venerdì 31 dicembre 2010

E per i "fascisti" spiritosi? Alto Gradimento!

«Alto Gradimento, la trasmissione del momento!», ripeteva con vocina nasale e un po’ sciocchina Max Vinella, giornalista improvvisato (raccomandato), e inviato di nera e di cronaca locale della trasmissione Rai più irriverente della lunga storia della radio nazionale. Vinella era ovviamente un personaggio inventato – come la stragrande maggioranza delle “tizie” e dei tizi strampalati che fu possibile ascoltare per quasi tutti gli anni Settanta sul secondo canale Radio-Rai all’ora di pranzo – dai quattro moschettieri dell’intrattenimento radiofonico che rispondevano al nome di Gianni Boncompagni, Renzo Arbore, Mario Marenco e Giorgio Bracardi (che prestava la sua duttilissima voce all’inviato speciale). Insieme a loro, a volte, anche Franco Bracardi, fratello di Giorgio e Marcello Casco.
 “Alto Gradimento” la trasmissione di un “momento” che sembra non passare mai, ha compiuto quarant’anni. Dizionari, memorie sedimentate e “libri mastri” ufficiali, in verità mai troppo prodighi di complimenti verso quel programma musicale d’“attualità surrealdemenziale”, datano al 7 luglio 1970 l’inizio della grande avventura radiofonica che ha cambiato il vocabolario della radio fino a quel momento estremamente rigido – una su tutte: venne trasmetta la prima pernacchia radiofonica – e con esso il modo di condurre le trasmissioni, presentare gli ospiti, diffondere la musica, parlare al pubblico e introdurre la pubblicità. Si pensi per esempio quanto dello stile di quegli anni c’è, oggi, in Fiorello o nel duo Lillo e Greg. Quella data però potrebbe essere spostata di qualche giorno, qualora si volesse prestar fede a una dichiarazione dello stesso Arbore, rilasciata nel corso della lunga vita di Alto Gradimento: «… due giovani valorosi… coraggiosi… indomiti… iniziavano nel ’70, il 14 luglio per la precisione, giorno della presa della Bastiglia, una nuova trasmissione radiofonica… superavano mille e mille ostacoli, armati solo del loro coraggio riuscivano a mettere in onda il primo numero del programma Alto Gradimento». Quisquilie da sgobboni direbbe Totò? Forse, volendo però è anche un assist per gli storici dello spettacolo.
 Chi erano e cosa facevano i personaggi o meglio le voci di Alto Gradimento? E poi: quali furono i significati “profondi” di quei sette anni? Dopotutto, anche un programma leggero ha i suoi segreti da rivelare specie se lo si ascolta con anni di ritardo. La prima serie di Alto Gradimento rimane ovviamente inimitabile, ad essa seguiranno numerose riprese con vari titoli (siamo al 1983), fino alla preziosissima trasmissione degli “highlights” la domenica mattina a Radio1 fra il settembre del ’98 e il marzo del ’99; un intervallo di stupendo “amarcord” per chi per ragioni anagrafiche, o altro, negli anni d’oro non aveva goduto dell’originale diffusione. In due parole “Alto Gradimento” fu la riscossione di una “cambiale” tutta genio e creatività avvenuta negli anni Settanta, poi negli Ottanta e così via.
 In un’ora di trasmissione, gli accadimenti dell’Italia risultavano come filtrati dal linguaggio degli scanzonatissimi conduttori. Immaginate un film di Dino Risi (“I mostri” o quello a più mani “I nuovi mostri”), immaginate quell’Italia cinica già avviata alla maturità e talvolta anche al vizio, ma immaginatela ancora per un po’ candida, come “il migliore dei mondi possibili”. Un’Italia al punto di “passaggio” ove lo stupore per ciò che non andava per il verso giusto, più che rabbia o collera era ancora sorriso, ove il passato non pesava come un macigno sulle coscienze di cinquanta milioni di cittadini, ove gli echi dei mutamenti nei costumi e nei comportamenti sociali erano motivo di allegria, di fertile goliardia. Di ottimismo. Senza bocconi amari, senza il sospetto che un giorno saremmo diventati tutti “marci” o “truffatori” o “corrotti” o “imbroglioni”. Ecco, immaginate quell’Italia per tutti i gusti, bella e forse impossibile...
 In un Paese come quello, perfino il “perfido” fascismo era un argomento sul quale ridere. Un argomento da prendere alla leggera in anticipo di un decennio sulle (nuove e serie) valutazioni politiche in tema di Ventennio, e di trent’anni almeno sul talento comico di Corrado Guzzanti e dei suoi “Fascisti su Marte”. Al tempo, grazie a Bracardi e alla voce del federale “Catenacci”, era permesso far finta di inneggiare a “Lui”. Non mancavano le barzellette sulla “grandezza” dell’Italia del Ventennio, si scherzava su fascisti e comunisti che si giocavano l’ideologia a braccio di ferro, su un certo Pavanati, gerarca mai esistito, guardaspalle del Duce che grazie alla sua “fedeltà” aveva vinto il “manganello d’oro”, come ambitissimo premio alla carriera… Ed era permesso far paragoni (ovviamente bislacchi), fra “quelli” di ieri e quelli di oggi, ove “quelli” stava per i politici, e “quelli” di ieri erano molto meglio di “quelli” di oggi (una riedizione insomma dell’ormai noioso: si stava meglio quando si stava peggio); era permesso, diciamoci la verità, sorridere con intelligenza e libertà, senza alcun retro pensiero.
