venerdì 31 dicembre 2010

C'era una volta il "capitano"

Esistono due modelli di interpretazione circa le vicende di Corneliu Zelea Codreanu, leggendario legionario rumeno, attivo fra le due guerre mondiali. Il primo è l’assoluto (spesso isterico) rifiuto di un piccolo Hitler rumeno, il secondo è la glorificazione del grande e bel personaggio tutto onore e fedeltà, scomodo perfino agli alleati.
Un libro edito da Solfanelli – per la collana saperi storia (Paolo Rizza, Guardia di ferro, 2009; pp. 64 euro 7.00) – ci consegna invece un Codreanu più di sostanza, a metà fra fede e idealità, fautore di un antirazionalismo fattivo – fondato su un cristianesimo “eroico” di disciplina e preghiera – e non solo di protesta o uomo-immagine; una figura singolare, la cui tragicità è specchio di un periodo nel quale i fascismi giocarono partite destinate a influire sulla fortuna dei popoli e sulle scelte dei governanti. Non un personaggio da poco, insomma al quale sembra opportuno non operare né sconti né regali. Un bravo allora a Rizza che svela, fin dall’inizio, quale parere intende accordare circa il fondatore della “Legione dell’Arcangelo Michele” (1927) e della successiva Guardia di ferro (1930): «La dichiarata avversione al comune retroterra razionalistico e anticristiano della democrazia, del liberalismo e del socialismo, costituisce dunque il tratto più facilmente individuabile del movimento guardista di Codreanu, al quale sarebbe però limitativo attribuire una connotazione esclusivamente politica; esso infatti aspirava costantemente a trarre il senso più intimo della sua presenza dal patrimonio spirituale di una tradizione storicamente incarnatasi nella fede cristiana, intesa da Codreanu come la sola prospettiva capace di garantire una vera rinascita spirituale e civile della Romania». E anche se l’autore non lo scrive, è questo il limite maggiore della creazione spirituale di Codreanu dal sottofondo tradizional/religioso. Peraltro parecchio imitato.
 
 Per non qualificare in modo aleatorio il programma della milizia del “capitano” è bene però elencare i capisaldi del Codreanu-pensiero: antilluminismo e ovviamente valorizzazione della tradizione insita nella cristianità, antidemocraticità come prassi e valore, infine ridimensionamento del potere economico ad attività resa per soddisfare i bisogni materiali («Nella persuasione secondo la quale all’economia non può essere attribuito il compito primario di organizzare le molteplici manifestazioni che caratterizzano l’esistenza di una comunità umana e politica, va ravvisato uno dei tratti essenziali dell’opposizione legionaria alla forma mentis delle moderne ideologie razionalistiche e illuministiche, ispirate dalla comune negazione dei principi gerarchici e religiosi compendiati nel Cristianesimo»). Un programma ovviamente spirituale che è facile spingere all’interno di un filone reazionario e controrivoluzionario. Piaccia o meno questo e altro ancora accadeva nell’Europa “ortodossa” di settant’anni fa dove Codreanu moriva, nell’autunno del 1938, durante l’ennesima carcerazione. Forse fucilato, forse già all’interno della prigione.
 La battaglia del “capitano” fu principalmente identitaria, antiborghese in primo luogo – nel senso di contrasto al dominio della materia – e volta contro le forze della cosiddetta antitradizione. E fu la tipica battaglia meta-politica in nome di entità superiori che si combatté fra le due guerre. Sentiamo ancora Rizza: «La sfida apertamente lanciata dal legionarismo contro il potere delle oligarchie democratiche legate alla finanza internazionale e prevalentemente gestite da ebrei … e contro la propaganda comunista … si fondava proprio sul convincimento in base al quale solo un’azione diretta alla difesa e alla salvaguardia della specifica identità romena avrebbe potuto costituire una valida alternativa al disordine prodotto dalla sovversione plutocratica e marxista». Fu una lotta nella quale il soggetto (l’uomo) e l’oggetto delle attenzioni legionarie coincisero alla perfezione. Fu una lotta per l’uomo nuovo (o uomo differenziato, che dir si voglia), forse l’ultimo vero duello intestino dell’intera Europa se si eccettua quella guerra fredda che, “guerra” appunto, per ragioni arcinote lo fu più di forma che di sostanza. Evidentemente il nazionalismo rumeno non discendeva affatto, e l’autore ci tiene a dirlo, da una «divinizzazione o assolutizzazione di una realtà storica e umana (la nazione)» moderna, bensì dalle tradizioni religiose e civili proprie della Romania; era semplicemente a queste che il “capitano” e gli altri legionari intendevano ispirarsi quando citavano quell’uomo nuovo, “morale” di cui da più parti, in Occidente, s’andava celebrando la nascita. Siamo dunque nel pieno della “personificazione” della battaglia politica, fenomeno tipicamente novecentesco. Fine della categorie (l’individuo nel suo valore numerico come, appunto, categoria vivente) e valorizzazione delle specificità e delle singolarità culturali, territoriali e spirituali di fede e tradizione religiosa.
 Così a trattare del razzismo (in senso lato) dell’altrettanto leggendaria Guardia di ferro il passo è breve. Rizza parla di un «pericolo» ravvisato da Codreanu, «incombente sui destini della propria terra e più vastamente una minaccia volta a distruggere i fondamenti religiosi e culturali della civiltà europea», cioè dell’ebreo; una minaccia più religiosa (quello di Codreanu fu vero e proprio antigiudaismo), che “politica”, dovuta essenzialmente «alla funzione negativa e dissolutrice che il giudaismo, inteso prevalentemente come messianismo materialistico, ha svolto in stretta concomitanza con i similari orientamenti antitradizionali della cultura moderna». Può bastare così no?
Pericoloso, molto pericoloso, anche se lontano dal paganesimo tedesco. Pare.
Maia

Nessun commento:

Posta un commento