gradimento”. Per chi come te fa Radio da moltissimo tempo che significato ha quel programma?
Un punto di partenza e di arrivo al tempo stesso, un programma irripetibile. Il massimo della mia emozione avvenne quando fui ospite di un programma televisivo su Rai3, in cui venne invitato anche Renzo Arbore. Gli venne fatta ascoltare una gag tratta dalla “Barcaccia”, “Tutto il canto acuto per acuto” (parodia della celebre trasmissione dedicata al calcio), in cui imitavo le voci dei vari radiocronisti... Arbore disse: “Perfetta! Ci siamo!”. Fu una benedizione!


Da te ci si aspetta sempre una risposta al pepe, come pensi si stia muovendo l’attuale governo in tema di politiche culturali?
È ovvio e scontato dire che la cultura, la musica, l'arte vanno finanziate sempre e comunque, non possono diminuire gli introiti, è delittuoso ma... se le gestioni delle fondazioni liriche non fanno altro che produrre deficit da anni, decenni, con il benestare di tutti, lo Stato (rappresentato  da  un qualunque  governo, sia esso di destra o di sinistra) non può e non deve gettare milioni di euro in un pozzo senza  fondo. È immorale in una situazione di crisi generalizzata. Quindi è bene che il sistema cambi e vada profondamente riformato. Ogni rivoluzione, purtroppo, miete vittime e lascia una scia di sangue. Cosa può fare un Ministro quando ha sul tavolo una serie di bilanci fallimentari, in cui non si garantisce più lo stipendio a centinaia di dipendenti? Finita l’era dello Stato-Pantalone.


Fra qualche settimana uscirà il tuo nuovo libro, di cosa parlerai in particolare? Un’anticipazione.
Si intitola “Opera, Oggi Purtroppo È Raro Ascoltarla”. È un pamphlet cospicuo in cui parlo a ruota libera dell’Opera com’era, com’è e come... forse... sarà. Non lesinando nomi e rivelazioni sconosciute alla maggior parte degli appassionati. C’è anche un capitolo simpatico, “lo Stinchellario”, in cui ho raccolto materiale inedito e interessante...


Il mondo dell’opera viene visto quasi come un’isola felice (in realtà però negli ultimi mesi ci si è accorti come sia attraversato da mille problemi e questioni), cosa ti senti di dire in proposito?
È un’isola felice per le anime pie, ma non lo è affatto per chi vive e lavora all'interno dei suoi meccanismi perversi. Il malaffare è all'ordine del giorno: bilanci fasulli, personale assunto “allegramente”, malversazioni, raggiri, soldi al nero, tangenti. Cantanti che pagano per cantare, balletti rosa poi, non ne parliamo. Non per fare il moralista, ma da semplice osservatore trovo abbastanza ripugnante questo sistema e  ripeto: va cambiato radicalmente. Siamo in piena operopoli. Basta guardare ai teatri di Bologna, Genova, Catania, la  stessa  Roma... ma quando si tocca il fondo è più facile riemergere.


Credi che il mondo dell’opera abbia ancora un futuro allora? E cosa si potrebbe fare per te per controbilanciare gli altissimi costi degli spettacoli, le crisi economiche oramai “perenni” e non ultima la crisi dei veri talenti?
Così com’è no, non ha alcun futuro. Il  rischio per i teatri è altissimo e cioè che si trasformino via via in teatri “di servizio”: per lo più destinati a qualche evento particolare, mescolando i generi, confondendo l’Opera con il musical o con il “Talent Show”. Credo che sia necessario sfoltire i ranghi; molti teatri hanno personale eccedente rispetto ai pochi spettacoli che producono. Il San Carlo di Napoli ha centinaia di dipendenti e pochissimi titoli in cartellone, non è possibile. Bisogna, per me, ridurre le spese degli allestimenti ottimizzando le risorse interne e non appaltando nulla al di fuori del teatro, far lavorare gente nuova ed entusiasta liquidando antiche baronie registiche o folli sperimentatori, rendere più dinamiche ed elastiche le orchestre e le masse corali, spesso pachidermiche e afflitte da una pletora di sigle sindacali. Incentivare le coproduzioni e il decentramento, creare più spettacoli a costi più bassi, frenare l’egemonia talvolta ricattatoria di alcune agenzie. Una parola... vero? Ma se non si comincia subito, i teatri uno a uno spariranno... già sta accadendo: il Carlo Felice di Genova ha annunciato la cassa integrazione per i dipendenti, a fronte di un deficit  pauroso.


In cauda, l’Italia è ancora la patria dell’arte e del “bel-canto”?
L'Italia è il paese del Bel-CONTO.

Maia

Nessun commento:

Posta un commento