 Celebrando i 40 anni di “Alto Gradimento” il Corriere della sera del 4 luglio 2010 ha ospitato un’intervista di Paolo di Stefano a Mario Marenco, attore talentuoso fin sulla cima dei capelli (il suo talento è pari a quello di un altro personaggio della corte di Arbore: Roberto Benigni). Il comico radiofonico si è autocitato e ha citato anche Bracardi come pedina fondamentale per il successo senza tempo di “Alto Gradimento”. Non solo Arbore e Boncompagni dunque. Ai quali peraltro tutti riconoscono, per i successi che seguiranno, qualità da geniacci irriverenti dello spettacolo radiotelevisivo italiano. Al pari di quelli di Bracardi che poi ripropose in Tv le sue invenzioni, i personaggi di Marenco, coi loro tormentoni di “gran classe”, hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario dei ragazzi dei Settanta. A cominciare dal generale Damigiani (“clone” del vivente colonnello Buttiglione), anziano militare, distratto e smemorato che “rivoluzionava” l’austerità delle forze armate dello Stato, passando per il comandante-astronauta Raymundo Navarro, perduto nello spazio da ocho años, vittima dei sogni e delle velleità europee. A ripensarci dunque, molti vizi reali di quel mondo di “passaggio” sono rimasti per sempre tali. Il frustratissimo Aristogione-Marenco, professore di lungo corso alle prese con i cambiamenti nell’universo scolastico, si è trasformato nell’insegnante mal trattato e mal pagato dei nostri giorni. Il contestatore ma ignorante Verzo (con la voce di Marenco) oggi sarebbe un comune laureato, analfabeta di ritorno, impegnato in politica ma schierato incondizionatamente contro tutto e tutti (il suo slogan preferito era ricordiamolo: “semo contro, semo contro, semo contro”…). Anemo Carlone (ancora un super-Marenco) il professore siciliano di medicina e chirurgia, prototipo di tutti i baroni universitari della Penisola, era l’onnipresente “luminare” che poteva vantare una serie di cariche ereditarie, ovviamente false e del tutto inventate, cariche che compensavano l’ignoranza e la pericolosità “sociale” del tipo del nepotista. Carlone era contemporaneamente “docente di Burocrazia neolatina” a Catania e a Pro-Vercelli (sic!) e “membro del corpo accademico della facoltà di Idolatria all’istituto di Parma, Piacenza e Guastalla”; uno dei suoi motti demenziali era: «mai mangiare dopo mangiato o mangiare mentre si mangia». Un personaggio “modernissimo”.
 Una breve citazione – a nominare tutti i protagonisti di “Alto Gradimento” si farebbe notte – meriterebbe anche Malik Maluk, l’arabo operaio e “arabescatore”, stavolta bracardiano, in cerca di lavoro, in anticipo di qualche lustro sui “colleghi” extracomunitari e alle prese col problema – serio molto serio – dell’accoglienza nel nostro Paese. Il tizio, eternamente nervoso, era entrato nelle simpatie del “buono” Arbore ma non del “cattivissimo” Boncompagni, che spesso nella finzione radiofonica si mostrava duro verso gli ospiti più strampalati. Della sua condizione di “disoccupato” si era interessata perfino Claudia Mori già nei ’70-‘80 curatrice delle relazioni pubbliche del consorte e “saggio-pop” Adriano Celentano. Fedele a un certo stereotipo, Malik Maluk era un personaggio aggressivo “compagno” ideale di altri tipi bracardiani come Onorato Spadone, ennesimo professore (quasi a testimoniare che l’Italia, come aveva scritto Guareschi, era oramai terra per laureati), autore della bizzarra e iperrealista filosofia dell’“uomo è una bestia”, e il poeta ultra-dilettante – ancora bracardiano - autore di storielle ignobili ai limiti dell’horror di casa nostra e dell’odierna Tv “verità”. A controbilanciare cotanta litigiosità c’era però la vena surreale e quasi-ascetica del poeta Marius Marenco (grazie alla quale l’attore faceva il verso a se stesso). Memorabili le poesie del futuro Riccardino di “Indietro tutta” (poesie praticamente “inutili” dedicate agli oggetti più comuni che, volta a volta, costavano all’autore un volo, giù dalla finestra), incancellabili le prose: autentiche prese in giro di certo filone radiofonico che affondava nel più assurdo e statico psicologismo; delizioso infine l’utilizzo di un linguaggio ricercato unito alla sperimentazione grammaticale, per cui per ogni vocabolo c’era un genere “più appropriato” dell’altro (la quadra invece del quadro, per intenderci).
Un esempio ancora senza tempo è la “tragedia psicologica” dal titolo “Raul”. Ecco il testo marenchiano: «I grandi alani anelavano… il grande scudiero riverso sulla scudiera russava smaltendo… la sua orgia di senso… e di vino divino. Jolanda nella sua maniera limitrofa giaceva riversa sulla letta di ottone e di novone passandosi e ripassandosi le mani sulle fianche, che ora piatte come tavolette ella desiava e anelava crescere sinuose e puberose…». E così via dicendo… Barbosa? Terribile? Di più: inguaribilmente geniale.
Maia

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