mercoledì 8 dicembre 2010

Sicilia & mafia

C’è qualcosa di strano. Di più: di terribile. Si cammina per le vie del centro di una grande città o di un luogo turistico del sud e ci si accorge che non è come la raccontano. Parliamo della mafia, di quella “cosa” che confina con il codice penale, ma che non è solo roba per magistrati o avvocati, o da “stagioni” di grandi delitti, ma molto di più: un’etichetta culturale, una scomoda antropologia, un biglietto da visita, una certificato d’appartenenza, un modo di gesticolare o di aprire la bocca, perfino.
Ai turisti piace venire al sud e comprare le magliette con il profilo di Marlon Brando e del suo “Padrino”, piace ascoltare la musichetta di Nino Rota per le vie del centro-città, piacciono i ristoranti che ricordano le “gesta” di Don Vito Corleone, piacciono tutte quelle sciocche romanticherie sulla mafia-buona, sul rispetto, l’onore e la famiglia. Piacciono, almeno quanto piacciono agli stessi abitanti del sud, le storielle sulla mafia cattiva che non dà scampo, sul siciliano buono che la subisce e sulla criminalità organizzata che un giorno non lontano sarà sconfitta. Sono decenni che sentiamo le stesse inutili parole sulla mafia, assistiamo ai piagnistei degli ipocriti e ai comizi vuoti dei politicanti. Probabilmente aveva ragione il realista Gianfranco Miglio quando diceva che la mafia andava “istituzionalizzata” (in parte lo è, nelle emozioni di uomini e donne); la rete dei rapporti familiari e di sangue è infatti l’unico vero potere effettivo di una regione nella quale Don Vito avrebbe senz’altro la maggioranza assoluta alle elezioni regionali.
Tutta “colpa” di chi? di Napoleone che non è mai sbarcato sull’isola? Di un Risorgimento (benedetto Risorgimento!) che avrebbe colpito le potenzialità dell’isola del sole? Mah… difficile dire. Ognuno, per queste cose, ha la propria ricetta. Certo è che la Sicilia fuori da un contesto “italiano” ed europeo sarebbe stata ben poca cosa: una realtà più vicina al Libano della guerra civile che a un Paese del nostro Occidente. Un luogo nel quale forze di diversa natura – tipi diversi di “Stato” – si sarebbero fronteggiate fino alla resa dei conti; un luogo nel quale la guerra si sarebbe combattuta quartiere per quartiere e casa per casa.
Un libro che va per la maggiore di questi tempi (Terroni di Pino Aprile, 100mila copie vendute), si apre con questa frase: «Io non sapevo che i piemontesi fecero del Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni…». È probabilmente vero, ma è altrettanto vero che sarebbe opportuno scrivere anche qualcos’altro. Cioè che dopo i piemontesi vennero i siciliani, che fecero agli stessi siciliani quello che qualunque altro “popolo” (ma quello siciliano non è popolo, ma insieme di famiglie) avrebbe fatto a un “popolo” nemico (pensiamo alla ex Jugoslavia) e che altri siciliani, quei siciliani stufi di sentir parlare di omicidi, faide e cosche, andando via avrebbero subito il disprezzo dei “rimasti” (come in Istria) e anche quello di chi (non) era per nulla disposto ad accoglierli. In primo luogo dagli stessi piemontesi, le cui offese i siciliani avrebbero dovuto subire per ben due volte. A casa propria e fuori casa.
Forse i furbi meridionalisti, i fondatori di partiti dell’“amore siciliano” e altre menate, dovrebbero riflettere meglio. Che fine fanno i siciliani che vivono male in Patria? Costretti ad andare fuori, al Nord, subendo mortificazioni d’ogni genere; umiliati dagli stessi “meridionali” bell’e settentrionalizzatisi (almeno così dicono) da più generazioni?
