martedì 9 novembre 2010

Mafaldina con molto sale

Imprevedibile, impegnata, irrequieta e anche intelligente. Queste sono le quattro “i” di Mafalda, la bambina contestatrice creata da Quino (cioè Joaquin Lavado), il fumettista argentino nel biennio 1963-64 e “tenuta in vita” per dieci anni, fino appunto al 1973. Ma c’è una quinta “i” mafaldina quella che, tuttavia, piace un po’ meno a chi ama i personaggi dei fumetti (d’ogni tempo e luogo) e il sesso femminile (anch’esso d’ogni tempo e luogo), ed è la “i” di imitata. Non ci riferiamo alle storielle costruite ad arte dai maestri della matita, quanto piuttosto alle piccole-Mafalda-crescono in carne e ossa delle ultime generazioni: adolescenti (anche a trent’anni), umorali, femministe (nel peggiore dei modi, perché c’è un femminismo – come d’altra parte un maschilismo – pienamente sopportabile, etico), egocentriche e irrispettose, ma anche (all’occorrenza) permalose e convinte del “potere” della propria mente, manco fossero tutte delle Blavatsky. In sedicesimi naturalmente.
Il tipo alla Mafalda, la ragazzina ribelle che la sera, prima di addormentarsi, e la mattina, appena sveglia, saluta il mondo (che evidentemente la osserva, o piuttosto lei spera sia così…), è quello sopravvissuto agli anni Sessanta. Ma è il tipo che dal mondo che stava cambiando (tutto sommato in meglio), ha ereditato i peggiori difetti. In lei un mix di romantico non-so-cosa (probabilmente neanche lei sa “cosa”) e di ironica insofferenza alle regole (vecchie o nuove che siano, purché non le stabilisca lei quelle regole…); un boccone annegato in un superdonnismo un po’ situazionita, un po’ rompiscatole. La partenza è da ingenue e l’arrivo da maliziose. Felipe l’amichetto del cuore e Mafalda giocano a scacchi. Felipe: «Sei fritta! Scacco!»; Mafalda: «Posso impiegare la “difesa siciliana”?»; Felipe: «Fa’ pure»; Mafalda (butta tutto in aria): «Cornuto sei! ...grazie». E da lì il diluvio.
 
Ma a parte uno o due “difettucci”, Mafalda resta pur sempre una deliziosa figlia dei nostri anni inquieti (e anche belli). Anni nei quali è possibile farsi scappare qualche verità di troppo, fino a spingere verso una crisi dagli effetti “irreversibili” chi siede di fronte. Perché tanto è “giusto” così, perché un po’ tutti sono rosi dai sensi di colpa…  Sono gli anni dei grandi o piccoli rifiuti, delle incognite – e che incognite! - sulla guerra in Vietnam e sui popoli non-occidentali che si affacciano dalle finestre di un mondo meno che misero. Anni nei quali la contestazione (che non sa di diventare quel che diventerà), entra fin dentro le mura di casa. Mafalda è una bambina di appena sei anni che si sente cittadina del mondo e costi quel che costi con esso vuol dialogare. Come tutte le ribelli, ha una famiglia più o meno normale: papà è impiegato e possiede le sue passioni dopolavoriste (le piante), la mamma è casalinga e dopo anni di studi ha abbandonato tutto a causa del matrimonio. Inutile dire che sarà lei – in ragione di scelte poco opportune e di una carriera interrotta – la prima “vittima” del malcontento della figlia. Negli anni Venti si sarebbe detto che la bambina è una “maschietta”, cioè una “donna” ben consapevole del proprio ruolo, ma Mafalda non è ancora femmina tanto da non poter contare sul proprio sesso “a piacimento”, come per esempio farebbe un personaggio dei Peanuts di Schulz.
 
