lunedì 20 dicembre 2010

Un legnetto di sessant'anni e passa

Anno di grazia 1966: rock psichedelico, Beatles, Rolling Stones, e l’ottimismo della Swinging London. Si era nel mezzo di una rivoluzione British, che procedeva dalle arti – con l’affiorare del pop – e coinvolgeva i giovani del tempo che sognavano un mondo fatto di gente diversa, con maschi e femmine finalmente “moderni”. Fra esse una ragazza secca secca come un legnetto, tale Lesley Hornby, che un giorno di quarantaquattro anni fa sarebbe diventata l’emblema di quegli anni pazzi, di divertimento e di furore, di libertà e di partecipazione emotiva. Il suo nome d’arte è noto a tutti Twiggy (legnetto o ramoscello, appunto); ed era ed anzi lo è ancora – seppure si dedichi anche ad altro – la modella (oggi top model) per eccellenza: un metro e settanta (oggi forse ben poca cosa…) e poco più di quaranta chili di peso. L’anno scorso Twiggy ha compiuto sessant’anni e la National Portrait di Londra le ha dedicato una mostra fotografica con molti passaggi biografici, aperta fino al marzo scorso; esponendo gli scatti dei fotografi più noti del mondo, Cecil Beator, Richard Avedon, Linda Eastman (prima moglie di Paul McCartney) e naturalmente quel Barry Lategan cui si deve il vero e proprio lancio di Twiggy.
Londra, ancora il 1966. Il parrucchiere Leonard Lewis sta tagliando i capelli a una ragazzina di diciassette anni, figlia di un operaio e di una commessa, Lategan è già lì perché ha deciso di scommettere su quel volto innocente appena allungato con bocca e occhi grandi (sarà il “volto del ‘66”), che con i capelli tagliati alla “maschietto” e il fisico sottilissimo (niente curve), rappresenta un nuovo tipo di donna; non più schiava degli sguardi maschili ma seducente e indiscutibilmente elegante, in una parola sola: padrona di se stessa e delle proprie scelte. Scelte che parevano coincidere in tutto e per tutto con i gusti del tempo: trucco pesantissimo, peculiarità, ambizione di affrontarle tutte le critiche dei “matusa” e voglia di apparire giovani (eterni adolescenti), e con una nuova identità. Sarà un successone insomma, anche se inaspettato per una ragazzina nata nei sobborghi di Londra, il cui destino avrebbe potuto riservarle un comune lavoro da parrucchiera. Il viso di Twiggy verrà infatti immortalato sul Daily Express poi, molto presto, arriveranno la fama e le copertine di Vogue grazie anche al fidanzato manager Justin de Villeneuve. Tre-quattro gli anni, e non di più, vissuti da diva perfetta, poi una nuova svolta: il cinema e la canzone fino agli anni Novanta, con fra gli altri successi mica male: The Boyfriend di Ken Russel (1971), grazie al quale Twiggy vincerà due Golden globe come miglior attrice debuttante, e come miglior attrice in un film commedia o musicale; e il musical My one and only (1983), di George Gershwin. Per lei una parte nel film culto di John Landis, The Blues brothers (1980), coi grandissimi John Belushi, Dan Aykroyd, James Brown, Cab Calloway, Ray Charles e Aretha Franklin. Probabilmente poteva anche bastare così.
Ma canto e ballo a parte, il nome di Twiggy è legato a quello di un’altra donna importante del secolo trascorso, il cui nome vale un’intera epoca. Parliamo di Mary Quant, che decise di abbinare proprio al corpo della giovane ragazza-copertina il lancio promozionale della sua minigonna, cioè l’indumento principe della Swinging London. Anch’essa dei sobborghi di Londra, ma stavolta figlia di professori gallesi (e di 15 anni più anziana rispetto a Twiggy), Mary predilige la vita da bohemienne, insieme peraltro ad Alexander Plunket Green che oltre a essere il nipote del filosofo Bertrand Russell sarà presto anche suo marito. Poi però aprirà un negozio-boutique (Bazaar) colmo di colorate ma preziose stravaganze, almeno per quanto riguardava le non del tutto passate stagioni immerse nel conformismo. Sarà un successone anche questo, presto la Quant riceverà la stessa onorificenza offerta dalla regina Elisabetta ai Beatles, e già nel 1974 le sue creazioni diverranno oggetto di una mostra londinese. Fra i suoi accessori ribelli, ovviamente, anche la minigonna che diventerà un indumento rivoluzionario (data di nascita: 1964; luogo: tra King’s road e Carnaby street), tanto che nel campo del costume femminile verrà presto considerato uno degli spartiacque nel campo dell’emancipazione insieme agli anticoncezionali. In tempi di rivendicazioni di libero amore e di libere relazioni, la libertà nel vestire o nel mostrarsi privi-di o con pochi abiti addosso verrà infatti etichettata come un prezioso “preliminare” di forma e di sostanza. Oltreché l’immancabile sfida ai costumi antichi, alla società perbenista e borghese (minigonna = oggetto proibito si dirà in casa nostra per lungo tempo) e un inno sfacciato alle nuove tendenze e abitudini.
