lunedì 31 gennaio 2011

Il poeta ingegnere

“Il poeta-ingegnere” così era soprannominato Leonardo Sinisgalli - poeta e prosatore laureato in ingegneria e pubblicitario in “stile essenziale e ungarettiano” - morto trent’anni fa, il 31 gennaio del 1981. La sua è una storia “quasi comune” di emigrazione da un Sud povero (era nato nel 1908 a Montemurro in provincia di Potenza), verso Roma; la Capitale, che nella metà degli anni Venti offre nuove possibilità per chi ha capacità e voglia di fare. Quella di Sinisgalli è una storia che potrebbe ripetersi anche oggi – e che si è ripetuta in passato: un diciottenne che lascia il proprio paese («terreno di spenti vulcani; terreno di argille e di calcare, delle frane silenziose»), per avanzare verso Nord, verso il cuore dell’Italia, non dimenticando tuttavia, la bellezza delle terre d’origine, la ricchezza se non altro simbolica, delle lande lucane.
A Roma, Sinisgalli si iscrive alla facoltà di Matematica e quasi contemporaneamente inizia a coltivare l’interesse per la poesia, frequenta gli ambienti giusti, conosce Cardarelli, Vittorini e Mario Mafai, e sovente lo si può trovare nella mitica terza saletta del caffè Aragno. Siamo alla fine degli anni Venti, come tanti intellettuali del tempo Sinisgalli ammira la figura di Mussolini, e ha già pubblicato la raccolta “Cuore”. Enrico Fermi lo vuole con sé presso il suo istituto di fisica ma il poeta rifiuta sentendo il richiamo della “musa” umanistica. «Potevo trovarmi nel gruppo dei ragazzi che hanno aperto l’era atomica, preferii seguire i pittori e i poeti e rinunciare allo studio dei neutroni lenti e della radioattività artificiale», dirà di sé più tardi.
 L’affermazione arriva nel 1936 quando Scheiwiller gli pubblica le “18 poesie” di evidente contenuto autobiografico, poesie che si collocano al centro di un triennio fondamentale. Nel 1935 è uscito il “Quaderno di Geometria”, nel 1937 invece Sinisgalli ha ricevuto un incarico presso l’Olivetti. Da questo momento le “parole chiave” della sua esistenza poetica sono quelle della memoria (l’infanzia mitizzata, l’amarezza del vivere) e della moderna invenzione. Un doppio binario, una coraggiosa mescolanza di temi e “culture” a causa dei quali Sinisgalli resta a lungo incompreso; in un ambiente letterario (e in parte della critica) che fa dell’immobilismo la sua bandiera, gli spazi sono sempre più stretti. Nel ’43 esce per Mondadori “Vidi le muse” che raccoglie i lavori poetici degli anni Trenta, è importante partire da lì.
 Gli anni Cinquanta sono altrettanto rilevanti: nel 1950 è uscito il volume “Furor mathematicus”, raccolta di scritti definita «il punto d’incontro fra scienza e arte, tecnica e civiltà». L’approccio è emblematico. Così scrive il Nostro: «La natura entra placidamente nelle nostre capsule, nelle parole e nei simboli, nelle lettere e nelle cifre. Ci entrano anche i pensieri. Entrano le formule semplicissime che governano il mondo. Le equazioni di Einstein sono brevi come le formule dell’acqua e del sole. Dio è laconico». Una lezione per tecnici e “professionisti” della bella scrittura dipendenti dai parossismi della forma. Già collaboratore della “Fiera letteraria” di G. B. Angioletti, dal ’53 al ’59 fonda e dirige la rivista della Finmeccanica “La civiltà delle macchine”, che sarà il suo maggior successo. Precedentemente ha lavorato alla Pirelli di Milano, adesso viene chiamato da Enrico Mattei all’Eni. Poi va all’Alitalia all’interno della quale diventa consulente, infine dirige una rivista di design la “Botte e il violino”. Alla ricerca ermetica della purezza assoluta, nostalgico del tempo “perduto”, solo raramente Sinisgalli è riuscito a liberarsi degli “slanci” che ricordano un “tipo” di dannunzianesimo oramai acquetatosi. L’esito finale della sua poetica è un canto alle diverse sfaccettature del tempo. Antico e nuovo allo stesso tempo.
 Sinisgalli appare ancora a trent’anni dalla morte un personaggio “singolare” (questo, peraltro, il riferimento essenziale dell’articolo uscito per “la Stampa” il primo febbraio dell’81, il giorno dopo la morte). Gran “contaminatore”, con un pizzico di “folle” ironia, Anche quando Sinisgalli si occupa di arredamento non smette di pensare in grande. A dargliene il coraggio, forse, il dna di uomo del Sud con uno splendido passato di armonie e bellezze alle spalle: «Non vi è dubbio», dice, «che a immaginare una città riesce meglio un poeta come Saint – John Perse, un pittore come De Chirico, un filosofo come Tommaso Campanella, un vescovo come Sant’Agostino, che un architetto come Le Corbusier».
Già dall’immediato dopoguerra (“Quadernetto alla polvere” - 1948), ma poi sempre più negli anni Settanta (“Mosche in bottiglia” e “Dimenticatoio” 1975 e 1978, entrambi per Mondadori), l’essenzialità dei versi di Sinisgalli sono lo specchio di un mondo che sta cambiando con una velocità che ricorda i primi anni del Novecento. Adesso però, la poesia diventa quasi “inutile” di fronte alle apparenze di un’esistenza del tutto mutata nei suoi significati posti a fondamento del vivere e del vivere di piccole cose. Nel 1952 Sinisgalli può ancora scrivere i versi de “La vigna vecchia”, «Mi sono seduto per terra accanto al pagliaio della vigna vecchia…», quasi un inno alla nostalgia della solitudine di Montemurro. Un lustro appena e l’Italia inizierà a celebrare il suo boom: il 25 marzo del 1960 l’autorevole Financial Times informerà infatti dell’avvenuto miracolo economico. Forse anche per questo, il destino dei “tempi moderni” busserà ripetutamente alle porte delle nostalgie di un poeta non ancora anziano. E lo farà a lungo, e fino alla morte

giovedì 27 gennaio 2011

Aleister e Antonello. Due maghi a Cefalù (in ordine alfabetico)

Mare, se non il più bello d’Italia poco ci manca, e montagne. In mezzo un paesello di 13mila anime, la cattedrale normanna, la casa-museo del barone Pirajno di Mandralisca (che colleziona opere d’arte), i ristoranti, le viuzze coi turisti e, in giro, tanta eleganza e gentilezza. Siamo a Cefalù a pochi chilometri da Palermo, in un pezzo di Sicilia inconfondibilmente siciliano; qui è tutto come ti aspetti: antico – le mura, il lavatoio, le chiese e i fedeli – ma moderno quanto basta per non far rimpiangere luoghi ed edifici più a Nord.
 A Cefalù un’informazione sul mago-esoterista, artista (sessuomane), scrittore e molte altre cose Aleister Crowley, che qui visse nei primi anni Venti, la danno sicuramente. Il problema è che (forse per il tipo in questione, forse no), va a finire che più notizie si hanno e peggio è. La casa in cui visse? Sì, è di fronte al cimitero (luogo simbolo…); no, è sulla strada che conduce a Gibilmanna; no, è in contrada Santa Barbara… imboccate la salita e la troverete subito… ma attenti alla recinzione… Gli uomini dicono di esserci stati, tutti, di aver visto… curiosato fra i ruderi, i dipinti e quel che resta dell’antica “abbazia di Thelema” (praticamente nulla), le donne invece non ci sono mai state (così dicono…), mai state in quel luogo strano, pieno di simboli – che in pochi conoscono – dove quasi un secolo fa ci facevano le orge: uomini, donne, animali e non si sa chi o cos’altro
 Di vero in tutta la storia del mago a Cefalù (anni fa ci scrissero pure un libro con ricerche ben dettagliate edito da Mediterranee, un libro introvabile a Cefalù e “custodito” nella bellissima biblioteca del museo Mandralisca), c’è che la casa esiste ancora, che è oramai un rudere e che i proprietari – gente di Palermo, così si dice – la tengono lì, in attesa di non si sa cosa, forse di qualcuno che si decida a valorizzarla come bene artistico, storico o su per giù e a cacciar fuori parecchia grana. Di vero c’è che la casa si trova in un luogo, oramai poco “esoterico” di fronte lo stadio; e di recinzione neanche l’ombra, solo un sentiero poco praticabile e una finestra aperta. Il resto lo fa la fantasia, o se si ha il “coraggio” di saltar dentro qualche dettaglio, dato che i dipinti sono nascosti e rovinati (su internet si vedono molto bene, però); il resto lo fanno le chiacchiere e i pettegolezzi della gente del luogo, gente in verità assai tranquilla che vive senza “ombre” di maghi dietro le spalle e che campa di turismo e di normalità, una delle “cose” più difficili, peraltro, in Sicilia.
 La gentilezza in Sicilia non la compri nelle botteghe agli angoli della strada. Se si è gentili lo si è a prescindere (come diceva Totò). In albergo, dal barbiere, in biblioteca, chiediamo del mago-Crowley? Tutti ci dicono qualcosa. Cinque minuti appena e si diventa amici, ci si saluta per la strada e ci si dà appuntamento al giorno dopo, eventualmente. Crowley permettendo
 Perfino chi è contrario per fede, religione o altro, se sa parla volentieri. E sorride… «Scusi cerco la casa del mago Crowley, m’hanno detto in paese che è da queste parti…». Risposta in “camilleriano” stretto: «A casa do’ diavulu?... Nenti sacciu, sugnu evangelista, ma… ma… se girate l’angolo la vedete là, d’in facci al campo sportivo…». Un’informazione oggi, una domani, la si trova finalmente. Niente fili spinati. “Clima” semplice: campagna e abitazioni (cento anni fa isolata, c’è da crederlo, oggi circondata da case e villette), coi bambini che giocano a nascondersi fino all’ingresso della “misteriosa” abbazia. L’uscio è “off-limits”, l’hanno detto mamma e papà.
 Abbazia? Mah… casetta o “casuzza” più che altro, cento metri quadrati, forse più forse meno. Pare che Crowley ispirato da non si sa quale rivelazione avesse progettato una specie di edificio con colonne, cupola e vetrate, poi però s’era dovuto accontentare: una villetta in affitto da occupare con le concubine (due), bambini e gli ospiti occasionali. Oggi la casa è chiusa, porte sbarrate e una finestra aperta. Sopra il motto di Crowley: “Fai ciò che vuoi…” (sembra una sentenza fascistica, anche se Crowley fascista non era, anzi per “colpa” del Regime dovette abbandonare l’Italia). La frase è accattivante, è il benvenuto per le coppiette in cerca di brividi o per i semplici curiosi. «Ogni anno vengono decine di persone da fuori… stranieri e turisti…», ci dicono i più informati, ma l’accoglienza? Già… forse l’Abbazia di Thelema è una metafora delle condizioni della Sicilia… fatiscenza, pochi punti di riferimento ma tutt’attorno il paradiso della bellezza.
 L’interno della casa (ciò che è visibile dalla finestra) non è proprio il massimo… Disegni scrostati, una vecchia rete addossata alla parete - servirà per i rapporti sessuali dei giovani “adepti”… - sporcizia che si confonde con qualcos’altro, cioè disegni o riferimenti a verità nascoste o esoteriche…  Perché la casetta è proprio lì, perché Crowley venne a Cefalù? Il più colto, o il più ciarliero cittadino di Cefalù ci risponde che come Torino – città magica e incrocio di influssi che i volgari cittadini non percepiscono – Cefalù si trova al centro di triangoli magici, poi però nel citare gli altri vertici s’impappina un po’… è normale
 Il sentiero per arrivare alla casuzza è peggio dei ruderi. Non ce li vediamo i seguaci di Ronald Hubbard (Scientology), che pare che a Crowley si sia ispirato, avanzare fra la cacca dei cani abbaianti, le palme malaticce e i ferri dei robivecchi di Harlem. Eppure… quelli informati – ancora loro – dicono che Crowley sia uno dei personaggi più importanti del Novecento. Uno di quelli che il Novecento l’“ha fatto” come si direbbe per un sessantottino. Uno capace di mettere d’accordo il diavolo e l’acquasanta. Julius Evola e i Beatles per esempio o i Rolling Stones o Marilyn Manson. Scegliete voi chi siano i maledetti o i benedetti… Il primo ha citato Crowley in una delle sue opere più importanti parlandone bene (“Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo”); i Beatles lo hanno inserito nella mitica copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, fra le “persone che ci piacciono”. Una vera “terza via”, insomma, quella di Crowley l’inglese nato nel 1875 e morto nel 1947.
 Educato rigidamente al protestantesimo, in contatto con la Golden Down, bisessuale, “eroe hippy” per il suo stile di vita, alpinista di gran vaglia e pittore esoterico, il “mago” si trovava in Egitto agli inizi del secolo quando ricevette da un antico stregone – Aiwas – le nozioni per fondare una nuova religione anticristiana. Molto più “adorato” che letto, molto più citato (oltre Evola: Sciascia, Consolo, Umberto Eco e Maugham che a lui si è ispirato per uno dei suoi romanzi) che “digerito”, Crowley resta oggi un autentico mistero. Ciarlatano? Forse no… Anche se mettere il grano di qua e la pula di là è operazione difficile (utile, forse, solo ai fanatici o agli adepti delle sette segrete…). A Cefalù, ovviamente, nessuno se lo ricorda. Pare che in paese girasse acconciato da “mago”, pare che molti ne avessero paura perché si pensava consumasse sacrifici umani… ma gli studiosi non ci credono; è solo una “leggenda”, è la storiella  di chi amava dire di se stesso: “sono l’uomo più malvagio del mondo”.
Chi vuol recarsi a Cefalù, in cerca di “maghi” non dimentichi di visitarne uno vero, però. Al museo Mandralisca c’è il “Ritratto d’Ignoto” di Antonello da Messina, uno dei più grandi pittori del Quattrocento europeo. Beatles o Rolling Stones, anche lui è una persona che “ci piace”, e molto.

