lunedì 20 dicembre 2010

Prospettive evoliane sul comunismo (conferenza, Alatri 2008)

È un vero onore per me, intervenire al Convegno dopo la relazione di Giano Accame. Si potrebbe perfino leggere questa mio testo come una possibile variazione o integrazione rispetto ad alcune affermazioni accamiane. L’ottimo Accame ha ben spiegato qual è stata l’“utilizzazione politica di Evola” (e non ho alcunché da aggiungere), io invece riferirò circa l’utilizzo evoliano della politica; o meglio come Evola si lasciò usare dalla politica e per molti versi anche trasportare da essa.
La lettura di un Evola egli stesso “individuo assoluto”, mago e quant’altro, non mi appartiene. Nell’introduzione al volume che ho pubblicato per Controcorrente edizioni, insieme a quaranta intellettuali italiani e stranieri, (Dialoghi in Il Maestro della Tradizione), riferendomi a Evola ho utilizzato la proposizione “un uomo la cui vita era stata apparentemente normale”. Non è il lungo per ulteriori spiegazioni, dirò solo che, qui, non vorrei abbandonare una personale impostazione di “genere” realistico. Niente superomismi antigentiliani dunque, e (soprattutto!) niente lievitazioni o quadri che vanno a destra e sinistra come comuni tergicristalli, per questi e per saperne di più è forse opportuno sfogliare un best seller di Woody Allen.
L’intervento evoliano nelle cose dell’umana natura ha oscillato fra l’indifferentismo epicureo e l’impegno volto a mutare le medesime cose (o a sperare che esse cambiassero). Evola diciannovenne, come ogni altro cittadino nel 1917 incontrò la rivoluzione bolscevica, incrociò dunque la bestia dei tempi moderni: il comunismo politico. Come saprà anche Luciamo Canfora, esso non fu solo “materia” per Brigate Garibaldi.
I testi che Evola ha dedicato al comunismo sembrano a chi scrive paradigmatici circa il suo atteggiamento pubblico. Insensibilità? Fanatismo? No, non credo proprio, piuttosto il crudo penetrante compromesso di chi agiva nel proprio “oggi”. Leggendo i saggi evoliani non ricordo di aver mai tremato dinnanzi ad un urlo da fine dei tempi: “muoia finalmente il mondo moderno!”, semplicemente perché quell’urlo non c’era; ma il coraggio dell’etica della necessità quello sì che c’era e con esso l’appello evoliano alle forze sane o non ancora moribonde del Paese, del Continente e dell’Occidente moderno (sic). Nei momenti di maggior rischio, gli evolisti (fratelli in sedicesimi dei wagnerian/wagneristi), avrebbero bramato una riunione fra individui in via di assolutizzazione, ignude sacerdotesse, vecchi barbuti ebbri d’incenso; ed ancora: formule prodigiose (Abracadabra e così dicendo) e scene kubrickiane; ebbero tuttavia in dono dal loro Maestro il semplice ricorso agli uomini di buona volontà (sindacati non comunisti, gerarchie vaticane e forze del Patto atlantico - 1960). Sorprendere era una delle doti di Julius Evola. Artista anche quando filosofava è stato detto e scritto. Ma prima di tutto uomo nella sue comuni “debolezze”, aristotelico nel senso di primum vivere, deinde philosophari.
Dai teoristi dell’ortodossia evoliana ho guadagnato la medesima impressione ricevuta dai Costruttivisti in psicologia cognitiva: l’approccio ad Evola è “creativo”, indiretto, mediato, meditato e preparato dall’“alto” (top-down); nello specifico inconsciamente arricchito di sostanze gustose e variopinte come prodotti da gelateria. Per carità di Patria: tutti (o quasi tutti) abbiamo avvicinato Evola perché ce ne siamo innamorati e con lui abbiamo amato gli “ambienti evoliani” che mischiavano Excalibur e Guerre stellari, islamismi e saluti al Duce, la più carina del quartiere e l’intellettuale ex-di-sinistra, i “domani” che dovevano appartenerci e Conan il barbaro e “i suoi fratelli”. Malgré qualche unità mafiosa di troppo (no, niente codice penale “soltanto” un’antropologia che bastava e avanzava), questi ambienti erano di per sé una risposta ai comunismi molesti e depressivi della nostra giovinezza. La vera fantasia che avremmo voluto al potere, insomma: altro che “Lotta continua” e “Servire il popolo”. Ma una cosa è l’innamoramento alberoniano altra cosa è, invece, raccontarla e poi studiarla (se si sceglie di farlo, ovviamente) la storia del “caro oggetto”. E qui ci si trova davanti ad un bivio direi carducciano: la “scienza” o il-bel-ricordo, la Storia o il romanzo, la leggenda o la “verità” (virgolette necessarie). Ed è a questo punto che le biografie delle coscienze di tanti “evoliani” (ahimé) divergono.


