giovedì 30 dicembre 2010

Tinto... di rosa

A tutto il resto preferisce il sedere. Delle donne naturalmente. Che lui chiama in un altro modo (e non è il solo a farlo). Ha anche scritto un libro, qualche hanno fa su quella parte del corpo che, ne parli bene o ne parli male, resta un profondo enigma (Elogio del culo), un sole misterioso attorno al quale girano più di nove pianteti alla volta. Si chiama Tinto Brass e lo conoscono in tanti: è un tipo simpatico e un po’ sporcaccione ovviamente, ma anche rassicurante e geniale a modo suo. Di quelli che non sai mai se parlarne bene o trattarlo invece con timida cattiveria. Proprio come il sedere, ecco.
 Dei suoi film da regista, neanche trenta, molti sono praticamente uguali – cambiano le facce e qualcos’altro – di gusto per la bellezza invece Brass ne ha da vendere (e infatti lo vende in quei negozi un po’ bui che si chiamano cinematografi), e un tocco di classe qua e uno là se lo concede volentieri, ogni due o tre anni. Almeno un tempo. Del resto pare che il ragazzaccio di scuole ne abbia fatte e buone: Tinto è un  avvocato mancato che s’innamora del cinema francese e della Nouvelle Vague, e s’inventa assistente del documentarista Joris Ivens e di Roberto Rossellini che di donne, pare, se ne intendesse e molto. Avremmo potuto chiederlo alla Magnani o alla Bergman. Ribelle e radicale – nel senso di pannelliano – Brass ha voluto aggredire le morali e le abitudini borghesi, trasformando sogni inconfessabili in realtà audacissime. I suoi film sono una terza via fra una esplicita pornografia e un più “banale” ed abusato erotismo da commedia; lavori che hanno creato scandalo autentico – a destra come a sinistra, fra i cattolici e le femministe agguerrite – per l’utilizzo “spregiudicato” del corpo femminile (donna = corpo = relazione sessuale), per la rivalutazione del bordello come luogo di verità e per la bocciatura della morale comune – compresa la fedeltà – nelle relazioni uomo-donna in ambito matrimoniale. La rivoluzione che Brass ha inteso “capitanare” da più di trent’anni, almeno dal punto di vista dell’accettazione pubblica di un costume sessuale libero (a volte come metafora di libertà assoluta), e il più delle volte anche esibito, non ha raggiunto però risultati apprezzabili. Apprezzabili nei grandi numeri e non limitato ai – monotoni o interessanti – dietro le quinte. Gli unici risultati sono quelli ascrivibili al periodo genericamente noto come “rivoluzione sessuale”. Nulla di più.
 Brass esordisce nei burrascosi anni Sessanta con una pellicola sul disagio giovanile, un film poco apprezzato da chi il potere di non “apprezzare” il lavoro altrui lo “esercita” eccome (chiamasi censori); poi va avanti almeno per un decennio con lavori di vario genere, anche politici ma non molto entusiasmanti e poco visti, eppure girati anche accanto a maestri del calibro di Comencini e Bolognini. Due titoli di quello che venne considerato un esponente per certi versi solitario di una Nouvelle Vague italiana: Chi lavora è perduto, racconto di un anarchico veneziano riproposto poi in altri lavori al limite dei Settanta e Col cuore in gola giallo eccentrico almeno quanto il suo autore; film col quale inizierà il sodalizio Brass-Silvano Ippoliti, direttore della fotografia e nel quale brillerà la creatività di Guido Crepax. Il talento c’è ma il successo non si vede ancora. La svolta per lo meno estetica verso un cinema a tema fisso – l’erotismo appunto – ma ripagante, si avrà nei più audaci Settanta con Salon Kitty. Una miscela saporita di gusti vari da Luchino Visconti a Liliana Cavani, un film a tratti degno del Cabaret di Bob Fosse. Una produzione complessa (italiana-tedesca-francese) per un capolavoro di corpi, musica e divise: una storia nazionalsocialista (ma non una fra le tante), sulla bestialità dei nazisti e su qualche dozzina di prostitute (che nel film si chiamano in un altro modo), spezzate dal gioco della corruzione politica e dal vortice delle Ss. Quello nazionalsocialista è un sogno di potere che decade con la morte di un capitano senza scrupoli mentre i nemici stanno per bombardare una Berlino oramai segnata. Attore protagonista, nel ruolo maschile, è quell’Helmut Berger, bello e dannato, protagonista-trasgressivo e bisex degli anni Settanta, oggi ultrasessantenne ingrassato e infelice. Alcolizzato – in realtà lo è stato sempre – e penosamente sul lastrico.