Il maschio di casa è lei dunque, lei che rimprovera il papà di essere un rinunciatario, di non essere forse quello che i suoi sogni a occhi aperti le suggerirebbero. Un dialogo fra Mafalda e il papà. Mafalda: «Papà, cosa vuol dire essere padroni di sé stessi?»; papà: «Che quelli che affrontano la vita audacemente, con decisione, sono padroni del proprio destino»; Mafalda (prima fra sé e sé): «Accipicchia! Proprietari del destino!... Tu non hai mai fatto il contratto, vero?». Ma questo è poco. Mamma e papà sono costretti a piegarsi alle sue richieste (sovente un po’ capricciose), non rispondono a tutte le domande (a quelle difficili per due comuni genitori, certamente no: «Papà, sapresti spiegarmi perché l’umanità funziona così male?...»), e temono infine le reazioni della piccola. Un tiranno? No, piuttosto un critico col fare del giustiziere, ma umano molto umano. Alla radio: «“…e il papa ha elevato una nuova preghiera di pace”»; Mafalda: «E Dio era occupato come al solito, no?». Oppure con Felipe. Mafalda: «Tragedie dappertutto! Come va male il mondo!!… E chi è il colpevole, eh? Che venga fuori che lo sistemo, io!»; Felipe: «Il mondo va male da secoli. Mi senti? Da secoli!»; Mafalda: «Allora il colpevole deve essere morto! Vigliacco!».

D’altra parte Mafalda “mastica” la politica a modo suo, possiede una conoscenza appena appena sufficiente delle cose del mondo; nel senso che conosce i nomi delle “cose” ma non le “cose stesse”. È una bambina che farà strada, questo lo possiamo dire… La bambina, per esempio, vuol sapere tutto sulla guerra del Vietnam (ma in pochi sono in grado di dirgli qualcosa), parla di comunismo (ma “confonde” i russi con gli indiani, perché entrambi sono rossi…) e come ogni “contestatore” che si rispetti – magari non troppo di sinistra o moderatamente di sinistra – vede la politica dappertutto. Ancora lei, Felipe e gli scacchi. Felipe: «Papà mi ha spiegato come funzionano gli scacchi. Prima si sistemano le pedine, su questa linea … poi, su quest’altra il re, la regina, e…»; Mafalda: «Ma come!... No, no, no!... Sarà proprio il contrario. Prima il re e la regina, e poi le pedine»; Felipe: «No, papà mi ha detto prima le pedine!»; Mafalda: «È comunista tuo papà? Eh? Vero che è comunista?... No?... Sì, lo è! Eh? È comunista! Non è vero? Eh?».
Domanda “terribile” posta in anni nei quali definirsi comunista era a volte un vantaggio – ricordando quello che da noi aveva scritto Ennio Flaiano – a volte un’etichetta pesante e fastidiosa. Lo scopo di Mafalda (e dunque di Quino) è quello di rivelare quanto difficile sia la risposta ai quesiti che presuppongono il candore (a volte anche irresponsabile) dei bambini. Domande e affermazioni di Mafalda resteranno orfane di repliche e risposte perché il mondo di Mafalda – al quale, magari senza saperlo, solo ella stessa appartiene – non è il mondo degli adulti. È un altro mondo, né parallelo né lontano né vicino, semplicemente un altro, la cui distanza da quello “normale” non è affatto misurabile. Quest’ultimo fatto di compromessi, fughe e silenzi, quello di Mafalda costruito sulle “naturali” speranze di una bambina. Le speranze che i diritti (di tutti gli) umani cessino di essere calpestati un giorno o l’altro e che il mondo – quello di Mafalda, quello dei suoi e dei nostri anni – non muoia diviso e in lotta con se stesso.
 
«Sono stufa di comunismo e capitalismo! Perché non si può vivere in un mondo senza scelte? Detesto le scelte!». Quale filosofo pronuncia questa frase? Theodor Adorno per caso? No, è semplice. Una bambina dai capelli neri, il fiocco in testa e il gonnellino sopra il ginocchio. Mafalda. E pensare che tutto nacque per merito di un trentenne autore di fumetti, per una campagna pubblicitaria sui giornali e una linea di elettrodomestici da lanciare. Per fortuna, un “appuntamento” fallito all’ultimo minuto, sennò, chissà, quale commento sarebbe scappato alla sobria Mafalda… «Io e una lavatrice? Ma servirà prima di tutto a lavare le coscienze?». Lo sguardo un po’ perso nel vuoto, avrebbe detto qualcosa del genere. Come minimo.

                                                                                                                Maia
 

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