giovedì 16 dicembre 2010

Quel tempo delle mele...

Anni Ottanta passione autentica! In occasione delle feste natalizie, torna la mania per gli Ottanta: per le forme morbide e i coloratissimi oggetti della nostra adolescenza (alcuni al limite del “kitsch”), e contemporaneamente si festeggiano i trent’anni del film culto degli Ottanta: Il tempo delle mele. La pellicola uscita in Francia il 17 dicembre del 1980, che lanciò l’attrice, oggi quasi quarantacinquenne, Sophie Marceau (nel ruolo di Vic Berreton), “decretò”  il cosiddetto “ritorno al privato” e propose uno stile tipicamente adolescenziale quale non si era mai visto fino a quel momento.
Magari qualcuno storcerà il muso, ma quel filmetto su una mezza dozzina di tredicenni che passa di festa in festa (La Boum – la festa – è il titolo originale del film), che vive le prime passioni e i primi turbamenti, ha la stessa importanza di Love Story o perfino di Easy Rider la pellicola principe della “New Hollywood” (attenzione alle date: 1970 e 1969), due film che hanno raccontato (e raccontano ancora, anche se in modo diverso), vita quotidiana e desideri di una generazione alquanto turbolenta.
Sulla scorta di una letteratura molto in voga a quel tempo, Easy Rider narra della fuga dal mondo della normalità borghese e di una libertà selvaggia e Love Story l’amore tragico e ribelle privo del consenso familiare (situazione tipica degli anni della contestazione), Il tempo delle mele invece è una storiella narrata all’interno di un quadretto sociale “normale” (per i detrattori, forse, solo “normalizzato”), al cui interno si muovono figure piccoloborghesi – genitori e figli –  tutte famiglia, casa, scuola, lavoro e sentimento. E ad attendere i protagonisti, stavolta, non ci sarà una morte improvvisa... Le trasgressioni permesse? I piccoli tradimenti fra mamma e papà, le chiacchiere in famiglia, i pianti facili di un’adolescente e i consigli di una nonna da “belle époque” – intrepida e festaiola – cerniera ideale fra generazioni diverse. Generazioni avvezze al divertimento, alla quiete o al massimo alle “pioggerelline”. Tutto qua? Non è poco. Dopo la tempesta dei Sessanta-Settanta, dopo i conflitti generazionali, di classe, le morti violente, la sparizione del “privato”, i cortei, le sezioni di partito, gli scioperi, i maoisti, i fasciocomunisti, il Vietnam, gli Hippie e la solidarietà ai popoli di colore, il Tempo delle mele è il battesimo della generazione dei “disimpegnati” (quella che è stata chiamata, ma con accezione negativa, la generazione X), la generazione che non vuole “fare a pezzi” papà, parafrasando Freud (a volte gli è amico e a volte no), la generazione nata da genitori cresciuti nel dopoguerra e investiti in pieno dal benessere, la generazione infine dei McDonald’s (non per niente, in Italia, si scoprì l’esistenza di quello “strano” locale americano proprio dal film di Claude Pinoteau). McDonald’s è il simbolo dei gusti “nuovi” e dell’economia “nuova”; esempio evidente di una dimensione privata “allargata”. Un luogo che ospita soltanto comitive e non collettivi scioperanti.
Vogliamo credere alle coincidenze? Dieci giorni dopo appena la morte violenta di John Lennon (ultima di una lunga serie di episodi “forti”, come abbiamo scritto sul nostro Secolo dell’8 dicembre scorso), una morte capace di chiudere un’epoca di “illusioni” (“illusioni” che però, come ci ha insegnato Woody Allen, sono indispensabili alla vita stessa), arriva nelle sale francesi l’apologo della semplicità adolescenziale. La fiaba dei compagnetti di scuola che hanno problemi da compagnetti di scuola (l’invito alla festa), non stanno né dalla parte di Marx né da quella di Nietzsche (per parafrasare la celebre canzone di Antonello Venditti), né si prevede che da adulti possano assumere posizioni nette (dato che anche i loro genitori sono estranei alla politica). Il film prediligendo l’armonia al contrasto (seppur, ripetiamo, quest’ultimo rappresentato in forma “soft”, domestica o privata), contiene alcuni “messaggi” che nell’80 passarono quasi inosservati (o peggio, vennero aspramente criticati), ma che, al contrario, rivelano la filosofia stessa del film (e ne palesano l’importanza).
Primo dettaglio (ma che tale non è…): manca all’interno della storia l’intellettualino della comitiva. Quello che ama i classici del “pensiero”, ha già letto Hemingway (o così dice…), cita Henry Miller (morto peraltro quell’anno stesso) o altri scrittori di un Novecento tutto al singolare. È un’assoluta novità? Forse no. Ma è una circostanza che rivela, come dire, una “soddisfazione” di fondo da parte della gioventù del nuovo decennio. Nessuno sente il bisogno dell’eroe “buono” (chiamiamolo così), della guida intellettuale, del “maestro” per gli anni a venire. L’hic et nucn è la parola d’ordine di tutti i protagonisti. Perfino lo “sfigatello” del gruppo (quello bruttino), non ha velleità intellettuali… Al contrario, invece, il film si presenta come anticipazione del ritorno all’estetica. Non l’impegno, dunque, non il “bene” (e non l’etica), ma l’estetica. I protagonisti della pellicola sono infatti essenzialmente i “belli”, tenebrosi o sorridenti che siano… e tanto basta. Una piccola “rivoluzione” se si pensa che ancora nel 1990 il termine bellezza, come afferma Stefano Zecchi, era ritenuto dai più “offensivo.
 