 Altra “svolta” brassiana che la coorte più dei cinquantenni che dei quarantenni ricorderà è La chiave (ambientato a Venezia come buona parte dei suoi film), con Stefania Sandrelli, attrice amatissima dai registi di casa nostra, protagonista a ripetizione di ruoli per il piccolo e il grande schermo. È quel film del 1983, forse in assoluto il suo maggior successo di critica e di pubblico, che offre a Brass la patente riconosciuta di maestro dell’erotismo all’italiana (lirico e casereccio insieme), e del narratore delle inquietudini familiari e della voluttà di donne giovani e mature. Che avranno via via il volto (e altro ancora) di attrici debuttanti e già affermate. Serena Grandi, Francesca Dellera, Debora Caprioglio, Claudia Koll e Anna Galliena. Per citare le più note. I titoli brassiani forse sono altrettanto conosciuti: Capriccio (1987), Paprika (1991), fino ad arrivare a Senso ’45 rifacimento erotico del più noto film di Visconti (2002). E ancora oltre fino a Monamour del 2005.
 Grazie a Tinto alle giovani “promesse” del cinema italiano si apriranno le porte di carriere non prive di prestigio. Nessuna di loro verrà riconsegnata all’anonimato dopo l’esperienza brassiana. Come volevasi dimostrare: malgrado le morali ufficiali e grazie al chiacchiericcio, le curiosità generalizzate e le censure verbali, le donnine di Brass rimarranno fisse nella memoria dei giorni, “violate” dai mass media o dalle cronache più spicciole. È il caso di Claudia Koll, protagonista di uno dei film più visti e citati del maestro di origini giuliane, Così fan tutte (1992). Storia di una donna giovane e bella insoddisfatta dai limiti e dai tabù imposti da una morale sessuale e familiare poco flessibile, “trasformatasi” poi in un’“altra” donna – altrettanto bella ma non più attrice - che ha fatto della rigida morale cristiana e dell’amore verso Gesù Cristo il Leitmotiv della propria esistenza. Il nuovo “corso” di Claudia e il paragone del tutto spontaneo fra il prima “brassiano” e il dopo cristiano, ha creato curiosità attorno la figura e la vocazione di una credente che vive, adesso, come una missionaria della parola di Dio. Curiosità che non vanifica la sincera considerazione verso una scelta in ordine agli “affari” dello spirito.
Ma l’autore di nEROSubianco non è solo il papà di tante attrici italiane e straniere. Brass ha realizzato una parafrasi teatrale del Don Giovanni, ha girato cortometraggi, lavorato per la televisione (anche la mostra del cinema di Venezia si è accorta di lui) e da qualche tempo ha pensato a un moderno rifacimento del suo Io, Caligola del 1979. Tinto compirà ottant’anni a marzo del 2013. La salute va e viene (ricordiamo il misterioso ricovero l’aprile scorso), auguriamoci dunque che la “categoria” degli addetti ai lavori ne riconosca il ruolo di maestro del genere erotico (un capitolo a sé stante della storia del cinema), senza attendere – scongiuri a parte – le inevitabili glorificazioni post mortem che appartengono alle categorie togate della nostra cultura. Per un artista che ha fatto della condanna delle ipocrisie borghesi e dell’esaltazione della carne due affilatissime armi, sarebbe un’incredibile beffa. Equivarrebbe, con parole nude, a non averci capito proprio un bel nulla.
Maia

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