Il "figo" di destra

Avete presente Danny DeVito no? Il brav’attore americano poco affascinante né particolarmente adatto ai ruoli da bello-e-dannato?… Ecco, immaginate che – così per magia – un giorno qualsiasi Danny si guardi allo specchio (magico, naturalmente)…
Cosa vede, di cosa si "accorge"? Si accorge che i capelli stanno crescendo, che il corpo comincia a farsi più snello e allungarsi e che i vestiti si stanno colorando di nero e stanno mutando completamente foggia (da una camicia in stile hawaiano a un lungo mantello…)… Ecco… immaginate a un certo punto che il vostro Danny si accorga di essersi trasformato nientemeno che in Capitan Harlock! E aspettate altri dieci minuti, e immaginate che il vostro bel giovane riperda improvvisamente i capelli, ma continui a essere alto e robusto, con un mascellone da far invidia a Ridge Forrester e l’occhio alla Paul Newman. Ecco: adesso il vostro Danny si sta trasformando nientemeno che in Brad Pitt!
 Vi abbiamo trasmesso l’identikit del destrino medio (medio, per carità. Quelli “buoni” ci saranno pure: forse, però, molti sono su Pandora…), un Danny DeVito che si dà arie da superfigo, o se preferite un Forrest Gump che si crede Einstein o Julius Evola. Già Evola, ecco il nome – o uno dei nomi – incriminati… il filosofo sul cui pensiero sono stati versati fiumi d’inchiostro, il filosofo che ha fatto sognare maschi e femmine addottorati, diplomati e non, e sul cui profetismo si sono incagliati i bastimenti delle intelligenze di destra, fin dai tempi di Cristoforo Colombo.
 L’evoliano-DeVito si presenta così: se lo incontrate per strada non sperate che vi saluti perché lui è un ariano (anche se DeVito non sembra esserlo… ma sapete con l’“imbastardimento” delle razze già denunciato da Gobineau, tutto è più complicato…), ed è un aristocratico (anche se papà è commesso all’Upim e mamma fa la casalinga), anzi un “eletto” che proprio in quel momento sta comunicando con Dio – al quale dà regolarmente del tu – e non può spezzare la “catena” per degli zero assoluto come voi (n.b. per gli evoliani gli altri sono quasi sempre degli “zero assoluto”). Lui però – l’evoliano-DeVito  - non è un presuntuoso qualunque né uno “scemo” come Mork, l’extraterrestre col volto di Robin Williams che alla fine di ogni puntata di “Mork & Mindy” comunica col misterioso Orson; no… in quel preciso momento (vedi la sfiga?), lui sta pensando al destino del mondo e dunque un po’ anche al vostro di destino. E qui entra in gioco l’evoliano-Harlock (o Pitt, fate voi). L’evoliano-comunitario, quello che è il vostro camerata, e voi idem, quello che conosce tutte le religioni dai tempi di Abramo fino a Sai Baba e sa qual è quella giusta per voi e per lui. Quello che oltre ad aver capito tutto sulla Rsi, ha capito (eccone uno!), come tradurre le teorie evoliane in prassi. Oooh, finalmente! Questa della traduzione delle teorie evoliane in prassi è l’operazione più lunga, difficile e contestata della modernità, insieme alla costruzione della “Sagrada familia” a Barcellona.
 L’evoliano-bello è come i comunisti: è pronto a fare la rivoluzione in qualsiasi momento, anche se è ordinario: dipendente pubblico con mutuo, bambini, moglie precaria e suocera con cane e gatto; e tiene sempre pronta la frase carina, quella a “effetto pagano”, del tipo: “Io, il sole, l’amore e…” oppure lo slogan d’inizio secolo: “Ce ne freghiamo … camicia nera trionferà!”. L’evoliano-brutto è ovviamente assai permaloso e “leggermente” maschilista: le donne per lui si dividono in due categorie le mogli (cioè mia madre, mia moglie o la mia fidanzata) e le amanti (tutte le altre). Di solito quando va in libreria riscuote un certo successo (cita a non finire autori tedeschi, indiani e anglosassoni) ed è amico del consigliere comunale del Pd che lo ha aiutato a fare carriera. Solo così si è sposato, ha comprato macchina e proprio ieri-l’altro un giubbotto di pelle invecchiata. Rigorosamente nero. L’evoliano-DeVito è brutto sì, ma mica scemo
Ma Danny DeVito è anche un po’ Ernst Jünger prima-maniera no? Pronto a fare la guerra, a battagliare a destra e a sinistra per guadagnarsi una bella medaglia. Lui è jüngeriano anche se protesta perché manca la carta igienica in bagno o se, da consigliere di quartiere, propone la riverniciatura delle strisce pedonali all’incrocio fra via Montessori e piazza Marconi (lo jüngeriano-brutto non ha mai fatto una guerra vera, le sue battaglie le combatte coi pensionati al minimo). Ma lo jüngeriano-Pitt ha lo spirito del “guerriero” (ecco: lo spirito!) e se in tivù danno per la cinquantesima volta “Guerre Stellari” si commuove e vi racconta, a voi che sapete già tutto, dell’Impero cattivo e dei buoni che lottano per la libertà (ma l’Impero non era tedesco?), e parla sempre male dei colleghi e dei “superiori” (perché il guerriero, ahilui, ha solo superiori-burocrati). Il professore-borghese è il vero nemico perché è l’emblema della società corrotta… il direttore, poi, non ne parliamo neanche… Ma DeVito-Jünger è in realtà un caga-sotto. Le battaglie preferisce combatterle con la sorellina che vuol cambiare vestitino alla Barbie (lui le consiglia il cappotto nero), con l’eterno amico che lo compatisce (come Topolino con Pippo) e con il droghiere basso, grassoccio e sudato che bara sul peso del salame-Milano (evoliani e jüngeriani sono attaccati al centesimo!). Se c’è potere in vista - il professore universitario, il funzionario, il politico, il tizio in carriera - lo jüngeriano-brutto si trasforma nella pecora dell’intervallo-Rai, nella mucca ragusana che dove la metti sta, nel “filosofo” che prende tutto, ovviamente con filosofia: «ma lascia perdere dai, verranno tempi migliori» (dice a chi non è molto convinto dei suoi, diciamo così, muscoli alla Conan…). Insomma per la serie: “che s’ha da fa’ pe’ campa’!”.
 Lo jüngeriano-brutto ovviamente viene sedotto da “Excalibur” con quel finale che dà “speranza” a lui e a quelli come lui: i furbetti del quartierino. Ma anche sull’“anarca” il nostro DeVito ha da dire la sua (che bella parola: a-n-a-r-c-a. vuoi un po’ di anarca con ghiaccio? No lo preferisco al limone…). Sveglia la mattina alle sei. Colazione, figli a scuola, ufficio, il collega stronzo e la collega bona che saluta per farvi un favore, pranzo-sveltina, pomeriggio col fegato che pulsa e la pressione alta. La sera Paolo Bonolis o Carlo Conti e finalmente alle nove e mezza-dieci, si fa l’anarca! Oooh, che bello: l’anarca! È a quell’ora che - anche per il piacere della moglie… - il nostro Danny indossa gli abiti di Capitan Harlock e pontifica su governo, posteggiatore abusivo e tempo atmosferico (l’anarca è anche lui un po’ profeta…). E dice anche che si è accorto che su “Tecnocasa” c’è una casetta con qualche metro quadrato di giardino (il bosco…) e che se d’ora in poi eviteranno la palestra il Martedì e il Giovedì e la cameriera il Lunedì, forse (forse), potranno acquistarla in multiproprietà. Infine si rimbocca le coperte (l’anarca è sempre un po’ stanco e pensieroso) e bofonchia la stronzata di fine-sera: per lui una frase nietzscheana per la moglie la prova che il marito è ancora un grand’uomo.
«Buonanotte Ernst Jünger», «buonanotte Wonder Woman», e a domani con Pound (quello del manicomio), Mishima (quello che si è ammazzato) e tutti gli altri fighi della bella destra.

mercoledì 26 gennaio 2011

Segna due braccia, Samuel!