Secondo e terzo dettaglio: Il tempo delle mele è tutt’altro che un film reazionario (nell’accezione “classica” da anni Sessanta). Le ragazzine sono più che emancipate, consapevoli del proprio essere “persona” (anzi: in assoluta parità),  né “prede” né sognatrici (il “principe azzurro” non è più l’uomo che non c’è, ma il compagno di banco o il vicino di casa, assolutamente raggiungibile…). Del tutto assenti, poi, le questioni legate alla classe sociale, e anche l’annosa questione razziale viene superata con l’inserimento del ragazzino di colore (Arnaud) all’interno della comitiva, in perfetta parità rispetto agli altri. E la Francia di “scheletri nell’armadio”, riguardo i popoli del Terzo mondo, ne aveva ancora parecchi...
Insomma Il tempo delle mele è finalmente un film rassicurante (per chi ama essere rassicurato). Un film sui ragazzini che fanno i ragazzini. Un film sul batticuore adolescenziale e sulla “previsione” che quel mondo di giovani festaioli si trasformerà in un mondo di adulti altrettanto festaioli, sensibili ai problemi di coppia, interessati a ciò che accadrà dentro le mura di casa, e meno (molto meno), al mutamento o, peggio, alle isterie cosiddette “sociali”. Quasi una profezia no? Ovviamente, non siamo alla parafrasi dell’umanità istupidita descritta da H. G. Wells alla fine dei tempi (come parvero percepire gli intellettuali), ma molto più semplicemente all’ennesima svolta dei tempi moderni. La prova generale di quella che più in là verrà sottolineata come la sconfitta delle ideologie, e la prevalenza di una società oramai matura, costruita sulle capacità del singolo e pronta per altre sfide. Pregi e difetti ovviamente…
Il tempo delle mele è l’Europa della “normalità” insomma, come la intendiamo almeno da due-tre generazioni; l’Europa della “quiete dopo la tempesta (ma che ne anticiperà una seconda di tempesta). Possiamo solo immaginare l’indifferenza con la quale i ragazzini protagonisti del film, oramai ventenni, assisteranno al crollo di un muro di Berlino che, per loro, probabilmente non è mai esistito… Ma quegli stessi ragazzi, oramai uomini s’intende, reagiranno in ben altro modo alla tragedia dell’11 settembre 2001. In quel momento, penseranno che le certezze del loro Occidente si stanno sbriciolando. Succederà a loro, come è successo un po’ a tutti, perché ogni generazione ha da fare i conti con le proprie paure...
 
Ma la politica (o la fantapolitica) col film non c’entra nulla, lo sappiamo. La vera grande “rivoluzione” del Tempo delle mele è un’altra. Per la prima volta, a nostra memoria, in poco meno di 120 minuti qualcuno tenta di tracciare un parallelo fra generazioni diverse, scoprendole incredibilmente simili. Genitori e figli (cioè mamma e papà Berreton e Vic), vivono storie d’amore parallele ed entrambe a lieto fine. Negli anni Ottanta la barriera che ha diviso genitori e figli frana quasi di colpo e nonostante venti o trent’anni di differenza, mamma, papà e giovani della generazione X imparano a discutere di problemi di cuore (e anche di sesso), scoprendo che in fondo grandi e piccoli possono essere buoni alleati... Una semplice, autentica, solidarietà fra generazioni insomma… L’immaginate così, l’America di James Dean? O l’Italia del Sessantotto, quella della rivolta contro l’autorità paterna?
Anni Ottanta come decennio di “tregua”, allora? Come ritorno alla famiglia? Diremmo senz’altro di sì. I giovani che rincorrono l’età adulta non respirano più l’aria trasgressiva dei Porci con le ali di Lidia Ravera e non ancora (per fortuna) le nevrosi incontenibili dell’Ultimo bacio (2001) di Gabriele Muccino. La grossolanità, in fondo, è il simbolo di un universo giovanile dei giorni a noi più vicini. I veri anni dell’opportunismo, fuori e dentro le mura di casa. Al contrario, il volto pulito di Vic è il simbolo di un decennio ancora tutto da ricordare.
Maia

Nessun commento:

Posta un commento