mercoledì 29 dicembre 2010

Kandinsky a Parigi

Il XIX secolo era al tramonto. Il positivismo agli sgoccioli e in Europa si facevano avanti concezioni artistiche e filosofiche che ne negavano i postulati intellettuali e materiali. Volontà e ancora volontà dunque, mista al realismo deformabile dagli stati emozionali di chi armeggiava con colori e pennelli, a formare la base di tematiche artistiche impensabili fino a decenni prima.
 Con l’affacciarsi del nuovo secolo, mente e cuore diventavano ostaggio del futurismo marinettiano e boccioniano (cent’anni nel 2009), ma contemporaneamente, soprattutto in Germania, si andava diffondendo il movimento espressionista; un ventennio circa che tirerà avanti fino alla metà degli anni Venti del Novecento. Il sangue che scorreva nelle vene espressionistiche era da intendersi come atto – atto – creativo dell’interiorità che prendeva forma nell’opera d’arte, indivisibilmente da chi la osservava. Roba un po’ complicata, forse, disperazione degli studenti da ultimo anno, ma resa più che esplicita dalle sue origini espressive settecentesche, secondo Isaiah Berlin, già note peraltro in Johann Gottfried Herder e nel suo maestro Johann Georg Hamann. All’espressionismo novecentesco, invece, ribelle a una società moderna e razionale, poteva collegarsi Gottfried Benn con le sue tematiche ricche di tragico nichilismo; mentre, d’altra parte, l’esperienza pittorica dell’altrettanto grande Vassily Kandinsky (1866-1944) era riconducibile alle tematiche antipositiviste e occultiste, care ad artisti e scrittori primo-novecento, figli illegittimi di Madame Blavatsky e della teosofia. Come certi futuristi romani facenti riferimento al nostro Giacomo Balla e come, peraltro, il poeta William Butler Yeats, mutatis mutandis perfettamente avvicinabile allo stesso Kandinsky.
 Naturalmente, non tutti i nomi che precedono sono compresi nelle avanguardie, ma tanti, ancora, sono i personaggi maritabili al movimento espressionista, che, com’è noto, ebbe appendici straordinariamente fascinose, nel cinema – con immagini disturbanti – e nella musica un po’ indigesta, dell’avanguardia europea (quattro nomi conosciutissimi, per intenderci: Friedrich W. Murnau, Robert Wiene, Fritz Lang e Armold Schönberg – che musicherà i testi di Stefan George), appendici che obbligarono il grande storico fiumano Ladislao Mittner ad eludere la domanda: “che cosa è l’espressionismo?”, in quanto preludente a un vero e proprio “sé espressionistico”, a conti fatti, impossibile da fissare.
 Se l’espressionismo è un’astrazione teorica, meglio: una corrente artistica caratterizzata da diversità di avvenimenti e fisionomie (se le avanguardie sono, poi, anche, l’abbandono delle forme dell’oggetto), allora – forse – una delle bandiere più alte del movimento, può ben essere un artista che con le astrazioni ci andò a nozze per parecchi anni e in mezz’Europa; il padre dell’astrattismo pittorico: ancora quel Kandinsky che fece esplodere i colori sulle sue tele, abbinandole a immagini, a quel tempo, del tutto rivoluzionarie. Vocabolo, quest’ultimo, com’è noto, della durata e dell’importanza secolare in Europa. E proprio Parigi – con New York capitale dell’arte contemporanea – ha dedicato al grande pittore moscovita (che fu anche, da avanguardista “perfetto”, autore per il teatro), una straordinaria retrospettiva, con la presenza di circa centro opere provenienti da tre diversi musei, che custodiscono le più grandi collezioni pubbliche di Kandinsky. Il Solomon R. Guggenheim di New York, la Galleria Lenbachhaus di Monaco e il Centro Pompidou di Parigi, che ha ospitato la mostra dall’8 aprile al 10 agosto del 2009. La retrospettiva aveva già debuttato a Monaco; poi dal Centro Pompidou, prestigioso Museo di arte moderna e croce e delizia dei parigini (l’edificio assai suggestivo, è stato progettato, fra gli altri da Renzo Piano), si trasferirà oltre l’Atlantico, proprio negli Stati Uniti. Il tutto a conclusione di uno storico gemellaggio all’insegna dell’arte moderna.
 All’interno della mostra, quadri di Kandinsky di grande formato, che vanno dal 1907 al 1942, disegni e documenti artistici a testimoniare l’importanza del genio moscovita per la storia del Novecento europeo. Educato allo studio del diritto e dell’economia, ma anche alla musica, la vita di Kandinsky si può raccontare come fosse una partitura musicale suddivisa per temi e movimenti (“Improvvisazioni”, “Composizioni” e “Impressioni”). Di classe agiata, viaggiò per mari e terre: dal 1896 si trasferì a Monaco di Baviera per studiare pittura, e da qui, con Gabriele Münter, girò due dei cinque Continenti: l’Africa e ovviamente l’Europa: dalla fredda Amsterdam alla calda Palermo, passando per Vienna e Roma. Esporrà a Berlino, ma tappa d’obbligo sarà Parigi, ove soggiornerà dal 1906 al 1907. Comincerà così a dedicarsi alla pittura, e con la Russia ancora nel cuore, ne evocherà le meraviglie autobiografiche da Gran madre del popolo.