Nel Belpaese, quasi fino agli anni Ottanta (centrosinistra o non-centrosinistra), la donna si barcamenava fra i mille problemi di una società sessista che la vedeva al margine delle attività sociali e delle relazioni interpersonali: paura e inesperienza per una vita sessuale soddisfacente innanzitutto; ma anche lavoro, subordinazione e assoluta disparità con gli uomini. Una su tutte: nello stesso 1966 la contraccezione era ancora considerata un reato “contro la stirpe”. Com’è noto saranno soprattutto il divorzio, l’aborto e la legge sulla violenza sessuale, le tappe di una crescita generale nel dominio della coscienza diffusa della “questione femminile”. Perché le cose cominciassero a mutare tuttavia, la donna si era per prima cosa avvicinata nei modi e negli atteggiamenti al sesso maschile; ma le maggiori possibilità di contatto con gli uomini e la diversa opinione che si aveva di esse, avevano di certo giovato al cambiamento (piaccia o meno) anche negli atteggiamenti maschili. Interessante in proposito l’idea del filosofo Tullio Gregory: minigonna per le donne e capelli lunghi per gli uomini segnalavano una mutazione nel comportamento dei giovani. Le donne potevano comportarsi come gli uomini e questi ultimi cercavano di somigliare alle prime. Ufficialmente così cominciavano a cadere i tabù relativi alle apparenze maschili e femminili e tutto – e non solo – nei sorprendenti anni Sessanta. Naturalmente anche la coppia Mary Quant – Twiggy poteva rivendicarne il merito però, proprio mentre a poco a poco l’intera moda europea stava rivoluzionando se stessa: dalla biancheria intima, alle parrucche femminili (di gran moda), dal modello delle scarpe al trucco (Twiggy usava un trucco singolare dipingendo le ciglia e la parte inferiore degli occhi fino alle guance, per esempio). A tutto questo, poi, era senz’altro da aggiungere il boom dei jeans, indumento unisex per eccellenza, e l’inizio della mania per la moda esterofila: asiatica soprattutto.
Chi può e chi vuole, chi non l’ha mai fatto o chi l’ha già fatto, può rivivere le atmosfere del tempo (1966) grazie al capolavoro di uno dei nostri registi più internazionali del dopoguerra: Michelangelo Antonioni. Il suo “Blow- up”, infatti (sceneggiato dallo stesso Antonioni, Edward Bond e dal poeta Tonino Guerra) è ambientato proprio nella Londra della Swinging London, ed è anche noto per il primo nudo frontale della storia del cinema mostrato dalla londinese Jane Birkin. Oltre che uno dei film più riusciti del regista ferrarese è uno spaccato di quello che i Sessanta (pregi e difetti) con la loro creatività artistica – moda, musica e fotografia – erano capaci di racchiudere al loro interno. Ma c’è naturalmente un rovescio della medaglia. Da molti versanti, i quarant’anni e passa trascorsi da quei tempi sono davanti ai nostri occhi: quel tanto che appariva di irregolare e non-conformista si è purtroppo trasformato in un comune sentire, in un’abitudine al trash, alla stramberia, più che alla originalità…
Per fortuna però Twiggy la “trasgressiva” sembra oggi – otto lustri dopo – una genuina donna di spettacolo di mezza età con tanto di sito web e apparizioni televisive. Oggi l’ex ragazza dei sobborghi londinesi è sempre bella e “grazie a Dio” un po’ ingrassata, fa ginnastica, ha tanti hobby e lavora ancora ma senza perderci troppo la testa. Ha un marito che fa l’attore (Leigh Lawson; il primo marito – attore anch’egli: Michael Witney – morì quando lei aveva ancora 29 anni) e proprio nessun rimpianto. Neppure quello di aver trascorso una vita scevra dagli eccessi. Anzi. È stata proprio la sua vocazione al “consueto” a tenerla lontana dal baratro della dannazione. Per la regina dall’ombretto blu, della polvere d’oro e dei lustrini, il trucco più riuscito è stato forse quello di coltivare anche la virtù dell’ordinario. È il caso di dire allora: molto giudizio molto onore per la ex ragazza del quartiere Mayfair!
Maia

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