Della compagnia del grande scrittore Mark Twain, morto cento anni fa a Redding nel Connecticut, avremmo bisogno tutt’oggi. Ed è per questo che ne parliamo. Del suo senso dell’humor in primo luogo, della sua critica al conformismo, delle prese in giro, delle denunzie dei falsi miti e di tutte le glorie (che così ovviamente non furono), dei più classici “tempi che furono”. La sua vita fu insieme uno sberleffo e una ribellione contro quel qualcosa di difficilmente classificabile, a metà fra storia e sentimento, che non faceva parte dello spirito americano o meglio del suo di spirito, fatto di avventura e di ricerca della verità. Twain fu scrittore anche molto scomodo, così in anticipo sui tempi da essere volontariamente ignorato per quello che scriveva (soprattutto nel campo del giornalismo); i parenti furono costretti a bruciare molti dei suoi manoscritti perché pericolosi per le comunità dei religiosi. Twain rispose alla “censura” in modo bonario, con uno dei tanti aforismi per i quali sarà universalmente noto: «solo ai morti è permesso di dire la verità». Oltretutto aveva con la professione di giornalista uno strano rapporto di amore (senz’altro) e di generosa avversione grazie a una filosofia del buon gusto e del saper vivere insieme: «Per prima cosa dovete avere ben chiari i fatti; così potete distorcerli come vi pare», diceva.
 Per questo strano feeling con la “verità” (perfino nelle comuni espressioni) e per essersi trovato ben più in là da certo anonimo quotidiano, Mark Twain venne classificato come il più americano fra gli scrittori d’America e per questo qualcuno affermò anche che «tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain Huckleberry Finn. Tutti gli scritti americani derivano da quello. Non c’era niente prima. Non c’era stato niente di così buono in precedenza». A pensarla così Ernest Hemingway in compagnia di William Faulkner.
 Si potrebbe cominciare dal suo nome che non era, come forse alcuni sapranno, Mark Twain, ma Samuel Langhorne Clemens; lo pseudonimo che lo ha reso famoso in tutto il mondo ha origini marinare come ricordano gli esperti di narrativa fantastica Gianni Pilo e Sebastiano Fusco: «“Mark Twain! Segna due braccia!”, gridavano, nel dialetto del Sud, gli scandagliatori sui battelli che percorrevano il Mississippi, segnalando al timoniere la profondità del fondale, ad evitare il rischio di incagliarsi sulle secche. Il giovane Samuel Longhorne Clemens, che su quei battelli aveva trascorso infanzia e giovinezza, quando cominciò a scrivere e pubblicare, volle scegliersi proprio quel grido come pseudonimo». Si potrebbe cominciare così, per comprendere la sua personalità di uomo libero, concreto quanto basta, innamorato delle scienze fisiche, libertario per sé e soprattutto per gli altri (fece parte della “American anti imperialism league”, lega  contraria all’annessione delle filippine da parte statunitense). Twain era aperto al mondo come ci si sarebbe atteso solo da un grande americano della sua generazione, abbandonò presto gli studi a causa della morte del padre e fece mille mestieri, fu tipografo (apprendista), mercante, scrittore umorista, marinaio sui battelli, soldato nella Guerra Civile dalla parte dei Confederati, poi cercatore d’oro, reporter, viaggiatore instancabile e conferenziere nelle università. Conobbe e visitò non solo l’America ma il mondo intero in lungo e in largo e si fece conoscere a trent’anni grazie al racconto “ Il Ranocchio saltatore”; aveva “solo” quarant’anni quando divenne uno degli uomini più famosi d’America. Per comprenderne la modernità – riversata negli scritti – si deve pensare a Mark Twain come un uomo che arrivò prima degli altri in tanti piccoli-grandi gesti del quotidiano e della vita professionale. Lasciamo la parola a Pilo e Fusco allora: «Diceva di essere legato allo spirito paesano del “Profondo Sud”, ma in realtà era il più moderno degli scrittori. Fu il primo ad usare la macchina da scrivere e la stilografica, e a dettare un libro al grammofono. Scrisse i testi di alcune canzonette che divennero enormemente popolari. Fece dell’editoria un’industria da grandi cifre: rimase celebre l’anticipo di duecentomila dollari (di allora) da lui pagato per assicurarsi in esclusiva le memorie del generale Grant». Fu un uomo molto ricco e famoso ma non sempre fortunato negli affari e nel privato. Passò la vecchiaia fra crisi e lutti familiari.
 Gli studiosi raccontano quanto la vita di Mark Twain sia stata complicata (quasi fossero esistite più persone in una), sfaccettata, colma di lezioni e di contraddizioni riversate anch’esse nelle opere. E naturalmente hanno ragione. Due in particolare le più note e lette da generazioni di giovani (anche se, soprattutto la seconda delle due è tutt’altro che un libro per ragazzi perché venne perfino radiato dalle biblioteche): Le avventure di Tom Sawyer (1876) e Le avventure di Huckleberry Finn (1884). Detti libri altro non sarebbero (nell’immaginazione dei teorici) se non le diverse parti – almeno tre – della stessa vita dello scrittore. «Se alla fine di quella che abbiamo definito la prima fase della sua vita Clemens assomiglia in un certo senso a Tom Sawyer», scrive Guido Carboni autore di un invito “alla lettura” dello scrittore americano, «è cioè una sorta di adolescente in fondo romantico e soprattutto desideroso di attrarre l’attenzione del mondo raccontando storie, più o meno abbellite nel ricordo e nella elaborazione narrativa delle proprie avventure, alla fine della seconda fase potremmo dire che assomiglia di più ad Huck, nonostante i suoi 50 anni. Come Huck ha accumulato molta esperienza della vita e degli uomini, anche se sembra molto meno disposto di Huck a perdonare i loro difetti, e una discreta ricchezza. Come Huck continua a dire di volersi distaccare al mondo di cui è entrato a far parte, di voler “scappare di casa” verso più liberi territori, ma resta a casa cercando un equilibrio nella doppia identità di rispettabile cittadino convinto del proprio ruolo di Pierino ribelle, fustigatore della stupidità del mondo che lo circonda. Solo che in Clemens queste tensioni non sembrano veramente trovare un accettabile equilibrio».
 The Adventures of Huckleberry Finn è il capolavoro di Twain ed è il seguito di “Tom Sawyer” (dove il personaggio di Huck che vive in un barile era già apparso). È il romanzo di un giovane figlio di un ubriacone «senza casa, senza famiglia, senza educazione, ozioso, sfrenato, malvagio». Malgrado tutto - o forse proprio per la sua personalità ribelle – divenuto «beniamino» dei giovanissimi del villaggio. La storia è quella di un ragazzo che non vuol cedere alla mancanza di libertà; la fama del romanzo è dovuta in primo luogo allo “scontro interno” fra civiltà e natura selvaggia; corruttrice la prima roussoianamente buona la seconda. Il punto di vista dal quale Twain racconta la storia (come per esempio il nostro “Giornalino di Gian Burrasca” di Vamba o “Il Barone rampante” di Italo Calvino), è quello del protagonista ribelle; nel libro manca una morale perbenista - e vittoriana - in grado di far pendere la storia dal lato della cosiddetta “civiltà” e della ragione degli educatori.
Nel libro è assente la «”correzione” di una morale finale che dimostri come la disobbedienza, i “vizi”, la mancanza di decoro siano negativi e portino chi li pratica ad una brutta fine», probabilmente perché Twain da grande narratore autobiografico aveva presente la differenza fra un’esistenza vissuta nel rischio e il suo esatto contrario. Non sempre poi, per lui, quel mondo reale messo su nel tempo, mattone su mattone, rispondeva a un armonico disegno di libertà e verità. Per questo, per l’autore dell’ironico Un americano alla corte di re Artù occorreva una gran dose d’avventura per battere i “tiranni” del tempo, e con essa naturalmente alcuni preziosissimi aforismi: «Non abbandonare le tue illusioni. Se le lascerai, continuerai ad esistere, ma cesserai di vivere». Ecco: tanto basta per ricordarci di lui.

martedì 25 gennaio 2011

Ricordo di Gian Franco Lami

Due episodi per ricordare Gian Franco Lami, scomparso improvvisamente all’età di 65 anni domenica scorsa. L’intervista che rilasciò al tg1 nel 2008 durante lo svolgimento del convegno evoliano “Evola e la politica”, organizzato a cadenza fissa biennale ad Alatri. Il dono della sintesi e al tempo stesso l’entusiasmo coinvolgente. Lo stesso entusiasmo che riversò qualche mese dopo in provincia di Rieti alla presentazione del mio libro sulla contestazione (1968. Le origini della contestazione globale), cortesemente invitato dai suoi ex allievi della Sapienza di Roma.
In queste poche righe c’è il Lami che ho conosciuto, lo studioso di Julius Evola, l’accademico che offre il suo contributo alla “Fondazione Julius Evola”, una guida per gli allievi in cerca di emozioni letterarie, un “metodista” esperto e sicuro di sé. Lo volli – fra i primi – per rispondere alle domande del libro che pubblicai nel 2008 su Evola (Il Maestro della Tradizione), certo delle sue risposte avvedute. Scoprii anche un uomo incline alla battuta di spirito. Di Evola, Lami è stato fra i più noti studiosi. Curando parte dei volumi della serie edita dalla Fondazione, la “Biblioteca evoliana” ha introdotto – fra i primi – la particolare cura del contesto storico in un ambiente facile agli slogan e alle citazioni-motto. Fra i pochi ad aver realmente conosciuto Evola, serbava di lui il ricordo “normale” di un anziano “filosofo”; questa lezione di normalità o quasi-normalità Lami teneva ben in mente quando organizzava le conferenze ad Alatri, invitando i maggiori esperti del pensiero del “maestro della Tradizione” da ogni città d’Italia. Nell’anno in cui partecipai anch’io (2008), erano presenti fra gli altri, Giano Accame, Piero Di Vona, Renato del Ponte e Gianfranco de Turris.
Di de Turris è uno dei ricordi più commossi: «Lami è riuscito a far apprezzare un pensatore assai indigesto come Evola all’Accademia italiana», allievo di Augusto Del Noce ha creato attorno a sé la “scuola romana di filosofia politica” mandando avanti studi su autori anticonformisti che trovavano difficile asilo da qualsiasi altra parte; infine non del tutto sordo alle seduzioni del moderno, ha curato il sito della “Fondazione Evola” inserendo saggi degli allievi, corrispondenza, fotografie e novità editoriali. E anche Vitaldo Conte, curatore della mostra dedicata a Evola nel 2005 a Reggio Calabria, ricorda con commozione Lami intellettuale e ottimo organizzatore: «il suo pensiero era strutturalmente tradizionale ed elegante» dice, «ma non era sordo a riflessioni innovative». Dopo Franco Volpi e Giano Accame, il libero pensiero perde così un altro dei suoi più appassionati alfieri.

lunedì 24 gennaio 2011

Per una storia dei giovani missini (1946-1956)

