lunedì 13 dicembre 2010

Sogni a occhi aperti: Jean Calogero

La pittura? «È un sogno», è un esercizio «intimo». E in un dipinto il colore è tutto… il soggetto invece è poco più che un «pretesto»... Pare di averli ancora davanti i dipinti dell’artista catanese, formatosi a Parigi, Jean Calogero, esposti a Catania in questi giorni, presso il centro culturale “Le Ciminiere” (“Jean Calogero: mostra antologica”; a cura di Carmelo Strano). Pare di averle di fronte: Parigi, Venezia, Catania e la piccola Aci Castello dove Calogero è morto nel 2001. Città mescolate ai sogni, o meglio sogni mescolati alle città, agli oggetti comuni - ombrelli, maschere, bambole, cappellini, vasi e palline colorate - ai pesci volanti e ai cavalli rampanti. Scene di vita inconsuete, immerse nella luce abbagliante del colore di Calogero, mai dimentico della lezione impressionista ma “intimamente” surrealista, anzi “surrealista siciliano” come ebbe a dire nel 1969 Leonardo Sciascia.
La “cornice” psicologica delle opere di Calogero sta nella mancanza della componete tempo (la sua è una visione atemporale, decontestualizzata che concede pochissime certezze al visitatore), nella quasi-ironia delle composizioni così accurate e così poco “dotte” e nella “modestia” delle visioni che “filtrano” dalle finestre aperte sulla sua Aci Castello. È la “modestia” di uno sguardo soggettivo su un mondo la cui “astrazione” è astrazione di forme visibili e apparentemente casuali. La pittura di Calogero è la memoria di un sogno il giorno dopo: coloratissima e frammentata; con gli “oggetti” in primo piano e le presenze “metafisiche”, razionalmente inspiegabili. Tutte composizioni di una natura al tempo stesso vivace e arcana, sacra e profana, “credibile” e incredibile… Quello di Calogero è uno sforzo epico, prodotto in un mondo distante e irregolare - copia “perfetta” di una festa di carnevale - un mondo raccontato dalla solitudine di un’artista sovente lontano dai clamori della modernità, ma mai relegato in soffitta.
La mostra catanese rappresenta compiutamente il percorso di Calogero. Un percorso tutt’altro che privo di soddisfazioni “terrene”. Suddivisa in tre parti (anni ‘40-‘50; ‘60-‘70 e ‘80-‘90), la vita dell’artista viene esaminata dai primi anni parigini, Calogero ha venticinque anni quando si reca in Francia (notevoli in questo periodo: il Nudo di donna del 1947, “Operà”, “Enfants” e “Cirque”), passando per gli anni intermedi delle “visioni urbane” fino a quelli della maturità, della libertà espressiva e della maturità tecnica (“Cavaliere” e “Venditore di maschere”). La sua prima mostra personale a Parigi è del 1951, presso la Galerie Hervé. Passano alcuni anni e il nome di Calogero comincia a essere accostato a quello dei grandi artisti, di qualsiasi periodo si tratti. Prima riceve la “Grande medaglia d’argento” che è il massimo riconoscimento conferito ai pittori viventi, poi viene inserito nel “Catalogo internazionale dell’arte Benezit” con i grandi nomi della pittura d’ogni tempo e paese. Ancora negli anni Cinquanta, gli si aprono le porte delle più grandi città del mondo (New York, Los Angeles, Chicago, e poi: Milano, Roma, Firenze e Tokyo), i suoi dipinti finiscono nei grandi musei d’arte moderna (quello parigino e quello newyorkese) e impreziosiscono le pareti delle star di Hollywood. Dalla coppia Liz Taylor, Richard Burton a Judy Garland. Ma è solo l’inizio.
Critici come Maximilien Gauthier, George Waldemar, Francois Christian Toussaint si sono già accorti di lui. Poi è la volta di Vanni Ronsisvalle, Vito Apuleo e Francesco Gallo. Dagli anni Settanta-Ottanta, dunque, anche in Italia si parla di Calogero. E si parla soprattutto del suo singolare rapporto con la Francia e dello “sposalizio” fra la calda Sicilia e Parigi la cosmopolita: «Gli anni Ottanta di Calogero confermano una sua maturità poetica che fa a gara con una raggiunta omogeneità pittorica, maturità e omogeneità che hanno ancora come polarità dialettiche, Parigi e la Sicilia, oggetti d’amore e d’odio, oggetti che valgono tutta una vita di sogni e di delusioni…». Ora sofisticato, ora “forte”, ora fiabesco ora enigmatico, ora simile a Dalì, ora riassumente la complessità delle espressioni novecentesche, ora infine “mediavele” per tecnica e utilizzo delle vernici e delle velature, Calogero è un artista a prima vista sfuggente, ma mai cerebrale. Forse bizzarro (di una bizzarria che si confonde con le fantasie di un “poema labirintico, nel secolo della “pazza arte”), ma istintivo  sempre e comunque anche quando si finge “narratore” di avventure ariostesche.
La Sicilia lo ispira nell’uso dei colori, impiegati con nettezza, senz’alcun indugio a prescindere dagli umori personali. A prescindere persino, si diceva, dal soggetto dipinto. E la Sicilia gli rende omaggio tante volte per più di quarant’anni, a cominciare dal 1969, dalla “prima” palermitana. Poi: Catania, Siracusa, Messina, Taormina, fino a palazzo Russo di Aci Castello. Adesso la grande mostra antologica promossa dai figli di Calogero, Massimiliano e Patrizia, raccoglie, per la prima volta, nei tre piani della catanese “Galleria d’arte moderna” cento dipinti e un video curato da Marilena Vita. Si vede l’artista che racconta se stesso con timidezza isolana e il misterioso distacco del pittore “di razza”. Fra le rarità in esposizione, oltre alla giostra dei dipinti e degli oggetti, un cavalletto e i pennelli appartenuti al maestro negli ultimi anni di vita. Quando oramai celebre, ma sempre schivo, amava osservare il mare e la natura da una finestra aperta sul mondo delle cose.
Maia

Nessun commento:

Posta un commento