lunedì 8 novembre 2010

Woody Allen? Arruoliamolo!

Due mesi fa (il 18 settembre), ha reso manifesta la sua sfiducia verso le religioni per l’ennesima volta in un’intervista a Repubblica. Parliamo di Woody Allen del quale è in uscita il nuovo film Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno (in Italia è atteso per il 3 dicembre); un film nel quale riversa il proprio pensiero sulla pericolosità delle illusioni, specie quelle vendute a basso prezzo da ciarlatani, cartomanti e maghetti in sedicesimi. Un argomento gemellabile a un altro tema chiaramente alleniano quello della “fortuna” e della casualità di ogni relazione o avvenimento.   
 «Io trovo che la vita non abbia alcun senso», aveva dichiarato il regista di straordinarie pellicole dedicate proprio a quel denso mistero che è “il senso della vita” a un divertito Paolo Bonolis, qualche anno fa (era il 2006) su Canale5. Un’intervista che aveva suscitato scalpore anche perché il suo doppiatore storico (e purtroppo scomparso) Oreste Lionello aveva finito per dissociarsi dalle posizioni atee del regista di Manhattan, malgrado fossero state rese pubbliche con garbo e con magistrale ironia.
Uno dei pregi che abbiamo sempre riconosciuto a Woody, attore e regista di Io e Annie, Scoop! e di tanti altri capolavori, è la capacità di sottile comunicatore di vizi e virtù degli uomini, una qualità che non viene meno neanche quando il nostro si caccia (suo malgrado) in alcune discussioni cosiddette “di alto tenore”. Io non sono un intellettuale, ha sempre dichiaro Allen in tutte le interviste e poi più specificamente a Repubblica: «…Sono ignorante. Leggo perché devo leggere. Per me divertimento è guardare una partita di football e bere una birra». Ogni vero “pensatore” guarda il mondo con occhi e mente sempre “vergini”, cercando spunti e riflessioni per qualsiasi circostanza. In tutti questi anni di onesta carriera Allen ha indicato due vie essenziali per “accostarsi” (la proposizione è ironica, ovviamente) a quello che comunemente viene definito il “sacro”, e in entrambe come per un “filosofo” d’antica scuola la sua razionalità ha finito per avere la meglio su qualsiasi tipo di superstizione.
In primo luogo, c’è una via che è anche una palese presa in giro di certa intellettualità (anche di chiara fama…). È quella del vortice delle argomentazioni (coltissime ma sostanzialmente vuote) per mezzo delle quali taluni “giustificano” l’esistenza di una qualche divinità onnipotente. Ecco per esempio il dialogo fra il non credente Boris (Allen) e Sonja (Diane Keaton) in Amore e guerra (1975): Sonja: «Boris, ti dimostro come è assurda la tua posizione. D’accordo diciamo che Dio non c’è e ogni uomo è libero di fare tutto quello che vuole. Bé e allora chi ti impedisce di ammazzare qualcuno?»; Boris: «L’omicidio è immorale!»; Sonja: «L’immoralità è soggettiva…»; Boris: «Sì, ma la soggettività è oggettiva»; Sonja: «Non negli schemi percettivi razionali!»; Boris: «La percezione è irrazionale, implica imminenza!»; Sonja: «Ma il giudizio di ogni sistema o relazione prioritaria dei fenomeni esiste in ogni contraddizione razionale o metafisica o almeno epistemologica per concetti astratti ed empirici come esistere o essere o accadere nella cosa stessa o della cosa stessa»: Borjs (confuso): «Sì, questo è vero. Anch’io lo dico sempre…». Il risultato? La risposta al quesito iniziale sull’esistenza di Dio? Non c’è ovviamente.
 Sull’impronta di un Allen decisamente ironico, e nell’ultimo dei suoi vecchi racconti (Saperla lunga, in Italia da Bompiani), c’è anche una presa in giro altrettanto efficace ma morbida e meno pungente della “condizione” umana nel “postmortem”. Il protagonista è a colloquio col dottor Helmholtz psicanalista ex-freudiano, quello che afferma che la psicanalisi contemporanea è «un mito tenuto vivo dall’industria dei divani», per intenderci. In coda al racconto il dottore partorisce almeno un paio di genuine “intuizioni”, circa il destino dell’uomo su questa terra e  nell’altrove: «Se l’uomo fosse immortale, riuscireste ad immaginare a quanto ammonterebbe il conto del macellaio?»; e poi: «Non credo in una vita ultraterrena; comunque porto sempre con me la biancheria di ricambio».
Questo è l’Allen “cinematografico”, quello che gli ammiratori conoscono alla perfezione. La seconda via alleniana, invece, è meno ironica, più diretta e meno artistica, a volte perfino decisa; questa via la indica lo stesso regista nel corso delle interviste che concede con poco entusiasmo ma sempre con sincera cortesia. Religioni grandi e piccole, sette, gruppi più meno conosciuti e uomini di fede che utilizzano il proprio credo o le proprie “virtù” mistiche per mettere in piedi una qualsiasi forma di organizzazione a carattere “politico”, o per scopi “sociali”? Tutta roba che fa male e che nulla ha a che vedere con quel Dio che Allen non ha mai conosciuto, nonostante le speranze di poterlo vedere rimangano però del tutto vive (“E se domani, all’improvviso, rilascerà un’intervista?”, diceva Boris in Amore e guerra), e nonostante lo stesso regista riconosca “legittima cittadinanza” a una religiosità vissuta come puro e semplice “sentimento”. Così si esprimeva, per esempio, il settantacinquenne newyorkese nella celebre intervista rilasciata a Bonolis quasi cinque anni fa: «…fra ebrei e cristiani non c’è alcuna differenza… e sono solo inutili al mondo. Credo che le religioni siano solo organizzazioni o gruppi politici composti da ciarlatani: ebrei, cristiani e musulmani sono tutti uguali… Tutti a dirci di sapere quello che vuole Dio, come dobbiamo vivere la nostra vita; vogliono la nostra fedeltà, i nostri soldi. Li considero uno spreco di tempo, è solo l’opportunità di aderire a un circolo che esclude gli altri, che ci dice “non sposare una persona di un altro circolo, sii fedele alle persone del tuo circolo”… è puro sciovinismo senza alcun tipo di sentimento religioso… Io non ho nulla in contrario ai sentimenti religiosi personali, tutti gli essere umani del mondo possono provare sentimenti religiosi personali e un senso di trascendenza, il senso che esista qualcos’altro, che esista un profondo senso della vita; sono sentimenti legittimi… Io personalmente non ci credo, molti invece sì e io li rispetto ma questo non ha nulla a che fare con i gruppi organizzati, con le loro regole, i soldi che ti fanno pagare, le usanze che ti fanno seguire, i vestiti che ti fanno indossare, le gerarchie a cui ti fanno obbedire… e che ti dicono poi di avere le risposte alla vita. Tutto questo io lo trovo veramente assurdo!».
 