Quali opinioni hanno i giovani dell’ideologia fascista, i giovani dei primissimi anni Cinquanta intendiamo dire? È prevalente in essi la forza emotiva degli ideali rivoluzionari (anche se si tratta di eterni incompiuti) ovvero la presa d’atto delle realizzazioni e dei dati storici del Regime? La risposta alla domanda a nostro parere non può essere univoca. Da un lato va senz’altro preso in considerazione un dato generazionale che per alcuni osservatori può riassumersi nello sforzo di comprendere gli atteggiamenti irrazionali ed emotivi dei giovani. Ma c’è anche un altro elemento di cui tener conto ed è l’impegno giovanile rivolto sia all’approfondimento storico, sia alla concretezza ideologico-dottrinaria. È stato detto (e ripetuto) che la cultura nella Destra di casa nostra è stata la grande assente dai dibattiti del secondo dopoguerra, miseramente accantonata e rimpiazzata da mediocri fantasticherie e (nella migliore delle ipotesi) da poco nobili tatticismi. Non ci sentiamo di sposare questa tesi. Se per l’aspetto generale della questione non siamo nella sede adatta ad affrontare l’argomento (sarebbe comunque opportuno parlare sia di visibilità della cultura di destra, sia d’un approccio per così dire eterodosso alla cultura, e analizzare due dati: uno quantitativo, l’altro qualitativo. Il problema non ci sembra dunque quello d’una mancanza di cultura ma di diffusione e di fonti alle quali attingere), per i casi che riguardano più da vicino i primi anni del dopoguerra, non è il caso di parlare di tabula rasa culturale (a meno d’un partito preso): la proliferazione di giornali, riviste e pubblicazioni e le diverse correnti all’interno del Movimento Sociale sono la cartina di tornasole d’una vivacità e consistenza di temi che mostra il palese contrario. Vediamone un caso concreto.
Fra le carte sequestrate ai giovani accusati di far parte della Legione Nera (e arrestati nel maggio del 1951) sono stati rinvenuti dei fogli dattiloscritti dal titolo Commento ai primi tre punti di Verona. (il primo capoverso così recita: «Sentiamo il dovere, come iscritti al M.S.I. di approfondire le linee della nostra dottrina attraverso l’indagine accurata delle fonti di essa»). Lo scritto assume la forma di documento finale di una riunione in cui si esamina e interpreta il Manifesto di Verona del novembre ‘43. Vi si legge: nonostante il tradimento perpetrato in due tempi (il 25 luglio e l’8 settembre ‘43) il popolo italiano «quello autentico quello del Piave e della Bainsizza, quello del Calmas e del Donetsz, quello di Makallé e di Adua, quello di Giarabub e di Bir el Gobi non era morto! Non poteva essere fiaccato dalle manovre losche del marchese di Caporetto! Intorno alle insegne della Patria dovevano stringersi gl’Italiani veri, i combattenti, il buon seme, d’Italia, tutti coloro che vollero riscattare col sangue l’onta di un armistizio di vergogna e d’infamia, che essi non avevano voluto e che ripugnava al fiero, senso di amor patrio. Essi vollero purificare il volto sacro della Patria lavandolo col sangue che essi generosamente donarono fino all’ultima stilla». Dopo si accenna alla liberazione di Mussolini e alle tappe che portano alla formazione del governo ‘regolare’ dello Stato Fascista repubblicano. Colpisce il tono passionale con cui si descrive il discorso di Mussolini a Radio Monaco del 18 settembre 1943: «E la sera del 18 settembre, sera che nessuno di noi dimenticherà mai, il cuore di noi tutti sussultò d’improvvisa indicibile gioia, captando la stazione radio di Monaco. Egli parlava: la sua voce resa un po' più debole del consueto per le ultime traversie subite, ma pur sempre incisiva e travolgente riaffermò la incrollabile volontà di combattere fino all’ultimo al fianco dell’alleato germanico, fino al supremo riscatto dell’onore d’Italia». Colpisce, ma non stupisce, il trasporto di quei giovani nati negli anni Venti che amano la Patria e il Fascismo come una sola cosa e che, commossi, omaggiano l’uomo che ha reinventato l’atto d’amore per i valori dell’eroismo e della fedeltà alla Nazione. E non stupisce che l’allontanamento del Duce assuma per i giovani il significato d’una sconfitta: la morte di quei principi che erano stati norma per i loro stessi padri, per i genitori che quel fascismo avevano visto nascere dalla ceneri della Grande Guerra.
In tal senso il secondo fascismo, la Repubblica Sociale, i 18 punti di Verona sono l’attestazione che quel qualcosa cui si è creduto non è morto. Sono ancora i valori della Patria da opporre con nettezza a una Monarchia traditrice e agli eserciti alleati che hanno invaso il Paese. Sono valori ideali che i giovani non abbandonano e che cercano di comprendere nella loro realtà adesso che la guerra è finita. Presi da tale spirito, i partecipanti alla seduta d’approfondimento, si impegnano in un’analisi «esegetica» di alcuni Punti del prezioso, oramai storico Manifesto, «punti che riguardano la materia costituzionale ed interna».
Per il primo Punto troviamo sottolineato il principio della sovranità popolare (che, «piaccia o non piaccia, è strettamente legato alla democrazia»), la condanna morale della Monarchia e del suo operato e il riferimento alla futura Costituente che ha «il compito di proclamare la repubblica sociale e di nominare il Capo». La convocazione dell’Assemblea Costituente, com’è noto, non è mai avvenuta e nel documento ne sono specificati i motivi: per le pressioni di «certo fascismo staraciano», e perché Mussolini credeva fosse superflua in uno Stato ove le forze armate non erano in grado di sostenere uno Stato di Diritto. Il nodo più importante del primo punto della Carta sembra però essere quello del fascismo repubblicano. Non è vero, si trova scritto, che la vocazione repubblicana fu un mero rimedio alla mancanza d’un «monarca degno» dopo il tradimento, bensì è vero il contrario: il fascismo mussoliniano «nacque repubblicano con i fasci di azione rivoluzionaria», fu d’altro canto solo per ragioni d’opportunità politica, per non nuocere alla stabilità costituzionale del Paese, che Mussolini s’adattò alla Monarchia. «Cosicché, quando al Congresso di Verona [s’affermò] la necessità di proclamare la Repubblica, si [ridiede] al fascismo il suo vero volto: quello delle origini». Per i giovani neofascisti dunque la continuità storica (una continuità che per loro è legittimante) tra fascismo del 1919, fascismo del 1943 e postfascismo s’individua nel repubblicanesimo, vera tradizione dell’Italia fin dai primi giorni dell’Unità politica.
Per il secondo Punto troviamo il commento alla struttura organica della Costituente che è la forma d’una democrazia sociale. «Di fronte al principio borghese della rappresentanza esclusiva delle forze politiche in seno all’organo costituente, si erge il principio schiettamente fascista e quindi sociale che inserisce negli organi legiferanti accanto ai rappresentanti politici anche i rappresentanti delle categorie economiche, delle categorie produttive». Tali rappresentanti non saranno «designati dall’alto come avveniva per la Camera dei Fasci e delle Corporazioni», bensì scelti per mezzo di elezioni democratiche come si ricava dal precedente punto I (che statuisce che «il potere sovrano sarà di origine popolare»). La ragione per cui l’organo costituente dev’essere così strutturato viene introdotta dai giovani, nei termini d’una analisi storica: «La composizione arlecchinesca delle costituzioni e dei parlamenti del tempo ha chiaramente dimostrato che la lotta politica in seno agli organi legiferanti [...] dà luogo a delle leggi frutto di compromesso e di patteggiamento tra fazioni, leggi che il più delle volte non rispondevano alle esigenze sociali». Nella camera dei Fasci e delle Corporazioni troviamo invece rappresentati gli interessi e del lavoro e delle forze non economicamente inquadrabili. Del pari nella Costituente repubblicana dovevano essere rappresentati gli interessi del lavoro e quelli extraeconomici o per meglio dire morali, in quanto «sintesi dei valori della nazione». L’«origine del potere costituente» è poi nel popolo a cui di conseguenza spetta l’elezione dei rappresentanti in seno alla Costituente. E ciò, si specifica oltre, non significa altro che «riaffermare  ancora una volta la concezione fascista dell’individuo che fa dell’uomo non un essere amorfo privo di volontà e d’intelletto» che scarica sul Capo ogni decisione, bensì «un essere pienamente responsabile delle proprie azioni e delle proprie volizioni».
            Infine per il terzo Punto troviamo l’esposizione dei temi della norma statutaria:
            a)  indipendenza della magistratura
            b)  inviolabilità della persona
            c)  inviolabilità del domicilio
            d)  controllo da parte del cittadino sulla cosa pubblica.
Esse rappresentano le garanzie a vantaggio del cittadino sociale.
In un’altra seduta ove si continua il commento al Manifesto di Verona, il giovane dattilografo trascrive un imprecisato discorso di Mussolini sul tema delle libertà fondamentali. La premessa è ancora l’analisi critica del Manifesto e l’impossibilità da parte degli italiani di «respingerlo». Nella Carta, secondo il Duce, sono espressi in modo «chiaro» e «inconfondibile» i concetti di libertà: «libertà di critica e controllo sugli atti della pubblica amministrazione, libera scelta quinquennale del capo dello stato; piena indipendenza della magistratura, precisa determinazione dei poteri di polizia; elezioni popolari dei rappresentanti alla camera, libertà e diritto al lavoro; rispetto e tutela della proprietà privata che non tenda allo sfruttamento del lavoro; smantellamento del capitalismo e del latifondismo; immissione del controllo e degli interessi dei lavoratori in tutte le aziende anche statali; trapasso della proprietà della casa al lavoratore; libera azione del sindacato». È compito degli italiani recepire questi diritti e aderire a «uno stato autenticamente nuovo di lavoratori, che i lavoratori stessi, attraverso la loro opera sono chiamati a costruire, potenziare e a controllare».
Altra questione analizzata dal gruppo neofascista è la mancata convocazione della Costituente che avrebbe dovuto legittimare lo stato repubblicano. In un primo tempo, scrive il redattore, «si pensava di convocare al Nord la Camera e il Senato, perché potessero ratificare le decisioni del nuovo governo e conferirgli un’affermazione costituzionale di legittimità e continuità col precedente governo regio. La Costituente sarebbe stata convocata dopo la ratifica delle due camere». Ma comprensibili difficoltà non hanno reso possibile la riunione del Parlamento (malgrado i due terzi dei parlamentari si trovassero al Nord). Il 4 marzo del 1944 Mussolini affida al Cavaliere di Crollalanza uno studio comparato di Costituenti straniere, studio che in breve tempo viene concluso, ma le vicende della guerra determinano l’abbandono del progetto di costituente nazionale. L’illegittimità della Repubblica Sociale sulla quale tanto insistono gli antifascisti, conclude il documento, costituisce la base della legislazione eccezionale (un vero e proprio «insulto al diritto» per la sua retroattività). L’illegittimità della R.S.I. è dunque per i giovani questione formale che per nulla intacca il campo dei valori.

