mercoledì 1 dicembre 2010

Piccolo omaggio a Mario Monicelli. I soliti ignoti (1958)

Provate ad andare su wikipedia l’enciclopedia libera del web e troverete tante gustose informazioni su, e soprattutto le migliori battute de, «I soliti ignoti» pellicola fondamentale della commedia all’italiana. Più di mezzo secolo di risate dirette da Mario Monicelli e con (fra gli altri), Totò, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Parte del meglio del cinema italiano d’ogni tempo (e d’ogni genere) che si trasforma, senza sciupare una mollica di talento, in una banda di ladruncoli, scalcinata come l’Italia prima del boom e povera-e-bella come il «belpaese» degli anni Cinquanta. Avete presente l’Italia cinica della «Dolce vita di Fellini», l’Italia già in crisi che si affaccia sugli anni Sessanta? E ancora: l’Italia delle «Mani sulla città» il film politico di Francesco Rosi? Sì? Ecco, con quell’Italia lì «I soliti ignoti» non c’entra nulla. Con quell’Italia lì non c’è proprio da scherzare, perché quella è l’Italia che abbiamo ereditato e che ci troviamo tuttora sulle spalle, il Paese che ci ha accompagnato lungo i viali della corruzione morale, politica e chi più ne ha più ne metta (la linea di confine sta giusto fra i Cinquanta e i Sessanta - la lavorazione del capolavoro di Fellini è simbolicamente datata 1959).
Ma la «romanticaitalia» di una banda di rubagalline che sogna in grande, la cui massima punizione è quella andare a lavorare; ecco di quell’Italia passata alla storia come il paese dell’arte di arrangiarsi, nella quale il «maestro del furto» è un certo Dante Cruciani (cioè Totò), che conosce a memoria marca e modello di ogni cassaforte e affitta arnesi da scassinatore; ecco di quell’Italia all’acqua di rose, con molti ladruncoli e pochi palazzinari, tutti noi dovremmo avere un po’ di nostalgia. Non che negli anni Cinquanta non esistessero speculatori o peggio, anzi, ma i conti come sanno i giocatori di poker è giusto farli quando si sta per andare a casa, e per quel che ci è concesso, dunque, un bilancio utile di cosa furono gli anni della crescita selvaggia del nostro Paese venne fatto al giro di boa dei Cinquanta-Sessanta.
 «I soliti ignoti» è un film pulito, bello e morale, coi ladri che fanno i ladri e gli uomini d'ordine che fanno, appunto, gli uomini d’ordine; forse uno degli ultimi (grandi) film «corretti» alla fine del quale l’Italia esce bene, perché è l’Italia piccina di chi ama scommettere con una piccola posta in gioco. A più di dieci anni dalla fine della guerra è un’Italia ancor più modesta degli anni Trenta, modesta perché silenziosa, intima e raccolta, meno festaiola e molto meno appariscente. Un’Italia «misera», e nel caso specifico di Roma, seria, povera e (per molti versi) pasoliniana. Un’Italia più o meno quieta, prima e dopo due tempeste non da poco. La trama la conoscono in molti (una banda di ladruncoli che tenta il colpo della vita ma alla fine, per un clamoroso errore, si ritrova a rubare pasta e ceci), ma le menti del film e gli sceneggiatori forse no (oltre al grandissimo Monicelli anche Age, Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico, anch'essa recentemente scomparsa), che regalano alla pellicola un impianto serio e credibile, fatto di quella comicità di sostanza che è tutt’altro che roba occasionale (come sarà nei Settanta) o peggio da avanspettacolo.
Il film grazie alla presenza di Totò (oberato di lavoro: sette film in quel 1958!), è uno spartiacque fra due generi di comicità. Quella teatrale e immediata (l’antico) che piace punto ai palati «raffinati», e quella del genere commedia all’Italiana (il moderno), allora allo stato nascente. Al pari della trama, gli attori del film sono molto conosciuti. C’è una giovanissima e quasi irriconoscibile Carla Gravina (17 anni!) futura protagonista di molte serie televisive; c’è Claudia Cardinale al suo debutto, che onorando le proprie origini veste i panni di una giovane siciliana; ci sono tre grandi, grandissimi caratteristi (Memmo Carotenuto, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane), per bravura e «physique du role» di attori come questi, negli anni a venire, ce ne saranno pochissimi; e poi ancora c’è Renato Salvatori divo del tempo («Poveri ma belli», un altro film culto dei Cinquanta, è di due anni prima). Questo il cast, oltre ai tre fuoriclasse di cui si diceva appena all’inizio. Anche dal punto di vista delle carriere «I soliti ignoti» fu un film spartiacque. Per Gassman che aveva debuttato al cinema nel 1945, si trattò dell’esordio in un ruolo comico, ruolo che per fortuna non avrebbe più abbandonato (si ricordi «Il Sorpasso», per citarne solo uno); lo stesso Mastroianni poi che aveva già più di trenta film alle spalle (con registi come Emmer, Lizzani e Blasetti), da lì a poco prenderà il volo, divenendo in pochi anni l’attore italiano più rappresentativo del dopoguerra. Insomma in questo film-capolavoro, che precede l’italico centro-sinistra e altra roba della durata di «qualche» decennio, c’è tanta di quella storia del costume e dello spettacolo da far venire i brividi a storici e biografi.
 In Italia il film, oggi veneratissimo, ottenne un meritato grande successo, ma non subito a causa delle troppe novità che recava con sé. Come premi ebbe due meritati nastri d’argento e fu anche nominato all’Oscar nel 1959 come miglior film straniero. Quell’anno vinse però il regista-mimo Jaques Tati col suo «Mio zio». Fatto un capolavoro, se ne tentarono altri… Nel 1960 uscirà il primo dei due sequel della pellicola monicelliana. Si tratta di «Audace colpo dei soliti ignoti» per la regia dell’ottimo Nanni Loy (senza Mastroianni stavolta, ma col bravo Nino Manfredi). Molti anni dopo invece (nel 1985), sarà la volta del criticatissimo «I soliti ignoti vent’anni dopo» per la regia di Amanzio Todini, impreziosito (almeno questo), dalla colonna sonora di un Nino Rota morto peraltro già da un pezzo.
Notevole il primo dei due sequel (peraltro sovente riproposto in tv), degna continuazione della pellicola originale. Un’arma tristemente spuntata invece il terzo film sugli ignoti ladruncoli. Vent’anni sono sempre vent’anni, come sapeva bene Alexandre Dumas padre…
Maia

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