martedì 7 dicembre 2010

The End. Trent'anni fa la morte di John Lennon

D’accordo il paragone è azzardato. Ma l’8 dicembre 1980, somiglia all’11 settembre 2001. Non per quel che accadde. L’assassinio di John Lennon nel primo caso (oggi, sono giusto trent’anni) e l’attacco alle torri gemelle nel secondo. Ma probabilmente per “come” accadde (due fulmini a ciel sereno), e per la reazione di chi assistette ai due eventi. Secondo una sorta di “leggenda metropolitana” (chissà… tutto sommato vera), un po’ tutti, a distanza di quasi dieci anni, ricordano cosa stessero facendo il giorno dell’attacco alle torri gemelle, e un’altra simile “leggenda” riguarda, invece, proprio la morte di John Lennon... Forse, migliaia di persone ricordano perfettamente – o magari credono solo di ricordare – il telegiornale che diede la notizia dell’improvvisa morte dell’ex Beatles.
Chi scrive, per esempio, ricorda l’intervista a caldo a Gianni Boncompagni e le parole non proprio “celebrative” del regista nei confronti della seconda moglie di Lennon, a quel punto vedova, Yoko Ono, “accusata” di aver “deviato” il percorso artistico di Lennon e di averne in un certo senso anticipato l’uscita di scena. Altra “leggenda metropolitana”, ma che gira ancora tra i fans, è infatti quella della responsabilità dell’artista di origini giapponesi per lo scioglimento dei Beatles e per le successive “fortune” del marito. Fino alla fine… Questioni che ancora oggi restano senza risposta, ovviamente. Ma il punto non è esattamente questo, perché nella violenza del gesto del “pazzo” David Mark Chapman c’è qualcosa che va al di là di un semplice “episodio” di un fan deluso. Come nel caso di Andy Warhol e dell’attentato del 3 giugno del 1968 (che però non ne causò la morte). I grandi artisti del nostro tempo sono stati in grado di provocare – e non era mai successo nella storia del mondo – reazioni da parte dei loro ammiratori (o finanche detrattori) del tutto sproporzionate perché sproporzionato – nel senso di fuori dalla normalità – è stato il sentimento che essi sono riusciti a destare.
Lennon e Warhol sono e restano simboli di un’epoca pop di straordinarie promesse di partecipazione e diffusione “artistica”. Epoca nella quale le distanze fra artista e ammiratore o “fruitore” si accorciano, nel quale lo “scatenamento” o lo stile di vita del “mito” è la “semplice” promessa di, e per, un mondo che sta mutando. L’artista pop non è un ordinario comunicatore né un uomo che esprime, anche se con linguaggio in “codice” la propria personalità (molto utile, a tal proposito, la distinzione fra un’arte come comunicazione e un’arte come espressione, tipicamente novecentesca, almeno appunto fino all’avvento dell’era pop), ma un modello da imitare, un compagno “fedele”, la promessa di uno stile di vita o un secondo “noi stessi” col quale si raggiunge una confidenza “stupefacente”, fino alla “quota” estinzione. L’artista pop può essere “distrutto” perché “appartiene” al pubblico, perché a questo decide di votare per intero la propria arte, o così riesce a far credere. L’artista pop è un messaggero insostituibile, un idolo cui dedicare giorni, mesi, perfino anni di un’esistenza, un “amico” che “ragiona” e cresce col proprio fan. A volte un eroe in tutti i sensi, che non può e non deve tradire. Sul “Venerdì di Repubblica” del 3 dicembre scorso, Carlo Verdone, che è un noto amante del rock, ha ricordato il momento in cui ha appreso la notizia della morte di Lennon (è stato Sergio Leone, suo mentore, a comunicargliela). E così ha commentato a distanza di trent’anni: «In quel momento mi sentii come se avessero ucciso un pezzo della mia giovinezza. Come se avessero amputato una parte di me….». L’artista-Lennon è ben al di là di una voce o uno strumento musicale, insomma.
D’altra parte, la collocazione della morte di John Lennon (inizio degli anni Ottanta), pone – forse casualmente forse no – altre questioni... Il 1980 chiude infatti un decennio nel quale la musica ha raggiunto un elevatissimo livello di diffusione, soprattutto fra i giovani. Non siamo più alle “altezze” della fine degli anni Sessanta con i grandi raduni che hanno segnato l’epoca d’oro del rapporto fra musica e cultura giovanile; con la morte dei tre grandi miti (Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, nel biennio 1970-71) qualcosa si è già rotto; se non altro si sa che la musica è tutt’altro che innocente, che la rock-star è il cuore di un meccanismo la cui “struttura” è ad anelli concentrici. Il musicista si trova al centro di un “progetto”, sottoposto a una serie di pressioni “interne” (manager, band) ed “esterne” (pubblico e critica), che ne condizionano la vita attimo per attimo. La musica è anche business, la creatività dei musicisti è un dato di fatto – è la condizione necessaria per il loro successo – ma la costruzione di una carriera è tutta un’altra cosa.

