sabato 4 dicembre 2010

Libero sesso in libero... Stato

Ci dobbiamo mettere d’accordo, amici. O la Sicilia è quella della licatese Lara Cardella, autrice nel 1989 di Volevo i pantaloni, romanzetto sulla sospirata emancipazione di un’adolescente, che nulla potendo decide di andare a “lezione” da una del Nord, o la Sicilia è quella dell’emancipata catanese Melissa Panarello (cioè Melissa P.), altra scrittrice di enorme successo, autrice di 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire (2003) romanzetto erotico stravenduto, e ben più in là collaboratrice del Corsera per il cui Magazine pubblica adesso un “Viaggio nell’Italia sexy”.
La differenza, e di differenza ce n’è, potrebbe stare tutta nella diversità dei luoghi. Seicentomila abitanti Catania, ex Milano del Sud, centri commerciali, griffe e luoghi d’incontro. Paesotto dell’agrigentino con poche anime e molto mare, l’altro. E fin qui va bene. O quasi. A definire la Sicilia ci hanno provato in molti: siculi e non (tappa obbligata: battesimo e scuola dell’obbligo, un parere sulla Sicilia e uno su Berlusconi…); di giudizi sulla “terra del Sole” cittadine comprese se ne contano a migliaia, almeno uno per famiglia (la Sicilia è pur sempre pirandelliana no?), dato che tuttora, in Sicilia, a contare sono i clan e non i singoli. Tutto è plurale, familiare e di gruppo (voti e pareri) e nella patria del “bordello” (cioè della confusione) si impara a diffidare di quel singolo che, poveraccio, non è mai esistito.
Ricordate allora? Quando la Cardella scrisse che essere donna dalle sue parti era un problema non da poco, tutti (tutti!) a replicare: sì, è vero, le donne in Sicilia (per comodità, la Trinacria si divide in tre parti “ideali”: Palermo, il versante orientale con Messina, Catania, Siracusa e Ragusa e tutto il resto) subiscono violenze e sopraffazioni. A non finire. Una donna ha rotto un incantesimo ipocrita. Era ora... Seguirono dibattiti e orazioni. Poi però giunse Panarello, la ragazzina che voleva seppellire Freud col suo femminismo in stato avanzato; arrivò fra noi anche per dirci (è storia di questi giorni: Corsera/Sette, 30 settembre), che a Catania città unica al mondo, comandano loro: le donne col loro erotismo da Guinness e se a qualcuno non piacesse la “storia”, che l’uomo galleggia e la donna nuota, tanto peggio per lui…
Ci può stare anche questo dai. Ma vogliamo parlarne? L’erotismo ostentato delle siciliane, Melissa P. lo sa bene, per ragioni darwiniane, “antropometriche”, economiche e di forma supera quello del tipo magro e slavato del Nord («donne che vagano con i corpi bianchi e dimentichi di carezze», scrive la Panarello riferendosi alle non-catanesi). Ma perché non dire che altrove la donna è persona (ama se vuole amare, lavora se ha bisogno di lavorare e va su e giù se ci vuole andare), e al Sud è sovente la triste componente di un triste qualcosa? Porzione materiale – o ideale - di un gruppo al quale (qui torna la Cardella) è “invitata” ad aderire causa norme precedenti? Già perché?
Primo punto. La donna utilizza il proprio erotismo (non di rado micidiale), per acquisire un visto d’ingresso in un gruppo che non è quello d’appartenenza (qui, dato il ruolo di “figlia”, è soccombente a priori); un gruppo fra i tanti, ma uguali nella sostanza, nel quale maschio e femmina si dividono i ruoli. Altro che libertà… Un gruppo nel quale la femmina è femmina da letto e da cucina, e l’uomo è uomo da letto e si reca agli “angoli del mondo” in cerca di cibo e risorse. Bedrock? Jurassic Park? “Minchiate” alla Pietro Germi? No, Sicilia, borghese, proletaria, sottoproletaria eccetera del Terzo Millennio. Qui non è esattamente come scrive Claudio Risè che l’uomo si è bell’e scocciato di portare sulle proprie spalle il peso di una società impazzita e ha lasciato spazio alla donna. La questione, e Sciascia l’aveva capito, è che, in Sicilia, la donna è dominante proprio a causa della sua unidimensionalità. La donna è trofeo per il mafioso che la mostra in giro, è orgoglio del marito a cui donerà la continuazione di se stesso, è orgoglio della famiglia di provenienza perché il suo sesso sarà un capitale da investire. A tutto il resto può pensare l’uomo. Così vuole la “tradizione”, nell’isola.