Accertato in certa misura l’interesse giovanile per le questioni culturali e non solo per il comprovato attivismo (attivismo che in ogni caso si colora d’eccesso), andiamo a indagare le modalità con le quali gli stessi giovani degli anni Cinquanta organizzano la loro attività politica. Per tradizione la parte politica di cui trattiamo (il M.S.I.) ha sempre curato il rapporto con i giovani. Sovente questi sono stati considerati, in linea con l’ideologia novecentesca, una preziosa risorsa per il futuro. A parte motivazioni quali il bisogno di consenso e la crescita numerica del gruppo politico, il Partito voleva offrire spazi e momenti d’aggregazione perché intendeva recuperare i reduci alla vita del Dopoguerra. In particolare alla fine del conflitto molti giovani si trovavano in seria difficoltà, vuoi perché erano stati anche se per pochi giorni dei combattenti, vuoi perché erano orfani o avevano perso tutto, vuoi perché si sentivano perseguitati. Dunque il Partito offriva loro una nuova comunità d’appartenenza e spesso e volentieri un luogo fisico ove soggiornare e nutrirsi. D’altro canto gli stessi giovani vedevano nel Partito oltre che un mezzo per una maggior sicurezza individuale, anche uno strumento per la ripresa dell’iniziativa politica, in particolare per la difesa dei valori della Patria e della solidarietà da opporre alla lotta di classe e all’arroganza dello straniero vincitore.
Per tutte queste cose all’interno del M.S.I. si andavano costituendo fin dai primissimi giorni strutture e organizzazioni giovanili.
La vivacità culturale e anche attivistica dei giovani è forse il dato di maggior peso dei primissimi anni del Movimento, il desiderio di approfondimento storico-culturale spinge i reduci alla lettura di quelle opere (opere d’un recente passato) che per ragioni anagrafiche o di diversa impostazione culturale non erano state considerate ai tempi della guerra. Scrive Adalberto Baldoni: «In un clima di tensione e attivismo, i giovani nazionali cercano una propria identità ideologica e culturale C’è chi prende come punto di riferimento Julius Evola, il pensatore della tradizione, chi studia Giovanni Gentile, il filosofo dell’esaltazione dello spirito, chi legge le opera di Maurice Bardéche, il critico della democrazia oppure Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach, Louis Ferdinand Celine».Le prime organizzazioni ufficiali in seno al M.S.I. sorgono immediatamente dopo la nascita del Partito stesso e ciò sta a testimoniare il discreto seguito di simpatizzanti cui poteva vantare la compagine neofascista. Si tratta dei Nuclei Universitari (nati nel gennaio 1947) e del Fronte dei Giovani (il cui statuto è datato 5 febbraio 1947), il primo costituito per i giovani sotto i 21 anni, il secondo per gli universitari senza alcun limite d’età. Ancora nel novembre del 1947, però, le due organizzazioni si fondono per dar luogo al Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori.
Il Raggruppamento, vero e proprio organo della gioventù missina, si riunisce in Assemblea Nazionale per la prima volta il 12 e 13 marzo del 1949 a Roma. Tutte le relazioni presentate dinanzi al consesso, evidenziano l’insoddisfazione giovanile per quel ‘nuovo mondo’ uscito dalla Seconda Guerra Mondiale (un mondo di negazione spirituale, si dice) e, soprattutto, per chi si è assunto l’onere di guidarlo confidando nei valori dei vincitori. Nella sostanza e riassumendo i giovani pongono innanzi cinque obiettivi: la lotta radicale al sistema borghese, l’anticomunismo, la lotta contro l’immobilismo della DC, l’unità del Paese e l’opposizione alla politica di asservimento allo straniero. Più specificatamente, per quanto riguarda i rapporti con il Partito, il Raggruppamento si augura di «raggiungere una sua autonomia politica» poiché per il raggiungimento di obiettivi radicali e non perseguibili dai dirigenti del Movimento occorre un maggior grado di indipendenza e dai dirigenti e dalle istituzioni. Del resto quella dell’autonomia giovanile è una questione difficile da affrontare, difficile soprattutto per l’effervescenza che gli stessi giovani esibiscono nel perseguire i loro obiettivi. In proposito c’è un episodio significativo che ha fatto sicuramente storia: a seguito dello scontro fisico fra la Giunta Nazionale Giovanile e il deputato missino Russo Perez, ex dell’UQ e poi della Democrazia Cristiana (i primi contrari all’adesione italiana al Patto Atlantico, il secondo difensore del Patto), la Direzione Nazionale del Partito decide di sciogliere l’organo esecutivo giovanile. Il giovane Roberto Mieville, segretario del Raggruppamento si dimette e l’organizzazione passa nelle mani di un commissario (Cesco Giulio Baghino) e di una giunta commissariale.
Tuttavia se l’accesa vitalità del gruppo giovanile è una componente ‘genetica’ del M.S.I., le forme di protesta non si palesano solo nell’irrequietezza interna ed esterna al Partito (cioè nei confronti degli stessi dirigenti missini e delle altre compagini politiche) ma soprattutto nella varietà dei temi al centro delle pubblicazioni che in quegli anni arricchiscono il panorama culturale della Destra neofascista.