Troppo difficile, più facile scrivere che un numero xy di anni fa il meridione era fra i luoghi più all’avanguardia d’Europa e che per colpa dei massoni si è ritrovato col sedere per terra. Magari più facile parlare del bel clima del sud, del mare, della cultura (che va in pezzi, però), del calore umano eccetera e non delle classifiche rese in base alla qualità della vita, che ospitano ai primi posti un orrore urbano come Cuneo, ma negli ultimi posti le bellezze di Agrigento, Catania, Palermo, eccetera. Certo… tanto poi la cultura del sotterfugio, dell’ipocrisia e del disconoscimento dei diritti fa tutto il resto. Riempie di “valori” una terra destinata a vivere, appunto, di luoghi e menti nascoste, di onore sbandierato ma di colpi bassi e pugnalate alle spalle. Ovvio che in un contesto simile, fascismi deteriori e gerarchismi da cortiletto di nonne-e-disoccupati, abbiano finito per prevalere sulla cultura della democrazia; un’anticultura che non prevede uguaglianza nei diritti neanche fra i membri di una stessa famiglia o fra uomini e donne… Tutta colpa del Risorgimento? O colpa dei Siciliani mai “risorti”? Dei tanti Vito Corleone nascosti dentro di sé? Delle incertezze secolari che “costringono” a limitare i rapporti fra consanguinei? Mah…
Sicilia? «Mafia!» risponde la bella straniera conosciuta a piazza Navona, a Roma. Sbaglia? Forse sì, ma sbaglia perché da ingenua crede che la Sicilia non sia libera per volontà di una minoranza che gestisce la politica e gli affari (leciti e illeciti). Una minoranza violenta, banditesca ma romantica quanto occorre. La bella straniera non sa (e come spiegarglielo?), che in Sicilia la mafia conta su un consenso paragonabile a quello del fascismo ai tempi della conquista dell’impero. È il tipo “mafioso” che piace, spinto non per necessità (quello è un altro capitolo…), ma per l’orgoglio di essere il primo, per disporre degli altri e imporre le regole, tutto all’interno di un territorio che di regole ne ha davvero poche.
Mai normale, mai ordinaria, la Sicilia è un mistero. Stretta in una morsa, fra la venerazione per una quantità di scrittori e intellettuali che hanno accarezzato e divulgato i suoi segreti (Sciascia, in primo luogo) e il giudizio dei cultori o dei semplici interessati che ne “tramandano” lo status di piccolo mondo a parte. È sfuggente: “bonaria” ma pesante e rischiosa, proprio come l’America di Don Vito. Così Salvatore Ferlita nel catalogo di una mostra “Scrittori siciliani del Novecento”a Bruxelles: «La letteratura siciliana del Novecento può di certo vantare una costante attenzione da parte di lettori, studiosi e stranieri (anche se non sono mancati casi in cui all’Isola ci si è rivolti per certe patetiche riserve di folklore, per una sorta di barbarismo che sovente ha accecato lo sguardo degli stranieri, pregiudicando i risultati, facendo della Sicilia la patria di un certo esotismo domestico)». Questi “casi” sono i più diffusi, però. I "casi" di cui si parla conti alla mano.
Oggi, il tipo mafioso (il siciliano disposto a tutto), può anche essere un vincente e fondamentalmente un “buono”, protagonista di giochi per la “playstation”, di fiction per la tivù o appunto di film da premio Oscar. C’era da aspettarselo. “Costituzionalizzare” la mafia allora, sarebbe l’atto di realistica resa di uno “Stato” che non è mai esistito o se è esistito ha indossato, esso stesso in prima persona, coppola e gilet, incurante di ciò che accadeva accanto ai palazzi del potere (quelli che si vedono e quelli che non si vedono…). La Sicilia è terra di conquista, purtroppo, e chi non accetta le mortificazioni “interne” vada a cercar fortuna altrove. In bocca al lupo allora e sempre lontani dallo sconforto…
Maia

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