 Nulla da dire: è una dichiarazione d’ateismo. Di sfiducia verso le grandi confessioni e verso quelle “autorità” pronte a stabilire comandamenti e relazioni con l’inconoscibile, sia esso il futuro o il mondo dei morti. È ovviamente un’affermazione fortemente relativista (magari non piacerà…), un’ammissione pacifica (più che pacifista), anti-estremista, ma soprattutto una dichiarazione appena sussurrata di tolleranza e di disarmata laicità, rara in tempi come i nostri ove tutti si atteggiano a “ultras” di qualcosa, “ultras” per esempio di quel laicismo “armato” di cui non si percepiscono i sussurri bensì le grida. Una dichiarazione, infine, che Allen ha confermato (celandola dietro un ispirato pragmatismo), anche sulle pagine di Repubblica in occasione dell’uscita statunitense di Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno (che è una frase “tipica” da veggente-indovino sulla quale l’autore intende ironizzare): «Per me non esiste nessuna differenza tra una cartomante, un biscotto della fortuna o una delle religioni ufficiali. Sono tutti sistemi validi o non validi, altrettanto utili». Che dire? “Armato” di coerenza, il nostro Woody non ha mai fatto della propria condizione di ateo (una condizione che a volte, lo sappiamo bene, lui stesso ha vissuto con sofferenza), una bandiera da sventolare con la rabbiosa certezza di dover sorgere dalla parte giusta fra i possibili litorali. Probabilmente l’autore di Tutti dicono I love you non sarà fra gli adoratori di Christopher Hitchens e del suo duro God is not great. How Religion Poisons everything (Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, in Italia da Einaudi), forse non saprà che in Italia quello del laicismo – soprattutto dell’anticattolicesimo – è un argomento per salotti televisivi pomeridiani, nei quali si accapigliano preti, di breve e lungo corso, e neo-positivisti con velleità da star del video.
 
Bé Woody Allen è altra roba davvero. La sua grandezza, per dirne una, è quella di non avere nemici ma di possedere tanto (tanto) onore, essendoselo conquistato con motti e battute di questo sapore: «Per te sono un ateo ma per Dio sono una leale opposizione». Quanti atei oggi (o magari quanti barzellettieri a part time…), arriverebbero a far loro un motto di tale eleganza?
Maia
                                                                                                                     
                                                                                                       

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