Il comunismo politico fa paura. Quello filosofico poi (che si recita in primo luogo, ma non solo, dalla cattedre universitarie), è un’ipocrisia della ragione, una filosofia dalle-belle-parole post illuminista, che non regge senza la violenza – modernissima – della politica (i filosofi devono trasformare il mondo diceva Marx nelle Tesi su Feuerbach, Lenin mi pare lo sapesse bene, negli anni Settanta qualcuno ci provò pure, ed in tanti oggi ci credono ancora).
Senza il bonus della violenza il comunismo “regredisce” a ordinario socialismo o si (de)qualifica in un miserevole magia-e-bevi:
- una prassi del moralismo pauperistico - chic se recitato dall’“alto” di un impiego universitario o giù di lì, appena appena naif se prodotto dal basso di un’esistenza da classe “media”;
- un dogma romantizzato dell’odio mirato, che attende ad un fatale  e fatato – momento di liberazione.
A ben vedere avremmo a che fare più con la psicanalisi (lettino, mamma, papà…) che con un capitolo di storia delle idee. Si tratta di elementi indegni per un traguardo epocale con una “nobilissima” etichetta laica otto-novecentesca. Periodo, dice Evola, di una delle ultime svolte del mondo moderno, periodo appunto del comunismo.
E che il comunismo politico faccia paura anche a Evola, non è un de-merito dell’“individuo assoluto” (qualora per esso, ovviamente, ci fosse la “polis”), ma l’ulteriore attestazione di quel che il comunismo fu e sarà. Distruzione del valore della personalità. Caos, morte, e male che vada “compravendita” di sventure. Per chi come Evola aveva scommesso il proprio frasario sul valore della personalità, s’inaugurava il giorno per battere il comunismo proprio sul terreno politico.
Un orientalista saprebbe ben spiegarlo: alla prassi si reagisce con la prassi. C’è un periodo della storia di Evola in cui il “filosofo” suggerisce al Msi di adottare la medesima tattica dei comunisti italiani. Lo “stregone” ai cui la tribù si rivolge per ottenere consiglio, non ordina sacre danze, o sacrifici al dio dei cieli, ma l’occasionale e shockante alleanza con il nemico di ieri. Gli Stati Uniti (1952)!
Vent’anni prima c’era stato l’avvicinamento alla Germania hitleriana.
La contiguità fra Evola e la Germania nazi checché, ne dicano gli accattedrati guardiani della democrazia (quis custodiet ipsos custodes?), più che un’astuzia è un paradosso della storia. Come suggerisce Oscar Wilde basta e avanza una semplice occhiatina: “Nazional-socialismo”…, “Partito dei lavoratori”… Evola non era né nazionalista né socialista, amava i Cesari solo se, come direbbe Alain de Benoist, riusciva ad appendergli al collo non la corona d’alloro ma la sua metafisica. Per l’uomo col monocolo ed il papillon rosso (citazione da Pablo Echaurren), i lavoratori erano solo uno dei tanti incidenti della storia. Hitler era molto meno che il “Grande dittatore” di Chaplin, meno che un il “piccolo barbiere” che rade ascoltando Brahms, era ancor meno che un ipotetico ospite dell’Untergang di Spengler (che il Nostro tradusse nel 1957 più per fame che per amore), era semplicemente l’uomo del Führerprinzip, colui cioè che sapeva esprimere le autentiche aspirazioni del proprio “popolo”. Roba da orticaria, insomma…
Ma Evola ingoiò il rospo e iniziò ad osservare la Germania vincente con attenzione (d’altro canto la “vera” tradizione germanica egli l’amava davvero). E così avrebbe fatto dieci anni dopo, per la Rsi. Evola vi aderì “simbolicamente” come aveva fatto col Fascismo-regime, pur essendo monarchico, pur avversando la socializzazione, pur essendo italiano per mera casualità (di sangue siciliano, come Gentile). Stavolta non per ottenerne un vantaggio, ma per esigenze dell’anima, per coerenza, perché dopo aver dato alle stampe Imperialismo pagano, Rivolta contro il mondo moderno e Sintesi di dottrina della razza, e dopo aver confidato nella guerra, al netto delle scompostezze marinettiane, Julius Evola non poteva smettere di “crederci”. Evola si avvicinò alla Germania hitleriana come un nuotatore presto stanco si indirizza ad uno scoglio. Per timore di non farcela. Per respirare ed alzare la testa. Per paura del comunismo. Perché la politica (stavolta davvero arte del possibile), potesse vincere la barbarie. Qualche volta si sbagliò.