Secondo punto. In Sicilia la donna non è libera (purtroppo) perché non è padrona di se stessa, del proprio io, dei propri “valori”, che le “consigliano” di tenere ben in mostra il sedere (è il biglietto d’ingresso in casa altrui…) e di indossare la maschera della cattiveria di fronte a chi non si mostra degno del suo capitale. È tutto un gioco, qui, di compra-vendita (nessun fraintendimento per favore: la prostituzione è altra cosa!). Per questo (e non siamo d’accordo con Melissa P.) una donna non tradirà mai fino a quando non avrà trovato (almeno in potenza) un altro “gruppo” e dunque un’altra metà alla quale aderire. Per essere accettata da quel branco del quale sente il necessario richiamo.
Terzo punto. I maschi siciliani? Né più e né meno che degli Otello. Schiavi della gelosia? Peggio: schiavi di norme sempre in anticipo (la cosiddetta “bella” tradizione). E anche loro, dunque, senza libertà. Ricordate Otello che uccide Desdemona perche “deve” farlo e non perché “vuole” farlo? Ricordate Otello che ha le sue “leggi” e non può e non deve essere tradito (l’antropologia di Otello è quella del mafioso)? Ecco: l’uomo in Sicilia corteggia la donna perché “deve” farlo, perché nel suo clan (attenzione: il clan può essere anche “ideale” formato cioè da una sola persona e dalla proiezione di avi, parenti e discendenti), il “posto” per la donna è libero, perché all’interno dei clan “rivali” non si arrivi a pensare – ma anche un po’ lui, di se stesso – che nel gruppo non ci sia posto per il sesso e che, lui, non sia “culturalmente uomo”. È semplicemente disastroso… impossibile che accada ai tipi “normali”. Ugualmente impossibile, nel Sud-greco (provare per credere), trovarne una bella e libera. Ha ragione Pietrangelo Buttafuoco: la bella la si deve rubare a qualcuno. Con gesto epico, la si sottrae al membro di un clan rivale, con annessi e connessi (ostilità, rancori, eccetera). L’uomo che vuole offrirsi, catturato dalle pose erotiche, dimostrerà alla donna (che lo sceglierà) di saperle dare di più (secondo i valori che lei ha appreso dalla famiglia d’origine), rassicurandola poi sul ruolo nella nuova “famiglia”. Dandole certezze che lei e solo lei sarà la “regina” del gruppo. Senza rivali in carne e ossa.
Quarto punto. L’unione ideale fra uomo e donna, il patto di collaborazione fra il maschio e la femmina prevede, ovviamente, come dice la Panarello che a Catania, donne e uomini si amino anche «con gli occhi», per la strada: in via Etnea o lungo i viali o sul lungomare, dappertutto insomma. Ma è il patto all’interno del clan a prevedere una carezza o poc’altro. È l’arma spuntata che tutti possiedono, prima e dopo. L’imperativo è che non squalifichi formalmente i componenti del gruppo. Questa è la parte essenziale, secondo noi, del rapporto uomo donna in Sicilia (il resto è folklore, chiacchiera, ipocrisia, svago di stagione o mestiere). È il quadro per il quale ognuno si sceglie la cornice che vuole.
  
Interessante, per concludere, quel che dice la Panarello riguardo la trasgressione a Catania. Qui la trasgressione non esiste perché trasgredire è senso comune. Dato il valore assoluto del sesso a Catania (inteso come attività e come polarità uomo-donna), verrebbe da darle ragione. Le riflessioni non mutano. Trasgredire al “Nord” significa (come sembra dire la stessa Melissa P.), prendersi una vacanza dalla noia quotidiana, diffusa e inquinante; al “Sud” (Sicilia, Catania, e zone con limiti alla libertà) la trasgressione è ricerca di un salto di qualità. La si potrebbe chiamare in un altro modo (consiglio gradito). Chi trasgredisce al “Sud” si prende maledettamente sul serio (come per qualunque cosa avvenga in Sicilia: altro capitolo della nostra “storia”), al “Nord” lo fa invece per gioco. Fra un turno in fabbrica e l’altro.
Maia

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