Quella della varietà e del numero delle pubblicazioni della Destra neofascista è una peculiarità che non è stata ancora valutata a fondo. Secondo un nostro calcolo (assolutamente provvisorio) sarebbero almeno duecento le pubblicazioni periodiche della Destra italiana (una Destra non sempre sostenitrice del M.S.I., però) dalla fine della guerra agli anni Ottanta. I temi di queste pubblicazioni sono fra i più vari così come varie sono le radici culturali della Destra del Dopoguerra. Si va dal cattolicesimo allo spiritualismo non cattolico, dal tradizionalismo al liberalismo, dal conservatorismo al radicalismo, dalla Destra cosiddetta sociale a quella liberista, dalla Destra anarchica a quella ‘amica’ delle istituzioni e così via.
Un sottoinsieme di queste pubblicazioni è rappresentata poi dall’editoria giovanile. Abbiamo visto che fin dai tempi dei FAR i giornali hanno assunto un ruolo chiaro e propulsivo nella crescita del movimento neofascista e la presenza di una pubblicistica impegnata si è tramandata, attraverso la nascita del M.S.I., fino agli anni Settanta e oltre. Per renderci conto dei contenuti, è forse utile offrire un breve resoconto di alcune testate giornalistiche degli anni Quaranta-Cinquanta.
Il primo numero de La sfida, nato come bollettino quindicinale interno dei giovani del M.S.I ed edito a cura dell’Ufficio stampa e propaganda della sezione romana del Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori, è datato 1 gennaio 1948 (cesserà nel dicembre del 1949) ed è diretto dal giovane Enzo Erra (dal numero 7, quando il foglio diviene organo giornalistico dei giovani del M.S.I. e quindicinale di vita politica, Erra viene affiancato da Egidio Sterpa). Collaborano al periodico: Pino Rauti, Roberto Marraffa, Enzo Giorgi, Roberto Mieville, Silvana Millefiorini, Domenico Cortellessa, Argo Villella, Franco Serpieri, Vittorio Paolo Gelmetti, Silvio Vitale e Giulio Caradonna. Dopo aver saputo dell’esistenza di tali iniziative dall’amico Massimo Scaligero, col quale era in contatto epistolare almeno dall’inizio del 1949, il 20 giugno del 1949 Evola pubblicherà proprio su La sfida il primo articolo del Dopoguerra (il cui titolo è: Coraggio radicale).   
Abbiamo visto che il Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori del M.S.I. è un gruppo cui è proprio un codice ideologico radicale, un gruppo che con solenne espressione si autodefinisce la generazione della guerra, del dolore e della riscossa. Ebbene sullo sfondo del gruppo troviamo un forte richiamo alla spiritualità, una spiritualità definita come «realtà viva che opera e si attua nella lotta di ogni giorno» e che è valido antidoto contro il materialismo che regna incontrastato nella politica del secondo dopoguerra.
La sfida mette in luce un approccio fideistico-religioso al vivere quotidiano. Non è un mero «credo politico» (riconducibile alle posizioni dei due blocchi, Occidentale e Orientale) ma è una visione del mondo, una vera e propria fede, che deve accompagnare l’azione dei giovani. Una fede da sostenere senza cedimenti, da veri e propri soldati dell’idea.
La spiritualità viene chiamata in causa anche per ciò che attiene i concetti di popolo e Nazione. Mentre la Nazione è l’unità spirituale di un popolo, tale unità spirituale (cioè la Nazione stessa) ha contenuto vario e molteplice: comprende tradizioni, lingua, costume, territorio e caratteri fisici. Tuttavia «il concetto di Nazione resterebbe incompiuto se non si integrasse con quello di Stato». Quest’ultimo è difatti, a sua volta, volontà e potere della Nazione, vale a dire aspirazione che si fa realtà, personalità che si compie nella Nazione stessa. Spirito, Nazione e Stato sono dunque i tre concetti chiave, le tre realtà che i giovani tengono nella massima considerazione: vivendo i valori dello spirito una Nazione giunge ad avere consapevolezza di se stessa, per cui l’opera fondamentale dello Stato, che è un vero e proprio reggitore, è di mettere in atto la volontà della Nazione come un vero e proprio corpo unitario.
I valori dello spirito (che la società del benessere nega) sembrano però appartenere solo a pochi, a un’élite. Per i giovani de La sfida si combatte una «lotta dei pochi contro i molti, della minoranza cosciente del domani, contro la massa che non ha capito, e che non vuol capire». In ciò riposa la logica del piccolo numero contro quella del partito di massa (e se vogliamo, del Davide contro Golia). Conseguentemente il ruolo del MSI, di cui i giovani sono e si sentono parte, dev’essere quello d’un partito di minoranza che deve rimanere, come scrive Rauti, movimento d’avanguardia. Per far ciò la direttiva fondamentale sarà quella di una «chiarezza di idee» e di una «intransigenza» che si trasformeranno  in una «fonte di una automatica e preliminare, se pur generica selezione», dunque la porta sarà aperta solo a coloro che si sentiranno in linea con le idee del Movimento.
Altra questione sollevata dal giornale è quella della lotta di classe e del marxismo visti come momento «di una generale e profonda crisi della coscienza umana» e dei valori dello spirito. Ma per i giovani de La sfida, così come aveva scritto Evola già vent’anni prima, il rigetto del marxismo è tutt’uno con la condanna dell’ideologia ‘americanista’. Entrambe le dottrine infatti sono in una contraddizione solo apparente, sia l’Occidente che l’Oriente sono «legati dalla medesima pregiudiziale politica materialista ed atea».
Nell’aprile del 1948, un articolo a firma Marco Severi mette a fuoco il significato dell’idea di Rivoluzione. Un rivoluzionario deve guardarsi tanto dagli uomini della mera conservazione, quanto dai falsi rivoluzionari. Sull’uomo, aveva scritto Erra sulla stesso numero del quindicinale, dev’essere puntato ogni obiettivo, «se si vuole trovare il centro della storia del mondo», in tal senso è l’interiorità dell’uomo il vero oggetto da indagare. Allo stesso modo per Severi, il Rivoluzionario è quell’uomo veramente degno di portare «la luce di un mondo nuovo». «Difficile diviene la rivoluzione quando ci si pone di fronte a noi stessi e con coraggio si guarda quanto ancora esiste in noi che non è degno della nostra missione [...]. Inutile proclamarci rivoluzionari se poi non sapremo che farcene di una rivoluzione che cambi l’aspetto esteriore dell’uomo e della società, se poi porteremo in noi l’errore che sapremmo vedere negli altri. Saremmo degli esseri abbietti, falsi ed ipocriti [...]. In silenzio ognuno di noi compia il sentiero che lo porta alle più eccelse vette del divenire umano: essere uomo, uomo capace di assumere su di sé tutta la tragedia e il dolore del mondo, uomo capace di dare con gioia, uomo capace di lottare con disinteresse e amore. Questo l’aspetto silenzioso e sublime di una vera rivoluzione».
Ma della stessa crisi dell’uomo soffre lo Stato oramai ridotto a macchina amministrativa, a curatore d’interessi economici. Quest’ultimo, invece, «dovrà essere considerato come la sintesi della spiritualità dei cittadini [...] ciò perché possa realizzare in se la parte migliore del popolo e non quella peggiore». Sia lo Stato liberale che quello socialista appartengono a uno Stato di tipo materialistico, ad esse è da opporre uno Stato Etico «espressione altissima della spiritualità del popolo, che in esso trova espressione, attuazione e vita»: uno Stato dove prevarrà la volontà dei migliori.
La sfida sposa dunque una linea che potremmo definire rivoluzionario-spiritualista, antimaterialista e etica. Echeggia accenti gentiliani e evoliani (relativi a Rivolta contro il mondo moderno, per esempio) e financo antroposofici in quanto alcuni giovani (ricordiamo fra questi Erra e Rauti) avevano già conosciuto lo steineriano Massimo Scaligero, alla fine del 1945.
Altro foglio della galassia giovanile (decisamente più realista del primo) può essere considerato Architrave, mensile di azione e cultura sociale, il cui primo numero è del febbraio 1948. In ordine di tempo è il primo mensile «ideologico» del M.S.I.  Il direttore è Guido Scotto, le firme sono quelle di Gianfranco Finaldi, Mario Tedeschi, Enrico de Boccard, Giuseppe Ciammaruconi, Roberto Mieville, Emilio Giorgi, Ettore Sabbadini e Massimo Scaligero. Alcuni di questi collaboratori rappresentano il vero e proprio «motore» del Raggruppamento Giovanile Studenti e lavoratori.
Nel numero di giugno del 1948, in vista del I Congresso del M.S.I. (che come abbiamo visto si svolgerà a Napoli il 27 e 28 giugno del 1948), il mensile espone cinque tesi a firma de Boccard, Finaldi, Scotto e Tedeschi. Cinque tesi che, come si legge, vorrebbero indicare «i termini dell’indirizzo politico di un grande partito degno di una grande funzione storica». Vediamole in breve:
Prima tesi: «Il M.S.I. si pone come l’unico elemento validamente e autenticamente rivoluzionario nei confronti dell’attuale ‘Sistema’, perché muovendo da una originale e spirituale concezione del mondo, punta alla costruzione di una Società nazionale, dove gli uomini, sulla base morale del lavoro di ciascuno per la costruzione comune, possano conquistare l’unica libertà possibile, che consiste nel riconoscersi in un tutto organico che rispecchi le proprie esigenze più profonde».
Seconda tesi: «Il M.S.I. è profondamente inserito nella realtà nazionale, da cui ha tratto vita e risponde ad idee, esigenze, interessi e sentimenti che realmente esistono ed operano nel paese. Esso ha quindi in sé tutti i presupposti per diventare ‘la forza’ nazionale, l’elemento fondamentale di propulsione della vita italiana, capace di suscitare quelle energie popolari che sono lo strumento necessario per la realizzazione rivoluzionaria».
Terza tesi: «La via attraverso la quale puntare al grande Partito Nazionale e Popolare non è quella di un sia pur generico e non qualificato socialismo, perché: a) Il socialismo è un elemento connaturato al sistema contro il quale il M.S.I. si pone; b) Una impostazione politica socialista non potrebbe che condurre il M.S.I. alle posizioni del socialismo riformista cioè della più progredita reazione borghese»; c) Infine è chiaro, da un punto di vista freddamente obbiettivo che una autentica politica socialista non si può realizzare fuori di quelle premesse classiste per le quali i partiti marxisti qualificati hanno già organizzativamente cristallizzato la base operativa».
Quarta tesi: «Il M.S.I. deve riconoscere negli stessi motivi della sua origine e del suo presente sviluppo, cioè nei motivi nazionali e sociali, i termini fondamentali di quella strada che lo condurrà a diventare il grande partito dell’avvenire italiano. Unico elemento legittimo di continuità nella vita della Nazione, è l’unico qualificato a farsi interprete di quel diffuso e profondo sentimento nazionalista che, costituendo il comun denominatore di una vasta base popolare, si profila oggi come una istintiva ed inespressa esigenza di rinnovamento della struttura politico-sociale del paese».
Quinta tesi. «È fondamentale che il M.S.I. si dia una struttura tale da permettergli di accogliere l’afflusso di tutte quelle forze che la sua origine e la natura del suo orientamento politico indirizzano e ancor più indirizzeranno verso di lui. Non si può tuttavia pensare ad assolvere ad una funzione attiva senza che il Partito risulti da una organizzazione di quadri rigidamente selezionati e legati da una comune dinamica di vita che assicurino, al di sopra di ogni esigenza tattica, la continuità dell’azione rivoluzionaria del M.S.I. ».
Dunque per Architrave l’M.S.I. è un partito rivoluzionario ma non classista, pronto a rappresentare la Nazione intera, scevro da inutili nostalgismi e legato, almeno per quanto riguarda l’idea di socializzazione, alla recente esperienza politica della R.S.I.
L’elenco dei fogli ufficiali e fiancheggiatori del M.S.I. comprende diverse altre pubblicazioni, alcune hanno fatto la storia del movimento giovanile. Fra le tante possiamo indicare: Imperim (1950) diretto da Enzo Erra e seguito de La sfida. L’Assalto (1949) settimanale dei giovani missini diretto da Giuseppe Ciammaruconi, poi da Mario Tedeschi. Riscossa (1949) mensile napoletano diretto da Fernando De Biasi e Gino Kalby. Audacia! Numero unico uscito nel 1952 e diretto da Enzo Erra. Cantiere (1950) periodico cattolico diretto da Primo Siena ed espressione ufficiosa del Raggruppamento giovanile del M.S.I. impegnato nella sintesi fra l’anima gentiliana e l’anima evoliana del Movimento. Carattere che in qualche modo prosegue l’esperienza di Cantiere. Ordine Nuovo, Noi Europa e Civiltà (1955-1975) periodici facenti capo e/o derivanti dal Centro Studi Ordine Nuovo fondato nei primi anni Cinquanta da Pino Rauti. Azione (1955) periodico della ‘Giovane Italia’, Giovane Italia e Vent’anni (1958) anch’essi espressione della Giovane Italia. Tribuna studentesca (1955). Domani (1956) diretto da Enzo Erra. Il Tevere (1956) quindicinale diretto da Walter Gentili, critico verso la politica del M.S.I. Tabula Rasa (1956) bimestrale diretto da Cesare Pozzo e Fabio De Felice anch’esso in polemica con l’M.S.I. micheliniano. L’Orologio (1963) diretto da Luciano Lucci Chiarissi, base di confronto fra intellettuali critici di estrazione diversa.

Se volessimo tentare una breve sintesi dei contenuti riprodotti all’interno di tali pubblicazioni, il nostro compito apparirebbe, invero, non privo di difficoltà. Difficoltà dipendenti almeno da due ordini di motivi. Il primo è dato dalla non abbondanza di studi in merito alla stampa neofascista, studi seri che considerano la ricchezza e la complessità dei periodici, studi non dimentichi del contesto politico all’interno del quale le riviste vennero alla luce. Il secondo è dato dalla varietà di riferimenti intellettuali e dei non pochi tentativi di sintesi culturale e di superamento del pensiero ‘dei maestri’ all’interno delle stesse pubblicazioni.
A parte le manovre di dialogo con le forze della Sinistra parlamentare di cui si è già detto e che possiamo addebitare a pochi elementi e limitare ai primissimi anni del Dopoguerra, all’interno della pubblicistica neofascista appena descritta, riusciamo forse a distinguere tre grandi filoni. Quello gentiliano, quello evoliano e quello cattolico.
Il filone gentiliano deriva in gran parte dalla lettura dell’opera postuma del filosofo siciliano vale a dire Genesi e struttura della società. Gli elementi risorgimentali, quelli di ‘un umanesimo del lavoro’ e la considerazione per una «dimensione neo-cattolica» disegnano uno sfondo per così dire ‘trasversale’ nella Destra e nella Sinistra del Partito almeno in quei primi anni del Dopoguerra. Culturalmente si fa carico di questo filone il giovane Primo Siena con la rivista da lui stesso diretta Cantiere, anche se c’è da dire che le influenze evoliane per volere dello stesso Siena non tardano a manifestarsi.
Cantiere uscirà nell’imminenza della II Assemblea del Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori (Bologna 23-24 settembre 1950), ma alla medesima Assemblea (invitato dallo stesso Siena) interverrà, anche se affetto da paraplegia, lo stesso Julius Evola. Un Evola che non prenderà parola, presente solo per saggiare la qualità delle argomentazioni portate innanzi dai ‘giovani nazionali’ ma che nei mesi successivi presenterà l’opuscolo Orientamenti (stampato e diffuso a cura del gruppo di Imperium) e Per una «Carta della gioventù» (proprio su Cantiere ma in forma anonima, correggendo uno spunto iniziale dello stesso Siena) quasi a dimostrare un maggior coinvolgimento intellettuale nelle iniziative dei giovani e l’assunzione di un primato ideologico rispetto al filosofo di Castelvetrano. La motivazione del fascino delle idee evoliane non è difficile da afferrare, se vogliamo essa sta tutta nei ricordi di Fausto Gianfranceschi, giovane missino del tempo, che anche a distanza di tempo ammetterà l’influenza di Evola: «[Evola] era un esempio che ci confortava nel nostro sentirci diversi, insensibili ai miti volgari del dopoguerra». Insomma come vedremo meglio, Evola rappresentava per i giovani quell’alternativa al Sistema che nessun altro filosofo sarebbe mai riuscito a garantire. Persino Giovanni Gentile non era in grado di farlo: l’oramai defunto filosofo era l’immagine opalescente di un passato che non si poteva accettare in toto, e per ciò stesso simbolo di quella fiacca Italia ch’era stata piegata dalla sconfitta.
Il filone cattolico di certa pubblicistica neofascista è stato indagato da Giovanni Tassani. In prima battuta bisogna però ricordare l’atteggiamento ufficiale dell’M.S.I. nei confronti del cattolicesimo. Sulla scorta dei 18 Punti di Verona (novembre 1943) gli Orientamenti Programmatici del M.S.I. (dicembre 1946), recitano al punto VI: «La religione Cattolica Apostolica Romana è la religione dello Stato, garantendosi il dovuto rispetto degli altri culti che non contrastino con le leggi vigenti. I rapporti fra lo Stato e la Chiesa sono da intendersi definitivamente regolati dal complesso inscindibile dei Patti Lateranensi». Nel corso dei primi mesi di vita La Direzione del Partito sviluppa e chiarisce i propri convincimenti in merito ai rapporti con la fede cattolica. La posizione del Partito è di condanna sia dell’ateismo, sia dell’«invadenza clericale» nella politica, un’invadenza che recherebbe nocumento alla fede stessa rendendola meno credibile e più esposta alle critiche e alle polemiche provenienti dalla Sinistra. La presa di posizione del Partito alla vigilia delle prime elezioni Repubblicane (18 aprile 1948) è dunque quella di un cattolicesimo scevro da «ingerenze» politiche provenienti dalla Chiesa. Tuttavia anche se i missini si dichiarano cattolici e sostengono che la religione Cattolica Apostolica Romana è religione di Stato, all’interno della compagine neofascista si affaccia anche un’anima anticlericale sempre pronta ad accreditare al Vaticano parte delle responsabilità per la caduta del Regime fascista il 25 luglio del 1943.
Sul finire della prima metà degli anni Cinquanta, in coincidenza con la segreteria Michelini, l’M.S.I. avvia una nuova fase di inserimento nelle istituzioni (il cosiddetto appello alle ‘forze di Destra’). Ne consegue un tentativo di ridimensionamento delle componenti estremamente ideologizzate (facenti capo al Raggruppamento giovanile) e un maggior apprezzamento dei gruppi moderati. Si arriva così alla «formazione della ‘Giovane Italia’ (novembre 1954) che raccoglierà i giovani adolescenti su basi accentuatamente cattolicizzanti». Parallelamente, negli anni Cinquanta, la componente cattolica missina saprà stringersi attorno a due periodici: Rivista Romana di Vanni Teodorani (nipote acquisito di Mussolini) e Carattere di Primo Siena, Gaetano Raisi e Fausto Belfiori. Quest’ultima che avrà una certa influenza ideologica sulla ‘Giovane Italia’ si farà anche portatrice di una Alleanza cattolica tradizionalista.
Nonostante Evola non sia da annoverare fra i sostenitori del cattolicesimo, Primo Siena e il gruppo di Carattere non abbandoneranno facilmente alcune preponderanti ispirazioni evoliane, come ad esempio l’ispirazione ad una «superiorità interiore» e ad una «impassibilità storica», unite allo «spregio per la suggestione della massa e la sconsacrazione del nostro tempo». Rileviamo infine che l’influenza di Carattere al di fuori delle componenti missine interne e in particolare verso le forze democristiane, sarà pressoché  minima.