Cominciò così. Era l’anno della grande crisi, il 1929. Sul mensile Nuova antologia comparve un articolo che sarà anche il testo di una conferenza, la firma era quella di J. Evola, il titolo: Americanismo e bolscevismo. Nel 1991, Gianfranco de Turris ha dedicato un quaderno della Fondazione “Evola” (il nr. 24) a questo articolo ed alle sue successive varianti. Si trattava di un saggio importante (è pronto a riconoscerlo anche Manlio Sgalambro, peraltro lontanissimo da seduzioni evoliane), un saggio dove il Nostro compiva un’operazione semplicissima, disarmante. America e Russia? Capitalismo e bolscevismo? Borghesi e compagni? È proprio vero che i sistemi politici, economici (e perfino i tipi umani) in parola, siano diversi se non proprio antitetici? Mah…
Era l’uovo di colombo (oggi lo sappiamo bene): cosa vuole l’America se non il benessere materiale dei propri cittadini? E cosa vuole la Russia se non il benessere collettivo? “Come la Russia” scrive Evola, “l’America nei temi centrali della sua ‘civiltà’ e del suo modo di considerare le cose e la vita, ha creato qualcosa di nuovo; che è la precisa contraddizione della nostra cultura e della nostra tradizione di europei, in seno alle quali tuttavia penetra e si impone sempre di più”. Il traguardo è lo stesso, le strade divergono. Ma si tratta (forse), di dettagli. L’uno è il maestro, e in quanto tale è anche il più sottile e pericoloso (gli Usa), l’altra è l’allieva, più rozza e grossolana se vogliamo (l’Urss); il primo indica l’obiettivo l’altra vuol raggiungerlo il prima possibile. Insomma: l’America è il faro, la Russia sovietica la barca che cerca di guadagnare la riva. Il resto sono chiacchiere da benpensanti o da ideologi del dopolavoro. Qui però la politica non c’entra nulla. L’assioma America = Russia porta con sé uno-due corollarî. Se l’America è sostanza dei tempi moderni ovviamente lo sarà anche la Russia, se l’America non è una minaccia politica ma “culturale”, la stessa cosa si dirà della “cugina orientale”. Si tratta di passaggi logici da intercettare fra le righe… Ma la questione (a mio giudizio) è un’altra – più di maniera – e resta per il momento fuori dal discorso evoliano. Il “filosofo” si rivolgerà alla politica solo se questa sarà in grado di fornire risposte soddisfacenti, necessarie; in caso contrario quello specifico quid che fa di una società uno “Stato” rimarrà fuori dalla porta – come inesistente. Ma “scoperta” la politica Evola si lascerà avvinghiare dalla sua “arte” e trasportare verso sponde, dette col proprio linguaggio, assai problematiche.
L’Europa degli anni Venti (la Germania in primo luogo), è un’entità politica in crisi, debole ed in cerca di una propria identità. Ridotta in frammenti, non può opporsi alla decadenza e al male comunista (ammesso che ciò sia un vero obiettivo). Quando Evola scrive il saggio per Nuova antologia data la carenza di vigoria in Europa, non può non auspicare una soluzione spirituale alla minaccia sovietica. Che fare? Il rimedio è quello di appellarsi ai valori della Tradizione romano-mediterranea per la difesa dell’Occidente. Ed è con l’accenno alle tematiche culturali peraltro già sviluppate in Imperialismo pagano (1928) che si conclude Americanismo e bolscevismo.
Si spengono gli anni Venti. Quando esce Rivolta contro il mondo moderno (1934), la situazione in Europa è già diversa. Il tentativo di costruire la pace si è interrotto nel 1930 con la grande crisi internazionale. Hitler è in ascesa e per quel che riguarda la lotta al bolscevismo la propaganda del Führer sembra offrire nuove speranze. In parallelo, ecco il punto!, Evola compie un’operazione singolare che può essere ricondotta a due momenti simultanei e per certi versi simili (1933):
-la diversificazione della rivoluzione bolscevica da quelle che l’hanno preceduta, sommariamente irrazionali rispetto alla prima che può contare sulla destrezza dei suoi capi. La rivoluzione del 1917 è insomma: spietata e razionale. È un evento storico poco o punto improvvisato, che pone anzi serie questioni per il prossimo futuro.