I Beatles grazie ai quali molta musica “moderna” si è chinata alla fonte battesimale, si sono sciolti nel 1970 (ma da un po’ vanno avanti a colpi di carta bollata), altri miti della protesta giovanile sono caduti e l’America – dove si va per avere successo – ha già tentato di rifarsi una “verginità” puntando su nuovo cinema e Tv, sui ricordi e sulla nostalgia del periodo d’oro del pre-Vietnam. Insomma, se il mondo (l’America e l’Occidente), ha già perso gran parte della sua ingenuità e “purezza”, gli artisti pronti a “cavalcare” la protesta e a cantare la pace e l’amore sono, quasi da subito, il punto debole di un processo oramai inarrestabile. Un processo nel quale il musicista, o chi per lui, è un intermediario di talento fra chi produce e chi consuma…

Lo stesso John Lennon – tutt’altro che “innocente” – nella famosa intervista-confessione a Jann S. Wenner del 1971, parlando degli ormai ex-Beatles non impiega molta “diplomazia“: «L’energia che eravamo capaci di creare quando facevamo rock era straordinaria», dice, «e non c’era nessuno in grado di darci filo da torcere nel Regno Unito. Quando abbiamo raggiunto il successo, ce l’avevamo, ma non eravamo più gli stessi. Brian Epstein [il manager], ci ha fatto indossare i completi neri e tutto il resto, e allora il successo è stato enorme. Così però ci eravamo svenduti. La nostra musica era morta già prima che incominciassimo il tour nei teatri del Regno Unito. Già allora ci sentivamo uno schifo perché fummo costretti a ridurre lo spettacolo da una o due ore a 20 minuti, cosa che in qualche modo non ci dispiaceva, ma dovevamo ripetere quegli stessi 20 minuto ogni sera. La musica dei Beatles morì allora, e noi come musicisti. Ecco perché proprio come musicisti non ci siamo mai evoluti; avevamo dovuto uccidere noi stessi per sfondare. E fu la fine. George e io siamo più propensi ad ammetterlo, a noi sono sempre mancate le serate nei locali perché era in quelle occasioni che facevamo musica vera. Dopo siamo diventati tecnicamente bravi in studio, il che era un’altra cosa, perché eravamo gente competente e ovunque ci chiamassero eravamo in grado di produrre musica di un certo livello». Insomma, la morte di John Lennon sancisce in modo definitivo la chiusura di un’era: l’era delle illusioni già sedate dal “corso della storia”. Per assurdo, si è ritornati di duecento anni indietro, quando il musicista si “scopre” professionista, al servizio di chi “vende” e “compra” il prodotto. Non serve alcun finto moralismo ovviamente, ma in questi precisi momenti anche le idealità più profonde finiscono per morire o per essere fraintese…

Ultima considerazione. Quando John muore ha appena compiuto quarant’anni. Per un artista, per un cantante soprattutto, significa il raggiungimento della maturità “simbolica”. Parliamo dei cantanti “normali” ovviamente e non dei talenti “inclassificabili”… Hendrix non ne aveva neanche trenta quando morì, come Morrison, il re-lucertola; Elvis ne aveva compiuto quarantadue ma se si ripassa il video dell’ultimo concerto ci si accorge di come fosse già “logoro”. Quando la sera dell’8 dicembre Chapman uccide Lennon, con cinque colpi di pistola e il “Giovane Holden” di Salinger in mano, John è appena tornato alla musica dopo una parentesi di cinque anni. Dal 1968 (anche questa data simbolo) è molto cambiato. Fa coppia fissa con la Ono (che sposa l’anno dopo), si concede con teatralità alla protesta pacifista (coi famosi bed-in e le incisioni come “Give Peace a Chance”). Due “scuole di pensiero” si sono rincorse fino a questo momento. Che John sprecasse il proprio talento con operazioni “sconvenienti” per il  suo genio creativo o, al contrario, che da un paio di lustri (passando ovviamente per “Imagine”), fosse cominciato un nuovo periodo per l’ex Beatles. Un periodo che non poteva precludere un’ulteriore svolta artistica negli anni della vera maturità, qualunque essa fosse. La seconda delle due “versioni” è quella che non fa torto allo stesso John (e in un certo senso “riabilita” il ruolo della Ono): mai illudersi, insomma, che la libertà di un’artista sia, in fondo la “nostra” libertà o quella degli “altri”…

Qualsiasi cosa si pensi, tuttavia, impossibile “vederlo” oggi, a settant’anni suonati, nei panni della vecchia gloria. A quarant’anni d’età il ragazzo di Liverpool era già il simbolo del nuovo corso della musica d’autore e di “storie” ne avrebbe raccontate chissà quante. Certamente, di una cosa si sbagliò Chapman quando premette il grilletto in quella sera newyorkese. Gridò: «Hei, Mr Lennon! Sta per entrare nella storia…». In realtà, Lennon nella storia c’era già da un pezzo.
Maia

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