Per quella generazione che la guerra non ha fatto in tempo a perderla e per quei giovani che «riuscirono a parteciparvi [...] appena per pochi mesi, quando essa già appariva inevitabilmente perduta», il giorno della fine del conflitto è la data d’inizio d’un periodo di sbandamento, uno sbandamento dovuto alla sintesi psicologica tra l’amarezza d’un finale non desiderato e la necessità d’una non vigliacca retrocessione.
Le conseguenze risultano evidenti. Sono a un tempo d’amore e d’odio gli scritti che i reduci dedicano all’Italia. Eccone un esempio dei primi mesi del 1948:
«Noi apparteniamo ad una generazione che, cresciuta nel fascismo, non poteva non rimanere profondamente impregnata di ciò che di esso ci appariva più chiaro: l’amore appassionato, puro, sconfinato per questa nostra Italia. [...]. Del naufragio del fascismo due cose ci sono rimaste ben chiare: l’amore per la Patria, quello stesso amore che condusse molti di noi, giovanissimi, a morire sul campo dell’onore, nel vano tentativo di lavare nel nostro sangue la bandiera che un pugno d’uomini aveva insozzato; l’odio acerrimo per tutti quelli che aggrappatisi al fascismo, per succhiare avidamente ogni linfa, mentre era in vita, dopo averne provocata la fine, si gettano ora all’arrembaggio sui miseri resti di quella che fu una Nazione, e per tutti coloro che [...] si servono dei voti dei fascisti per crearsi un nome ed una fama».
Per quei giovani per lo più «privi di guide carismatiche» e che non oltrepassano il rancore verso la democrazia per la mancanza di riferimenti ideali, l’incontro con le opere di Julius Evola ha il duplice sapore d’una svolta e d’una conquista. È un balzo in avanti verso la crescita culturale, il passo che conduce i giovani dall’incertezza dei primissimi anni del dopoguerra, alla lettura d’un libro come Rivolta contro il mondo moderno che avviene in Biblioteca e, per alcuni di essi, perfino in carcere. Un libro che guadagna alla fiducia, tutt’altro che uno scialbo esercizio, dunque, la sua lettura.   
Ricorda Fausto Gianfranceschi, uno di quei giovani:
 «Su quelle pagine trovammo le risposte ai nostri interrogativi. Capimmo che le nostre scelte e le nostre ripulse non erano soltanto storicamente delimitate, ma si inquadravano nel modo di essere, nel carattere, di un particolare tipo umano, il quale a sua volta è segnato da forme che trascendono i dati contingenti. Trovammo una coerente e convincente interpretazione, in un grandioso disegno, di alcune radicate impressioni che ci distinguevano nettamente dagli altri: l’impossibilità di accettare la sconfitta, qualunque sconfitta, come un’inappellabile giudizio della Storia, così sublime e decisivo da imporre addirittura un mutamento esistenziale; il rifiuto non solo del comunismo, ma anche dell’americanismo (i due volti di una medesima realtà moderna); il fastidio, e il disprezzo, per ogni discorso basato sull’economia, sul benessere materiale; il sospetto che il comfort macchinistico e tecnologico, al cui culto ci andavamo adeguando sul modello dei vincitori, comportasse una razza di valori ben più preganti; la delusione per la decadenza della filosofia occidentale, che all’inizio degli studi al liceo ci aveva appassionato, e che invece nei suoi ultimi sviluppi ci era parsa trasformarsi in un mero gioco intellettualistico.
Inoltre Evola ci liberò dalle scorie del passato cui eravamo politicamente legati, senza concessioni agli orribili luoghi comuni dell’”antifascismo”, semplicemente separando, in quel passato, ciò che era ambigua e corruttibile contingenza [...].»
 E così Pino Rauti:
«Sì, Evola. Al tempo della Rsi, e anche nei primi anni del dopoguerra, noi non sapevamo neppure chi fosse. Quando cominciammo [...] il nostro approfondimento culturale noi - parlo di 70-80 giovani reduci - ci invaghimmo della teosofia di Rudolf Steiner. Seguivamo i corsi che Massimo Scaligero teneva al Gianicolo: lui era il guru della teosofia italiana, aveva avuto esperienze fasciste e ci indottrinava.
Evola non lo conoscevamo. Durante il regime fascista aveva avuto scarso rilievo ufficiale, anche se gli articoli che scrisse su “Diorama” furono, a mio parere, una cosa enorme. Ma noi ignoravamo tutto della vita culturale del fascismo [...] Evola lo scoprimmo durante uno dei nostri tanti soggiorni in carcere. Leggemmo Rivolta contro il mondo moderno, che per noi ebbe un’importanza decisiva. Ma per dire quanto poco sapevamo su Evola, usciti dal carcere cercammo di organizzare una specie di rievocazione: credevamo fosse morto! E invece, indagando sul personaggio, con grande sorpresa scoprimmo che non solo era vivo, ma che stava a Roma. E abitava in una zona vicina a noi, in Corso Vittorio Emanuele 197. Allora andammo a trovarlo».
Massimo Scaligero è uno dei maestri non politici della Destra radicale italiana, nonostante sia un intellettuale ancora poco noto. Antroposofo, il suo impegno segue il tentativo compiuto fin dalla metà degli anni Venti da uomini come Arturo Reghini e Julius Evola, d’innestare la cultura esoterica all’interno della cultura italiana. Evola e Scaligero si conosceranno nel 1930 e sarà il secondo ad avvicinarsi al primo, fortemente attratto dalla fama di oppositore culturale del filosofo romano.
Scrive Enzo Erra che fu proprio Scaligero negli ultimi mesi del 1945 a spiegare ai giovani che tipo di guerra avessero combattuto e in che misura, in una dimensione interiore, non potessero sentirsi sconfitti. E proprio in una delle riunioni tenute da Scaligero al Gianicolo, Erra sente pronunciare per la prima volta il nome del filosofo romano. I due intellettuali sono certamente diversi, ma nonostante alcune divergenze teoriche, fra Evola e Scaligero i contrasti non arrivano mai a toccare il cosiddetto «piano superiore», un livello, cioè, sul quale riposa un dato incontestabile: «A Evola, a Scaligero, ad altri occultisti ed esoteristi era comune la sensazione della totale avversione del mondo contemporaneo ad ogni contatto con lo spirito».
«[Una] concezione della discesa e del fondo che si stava toccando [...] era comune a tutte queste correnti, tendenze e personalità e le metteva in contrasto con l’opposta e dominante mentalità che descriveva quelle stesse fasi come le tappe di una ascesa, di una scalata mediante la quale l’umanità procedeva, si affrancava dall’oscurità e dall’oppressione, e creava la grande società in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo era soppresso, la proprietà privata era abolita, e gli uomini vivevano liberi da un secolare servaggio. Questo era allora il muro della cultura, della intellettualità, della filosofia e della scienza contro il quale Evola e Scaligero urtavano.»
Non tutti i giovani s’accostano a Evola grazie a Rivolta contro il mondo moderno. Alcuni s’avvicinano al pensiero del filosofo leggendo I protocolli dei savi anziani di Sion nell’edizione del 1937 (con introduzione del filosofo romano). Ed è questo il caso di Paolo Andriani e del più noto Clemente Graziani.