-l’ingresso (conseguente) nello “spazio” politico del comunismo, che cessa di essere un problema fondamentalmente culturale (nel senso di quella “conoscenza esistenziale” identificata da Talcott Parsons).
La risultante fra questi due momenti è chiara: è necessario fronteggiare il comunismo sul piano politico, con quel che ne segue. E chi se non l’Italia e soprattutto la Germania, come Evola scrive adesso nelle ultime pagine di Rivolta (riportando in buona parte il precedente saggio del 1929, ma in parziale deroga a quanto sostenuto su Americanismo e bolscevismo) possono adoperarsi in difesa della Tradizione? Qui però torna il “problema” del non-amore di Evola verso il fenomeno Hitler.
La questione dell’avvicinarsi di Evola alla politica del Nazionalsocialismo non si risolve nel solco della pratica dei commentatori di sinistra, e cioè con una più o meno profonda “nazificazione” di Evola (chi lo dice o scrive conosce poco Evola e magari poco anche il Nazismo), ma semplicemente rispetto al rapporto “interno” fra le dimensioni della “conoscenza esistenziale” e della politica. Evola non ama Hitler ma è “costretto” ad affidarsi alla sua “pratica” perché vuol combattere quel comunismo che lo inquieta e/o “correr via” da quella turris eburnea che la sua “equazione personale” gli sconsiglia di abitare (qui, peraltro, entrerebbe in campo anche una componente psicologica, che lo stesso Evola, pur con diverso linguaggio ama riconoscere). La sostanza dell’impegno evoliano nei giornali del periodo – prima metà degli anni Trenta – e poi ancora durante la Seconda guerra mondiale, è a parer mio una chiara dimostrazione dell’inconciliabilità di taluni piani diciamo così del suo spazio concettuale e d’azione (ancora, dunque, del metodo). Perché una volta varcata la soglia della politica Evola non riesce a ri-accordarsi facilmente al proprio coté speculativo.
La prova di quanto affermo si avrà con la successiva politica estera di Stalin. Prima di accordarsi al suo mortale nemico (Patto Molotov - Ribbentrop – 1939), il Baffone georgiano, timoroso dell’ascesa di Hitler avrebbe lanciato la parola d’ordine della lotta al fascismo europeo. Al galoppo sull’onda dell’antifascismo si sarebbe così avvicinato alle democrazie occidentali. Correggendo il giudizio verso i partiti socialdemocratici, il Comintern deciderà di tendere una mano alle democrazie europee e nel 1935 sceglierà la politica di collaborazione dei Fronti popolari (contrordine compagni!). Se non è l’inverarsi di quanto Evola ha scritto pochi anni prima su Americanismo e bolscevismo poco ci manca. Democrazia e comunismo, le principali forze dell’“antitradizione” unite nella lotta. Dietro la maschera delle differenze ideologiche, i soggetti politici moderni svelano dunque un’anima (nera) al singolare.
Difficile dire quale “reazione” ci si attendesse a questo punto da Evola. La più valida alternativa per l’“ideologo” sarebbe stata, senz’altro, la riaffermazione dell’identità fra soggetti della modernità (una reazione del tipo: «Beh, cosa vi avevo detto, avevo ragione o no?»), ma l’operazione di “diversificazione” del comunismo compiuta qualche anno prima – ed il relativo ingresso di questo nei problemi del “quotidiano” risolvibili per via politica – “obbliga” il Nostro a perseverare nella valutazione delle alleanze. Il “filosofo” decide di calcare la mano contro l’Urss, e scommette così sulla concreta pericolosità della Russia rivoluzionaria. In che modo, insomma, interpretare l’avvicinamento di Stalin alle democrazie occidentali? Come una conferma della “teoria” della omogeneità fra soggetti politici moderni? Col distacco, più o meno sereno dello studioso? Oppure, non rinunciando all’idea della pericolosa attualità della rivoluzione mondiale? L’uomo (né “super” né “assoluto”, né altro), preoccupato della forza del comunismo e della capacità di calcolo dei suoi leaders finisce col prevalere sul freddo analista del mondo moderno. Evola opta per la soluzione più impegnativa, quella della contrapposizione politica. Non crede né alla rinuncia di Stalin alla rivoluzione mondiale né all’abbandono dei progetti di destabilizzazione internazionale. Interpreta la politica dello status quo non come avrebbe fatto l’Autore di Americanismo e bolscevismo (cioè se stesso, qualche anno prima): come una “carezza” fra l’allieva (l’Urss) e il maestro (gli Usa), ma come una comune scelta opportunistica. “Robetta” da Realpolitik, insomma.