 Inizia col nuovo secolo la biografia di uno degli artisti più rappresentativi della cosiddetta modernità. Nel 1908, Kandinsky si trova di nuovo in Baviera. Ha quarantadue anni, ed è al culmine della parabola esistenziale. La sua attività è intensissima e si moltiplicano le collaborazioni e le iniziative. Nel 1909 redige la prima grande opera teorica: Lo spirituale nell’arte (pubblicata nel 1911, in Italia la prima versione venne curata, nel ’40, dall’esoterista Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, nipote di Sidney Sonnino e ministro del primo governo Mussolini); trattasi di un vero e proprio cammino ascetico verso un’epoca di accesa spiritualità, guidato da profonde necessità interiori (dell’anima). Necessità alla quale, per Kandinsky, andrebbe abbinata, nell’arte, la giusta scelta del colore. Il Nostro si dà, infatti, a teorizzare l’effetto sullo spettatore di ogni tipo di colore utilizzato, nonché la sua relazione con le forme compiute: cerchio, triangolo, quadrato, ecc. Pochi mesi prima, però, Kandinsky aveva già fondato la Neue Künstler Vereinigung München, che sarà all’origine della nascita del più noto gruppo del “Cavaliere Azzurro” (1911), che l’artista, inaugurerà insieme al pittore Franc Marc (morto nel ’16, lo stesso anno di Boccioni) e di cui farà parte anche il più noto Paul Klee. Il nome “Cavaliere azzurro” (che diverrà anche un noto almanacco), deriverà dall’amore di Kandinsky per l’immagine fiabesca dei cavalieri. In questo periodo, peraltro, il moscovita dipinge la prima tela astratta (Bild mit Kreis), che prefigura la più celebre Bild mit schwarzen Bogen, del 1912.
 La biografia per immagini di un personaggio del Novecento, qual è peraltro la mostra parigina, prevede singolari cambiamenti nel periodo delle guerre mondiali. Siamo alla vigilia della Grande guerra e Kandinsky, ancora suddito dello Zar, deve ritornare in patria. Soggiorna prima in Svizzera, dove inizia la redazione di una nuova opera teorica: Punto, linea e superficie (pubblicata solo nel 1926), poi decide di recarsi in Russia. Qui, illuso che la rivoluzione bolscevica possa fungere da veicolo per l’avvento della sospirata arte nuova, accetta incarichi ufficiali; presto, però, rimarrà incastrato nella rete dell’ufficialità del regime e dalla sua opposizione per tutto quanto odori di “spiritualismo”. Questo periodo, con la realizzazione del quadro V Serom (1919), rappresenta il vertice massimo dell’astrazione kandinskyana, le sue tavole successive, saranno caratterizzate da una tendenza geometrica sempre più pronunciata.
 Nel 1921, profittando di una missione ufficiale in Germania, Kandinsky lascia la Russia comunista e ritorna nella Mitteleuropa. Qui Walter Gropius gli offre un incarico al Bauhaus di Weimar. Nel ’23 ha la sua prima personale a New York, poi sul finire degli anni Venti a Parigi. Diventa anche cittadino tedesco. Ma le peripezie non sono finite: con lo scioglimento del Bauhaus e l’avanzata hitleriana, Kandinsky deve lasciare per la seconda volta la Germania e dopo alcune esitazioni decide di ritornare alla Ville Lumiere, divenendone, peraltro, ancora, cittadino. Vivrà qui, fino alla morte, a Neully sur Seine. Abbastanza isolato, si legherà tuttavia ad Hans Arp, Joan Mirò e alla nuova generazione degli artisti parigini. In coincidenza con l’esposizione “Origine et developpement de l’art international independant” a Jeu de Paume, al margine dell’esposizione internazionale di Parigi del 1937, la Germania catalogherà le sue opere come “arte degenerata”, e l’Unione sovietica le ritirerà dai musei. Si sa che i regimi totalitari mal digeriscono le vibranti libertà dell’artista.
D’altra parte, l’ultimo capitolo nella biografia di Kandinsky, porterà un nuovo ulteriore mutamento nel vocabolario formale. Le pitture si popoleranno di essere biomorfici e rifletteranno, anche, commentano i critici, la serenità nella fase matura. Dal ’42 in poi, Kandinsky non realizzerà più grandi quadri. Dopo aver attraversato quasi due guerre mondiali, una rivoluzione e tanto altro, si spegnerà settantottenne a Parigi, patria del cosmopolitismo artistico. Una capitale che non ha mai smesso d’amarlo avendo egli contribuito, col proprio genio creativo, a mutare l'arte nel XX secolo.
Maia

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