Per necessità, il “filosofo”, colui che fa propria la “conoscenza esistenziale”, quella relativa ai gradi temi di cui Evola ha saputo parlarci, sta dunque lasciando il posto ad un tattico di incerto valore. Con l’avvento della Germania nazionalsocialista – per la quale Evola, lo ricordo per l’ultima volta, nutre delle speranze ideali abbastanza modeste – la possibilità di guarire dal male comunista sono più a portata di mano. La Germania è un interlocutore spiritualmente carente, ma Evola ha deciso di scommettere sulla sua potenza.
Nel corso della seconda metà degli anni Trenta, e poi anche durante la guerra e nel dopoguerra, la questione delle alleanze – come ho già accennato nella prima parte della relazione – resterà al primo posto nelle intuizioni del “filosofo”. Evola cercherà sì di anteporre al suo anticomunismo, un’istanza per così dire “positiva”, propositiva o ideale. Ma l’“istinto” di chi pone in primo luogo le necessità e poi le virtù, la “comunanza” di posizione e poi quella di “valori”, sarà un “fedele” compagno per l’intero arco vitale. O quasi. In precedenza ho anche accennato a talune occasioni, dove e come ricercarlo.
Impegno politico anticomunista, non significa tabula rasa di “valori”. Si sa come Evola, ancora negli anni Trenta (durante la civile guerra spagnola), sostenesse un proprio progetto-programma, sintetizzabile in alcuni punti, sei o al minimo cinque:
1-mantenimento del valore della personalità;
2-lotta la razionalismo;
3-lotta al totalitarismo degli strati più bassi della società;
4-“azione” su se stessi, e abbandono dei sentimenti romantici;
5-Impero come idea spirituale, legata cioè ad un determinato tipo-umano.
A complicare la questione (ma anche a sottolineare quanto “estranea” potesse essere l’opzione tattica per Evola), questi cinque punti spalancano la porta della non-politicità dell’Evola tattico e politico. Mutatis mutandis, più che un progetto politico per la guerra di Spagna, i cinque punti somigliano a un “programma” di pedagogia della Grecia antica (quella nota come la pedagogia del “dover essere”). Ma c’è un altro passaggio fondamentale nel rapporto Evola-comunismo che va sottolineato. La “scommessa” sulla concreta pericolosità della Russia comunista (l’averla in un certo senso accettata – dunque “legittimata” come nemico – storico e politico) si ripercuote, come dire, sulla lucidità, perfino sulla credibilità di Julius Evola.
Il “filosofo” non riesce a leggere gli avvenimenti e ad interpretate ciò che accade nella società come ci si attenderebbe da un intellettuale di spessore. Guarda ma senza le lenti appropriate. Affermare che Evola veste i panni del modesto propagandista (lui che era riuscito ad incantare con la sua densa e acuta analisi eterodossa), è forse un passare oltre la linea della critica motivata per spostarsi sul terreno del  polemica (e del botta e risposta), ma credo sia una logica conseguenza delle sue scelte. Coraggiose, necessarie, ma poco adatte al suo registro vocale. In special modo segnalerò due conseguenze dirette (per via deduttiva) dell’anticomunismo evoliano:
-il Nostro ha individuato nella Russia comunista il nemico da abbattere. Senza “se” e senza “ma” o con pochissimi distinguo. Non riesce così a spiegarsi né le differenze trotskyste all’interno del comunismo né, in parte, il Patto Molotov – Ribbentrop che egli stesso classifica, appunto, come una intesa di “convenienza”, una scelta tattica dalla quale non è certo chi otterrà maggiori vantaggi… (qui il “filosofo” vuol fare il politico, ma non conosce tutte le motivazioni dell’agire per la “polis”).
-nel pieno della seconda guerra mondiale, il suo anticomunismo toccherà le punte massime di carica espositiva. Quasi a calibrare lo sforzo intellettuale a quello militare… (qui il filosofo della “conoscenza esistenziale” praticamente non esiste più!). A mali estremi, estremi rimedi. Sarà una frase che Evola ripeterà nel dopoguerra, quando come ha detto Giorgio Galli (intellettuale non sempre attentissimo…), ricomincerà a scrivere sul comunismo più o meno come aveva fatto nei trascorsi anni Trenta – a seconda, cioè, delle contingenze.
La capacità – piaccia o meno – di “moderare” anzi “gestire” le scelte intellettuali è stata una caratteristica fondante nell’ampio proporsi di Julius Evola. Al punto che, qui, non si è trattato di un incontro occasionale per il viandante della speculazione filosofica. Ma del Leitmotiv per il seguace – pago o meno – della politica di un astratto “principe”.
Maia

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