Il Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori si riunisce per la seconda volta in Assemblea il 23-24 settembre 1950. A reggere il Raggruppamento è ancora il commissario Giulio Cesco Baghino.
Si può affermare che l’influenza evoliana sui giovani missini inizi proprio in quel 1950 (a marzo i giovani conoscono Evola di persona) e segni il culmine in prossimità del IV Congresso nazionale del Partito svoltosi a Viareggio il 9-11 gennaio del 1954.
Le istanze sollevate dai partecipanti all’Assemblea giovanile sono molteplici. Il confronto è incentrato sulla presentazione di sei diverse relazioni. Le discussioni in seno al Congresso risultano appassionate. Il Leitmotiv ricalca comunque le posizioni radicali del gruppo Imperium cioè del gruppo più vicino alle idee evoliane, la mozione politica conclusiva nella quale il termine «rivoluzione» echeggia a più riprese, caratterizza in pieno l’identità rivoluzionaria dei partecipanti. Riassumiamone i contenuti:
La II Assemblea Nazionale del RGSL «constata nell’attuale momento storico la crisi definitiva del mondo democratico sorto dal movimento illuminista ed affermatasi dalla Rivoluzione francese a quella russa, nella deficienza morale dei suoi presupposti, nella arbitrarietà della sua rappresentanza, nelle antinomie economico-sociali delle ultime ed opposte esperienze del suo capitalismo, nella inefficienza tecnica del suo metodo, e addita alle giovani generazioni il compito storico della affermazione rivoluzionaria di un mondo nuovo – visione di vita e struttura di società – nel solco della civiltà europea, unica perenne, e dei principi che negli ultimi decenni ne costituirono la diretta espressione e la disperata difesa». Enuncia i presupposti essenziali: «il carattere rivoluzionario è innanzitutto trasformazione di coscienza intima ed umana», «il carattere rivoluzionario comporta il mutamento etico e strutturale della società e della sua più alta istituzione politica, lo Stato. In armonia di sistema il nostro Stato è fondato sul principio aristocratico ed autoritario, con rappresentanza organica delle forze morali e sociali della Nazione», «il carattere rivoluzionario effettua la radicale trasformazione dei rapporti economici e sociali. La socializzazione corporativa – nello spirito e nelle applicazioni della Repubblica Sociale Italiana – comportante la soluzione dei rapporti sociali entro l’impresa – nel campo morale fa del capitale lo strumento di lavoro, in quello sociale instaura il rapporto associativo eliminando quello salariale, in quello economico ne esaurisce il processo considerando accanto al ciclo della produzione quello della circolazione e distribuzione della ricchezza. Essa mira alla teorica e pratica eliminazione della distinzione di classe». L’Assemblea afferma inoltre la necessità di indipendenza dell’Italia e dell’Europa di fronte ai blocchi americano e sovietico e la propria equidistante opposizione rispetto alle due potenze, la «necessità di assumere dichiaratamente il metodo rivoluzionario» e l’unità «assoluta» fra il M.S.I. e il Raggruppamento Giovanile che rappresenta il «cuore», il «motore» e il «cervello» della politica giovanile.
Quest’ultima dichiarazione è l’auspicata rassicurazione che gli organi direttivi del Movimento Sociale si attendono. I giovani devono smetterla con le loro intemperanze, devono adeguarsi alla moderazione e sposare le direttive impartite da De Marsanich: sono questi gli orientamenti che giungono da parte dei dirigenti missini. In gioco c’è il successo della strategia di inserimento perseguita dalla segreteria nazionale. Esibire un’anima intollerante e scatenare la repressione della Dc che a sua volta ha optato per una politica di contenimento, non è più conveniente per l’M.S.I. Un Movimento che secondo De Marsanich deve inserirsi all’interno delle istituzioni deve avere per forza di cose un volto moderato.
A conti fatti però, il valore delle rassicurazioni provenienti dal mondo giovanile rimane nullo, nullo perché ben altra è la realtà di fatto: anzi al IV Congresso dell’M.S.I. (Viareggio, 1954), i giovani si costituiranno come corrente organizzata «su posizioni antagoniste rispetto alla segreteria di De Marsanich». L’esito del Congresso sarà l’anticamera per la scissione del gruppo di Ordine Nuovo (che avverrà nel 1956) facente riferimento a Pino Rauti e ispirato ancora una volta alle idee evoliane.
L’irrequietezza del mondo giovanile dunque non si arresta. Tra la fine del 1950 e la metà dal 1951 diversi giovani missini vengono arrestati. L’accusa è di aver ricostituito i FAR (che probabilmente si erano sciolti solo sulla carta, nel senso che l’attività degli appartenenti ai vecchi FAR aveva continuato a svolgersi nella clandestinità, magari sotto altre sigle come Legione Nera o a titolo individuale) e di aver fatto esplodere delle bombe carta presso alcune città italiane. L’accusa fa leva sulle norme della recente legge 3 dicembre 1947 n. 1546 (Norme per la repressione dell’attività fascista e dell’attività diretta alla restaurazione dell’istituto monarchico). Alla sbarra è tutto il gruppo Imperium (Evola compreso, accusato di essere maestro e ispiratore) e altri gruppi italiani ad esso collegati (fra cui quello di Napoli facente capo a Riscossa). Fra gli inquisiti c’è pure Giulio Cesco Baghino ex leader dei FAR nati nell’immediato Dopoguerra e commissario nazionale dei giovani del Raggruppamento.
Il processo di primo grado si conclude nel novembre del 1951 con dodici lievi condanne (Evola verrà assolto) ma il gruppo Imperium (Erra, Rauti e Gianfranceschi) che già gode di grande prestigio all’interno del Raggruppamento, esce dalla vicenda giudiziaria con un rinnovato grado di autorevolezza, ragion per cui da lì a qualche anno coadiuvata dal gruppo di Primo Siena, la ‘corrente’ evoliana assume il «controllo assoluto» del Raggruppamento.
Al IV congresso del M.S.I. (Viareggio, gennaio 1954), i cosiddetti ‘figli del sole’ (i giovani intransigenti, chiamati così perché giudicati poco propensi alla politica ‘spicciola’) spalleggiati dalla Destra del Partito, illustrano una mozione contraria a quella del segretario missino e riescono a ottenere 22 seggi in seno al Comitato Centrale. Il tema della mozione è legato a due principi l’uno vichiano (anticontrattualista) e l’altro organicista relativo cioè alla scuola di Vienna di Otmar Spann e Walter Heinrich che insieme a Evola avevano collaborato, in pieno Regime fascista, al periodico Lo Stato diretto da un altro teorico dell’organicismo Carlo Costamagna. Apparentemente è una grande vittoria per i giovani, ma l’ingresso nel ‘Partito che conta’ rischia di anestetizzare la slancio giovanile: il giovane Pino Rauti è uno dei primi a capirlo, mentre l’altro grande leader Erra «comincia ad assumere un atteggiamento più tattico» che lo condurrà prima ad assumere posizioni micheliniane e poi ad uscire dal Partito in rotta con lo stesso segretario nazionale.
«La riottosità del RGSL viene domata con il passaggio delle redini del partito nelle più salde mani di Michelini», nominato segretario dell’M.S.I. nell’ottobre 1954. Michelini rispetto a De Marsanich è meno tentennante nel perseguire la politica dell’inserimento e dell’accordo con il Partito Nazionale Monarchico per la formazione di un blocco di Destra, per cui pone i giovani intransigenti davanti a una scelta netta, una scelta che finora era stata in tutti i modi evitata: o la fedeltà al Partito o la fedeltà agli ideali rivoluzionari. Uno degli obiettivi perseguiti da Michelini è infatti quello di «egemonizzare tutto il partito» per cui l’autonomia del Raggruppamento viene di fatto cancellata. Il fronte giovanile non ha più la capacità di reagire e comincia lentamente a sfaldarsi. Intorno al 1955 c’è però un ultimo colpo di coda: un gruppo di giovani fra cui Giulio Caradonna che adesso è il segretario del Raggruppamento e alcuni esponenti della Giovane Italia e del FUAN (stretti intorno al periodico Azione, che diverrà una volta ‘normalizzato’ il periodico della Giovane Italia), si lasciano andare ad azioni di protesta contro la sede del Partito comunista e della CGIL, accusati di opporsi al riarmo dell’Europa. A parte le misure adottate dalla Questura romana che arresta i giovani rivoltosi, la normalizzazione micheliniana non si fa attendere. Nel giro di pochi mesi il gruppo Azione e i dissidenti della Giovane Italia rientrano nell’«alveo» moderato del Partito. La vittoria della linea istituzionale sembra garantita, tuttavia la scissione del gruppo più prestigioso della Destra radicale (vale a dire Ordine Nuovo di Pino Rauti) è solo rimandata.
Ordine Nuovo sembra a tutt’oggi circondato da un alone di mistero. Ciò almeno per tre motivi. Per gli apparentamenti (a dire il vero assai confusi) con quelle forze nazionali e straniere, più o meno segrete, che progetteranno atti di forza e azioni terroristiche databili ben al di là dei primi anni Cinquanta. Per la conformazione strutturale tendenzialmente elitaria del sodalizio. E per la singolarità dei referenti culturali del gruppo stesso, referenti culturali che trasmettono un’immagine scarsamente politicizzata e dalle tinte fortemente esoteriche. «Basta pensare», scrive Rao, «a quali sono gli autori consigliati ai giovani ordinovisti: Evola, naturalmente, seguito da tutta una serie di esoterici, studiosi delle religioni e delle lingue orientali, della cabala e delle società segrete. Si va dal romeno Mircea Eliade, vicino a Codreanu negli anni ’30, a Massimo Scaligero, Giuseppe Tucci e Pio Filippini Ronconi, da James Frazer a Shri Aurobindo a Davis Neel e, soprattutto, a René Guénon, un altro personaggio importante nella cultura dei fascisti del dopoguerra». Ci sembra questa la chiara manifestazione di un fatto preciso: almeno da un punto di vista intellettuale, in quei primi anni Cinquanta un certo neofascismo sta cambiando. Stanno cambiando i referenti culturali (non più solo nazionali come Volpe e Oriani) e stanno cambiando i temi dibattuti. Si assiste insomma a una grande ‘mutazione genetica’ del neofascismo, una ‘mutazione genetica’ alimentata dalla ‘mitizzazione’ delle tematiche, dal rilancio  di questioni formative e relative alla cultura (d’élite) e dal netto rifiuto del principio del compromesso. Una ‘mutazione genetica’ che trova in Ordine Nuovo un terreno fertilissimo: una compagine che egemonizzerà il mondo giovanile missino fino agli anni Sessanta e farà proprie quelle componenti culturali che arriveranno fino ai giorni nostri.     
Ciò detto, chiariamo alcuni punti in relazione all’origine del sodalizio. Ordine Nuovo nasce all’interno del M.S.I. nei primi anni Cinquanta (probabilmente nel 1953) in un periodo di forte influenza evoliana. Due anni dopo (aprile 1955) esce il periodico Ordine Nuovo, mensile di politica rivoluzionaria, diretto da Pino Rauti (al quale Evola collaborerà). Alla fine del 1956 dopo il tumultuoso V Congresso del M.S.I. di Milano (probabilmente a seguito di una manovra concertata con Almirante, oppositore di Michelini) il gruppo lascia il Partito e con una lettera firmata da un discreto numero di dirigenti e segretari federali, ufficializza le proprie dimissioni. L’insoddisfazione per la politica dell’inserimento nel sistema politico e per l’abbandono della ‘linea salotina’ è la motivazione per così dire palese della scissione. Più in dettaglio, le origini della rinuncia alla tessera del Partito sembrano essere anche di tipo culturale e ideologico: il Partito oramai coinvolto nelle questioni tattiche e nelle beghe semi-nascoste della Repubblica «aveva smarrito le proprie tradizioni [e] aveva dimenticato le proprie radici culturali e ideologiche». Bisognava allora salvaguardare la ‘purezza’ di certi principi.
Da quel Congresso del 1956 il M.S.I. volta pagina. Nascono e continueranno a nascere «una serie di partiti, partitini, movimenti, organizzazioni, associazioni» che non si riconosceranno più nel M.S.I. «L’unità politica dei fascisti in democrazia» scrive Rao, «è durata esattamente dieci anni».
Quali sono in breve le tematiche relative alla ‘purezza’ dei principi espresse dal Centro Studi Ordine Nuovo?
Innanzi tutto una linea di intransigente rifiuto della politica democratica e parlamentare, definita ‘corruttrice’ delle nuove generazioni. In secondo luogo lo sguardo rivolto al passato fascista, al fascismo nazionale (salotino) quanto a quello tedesco e alle Schutz-Staffeln (le SS), modello di élite e di Ordine. Poi ancora, l’idea di una rivoluzione senza compromessi che interessi la politica come la società, la morale come lo spirito e che conduca alla formazione di una aristocrazia politica costituitasi in base a principi meritocratici. L’idea di un razzismo spiritualistico che tenga in considerazione non i tratti somatici o l’appartenenza etnica, bensì, come aveva scritto Evola fin dagli anni Trenta, quella potenza d’ordine spirituale che, per così dire, sovrintende a tutte le attività umane. L’auspicio di una ‘Europa nazione’ non asservita ai due blocchi di potere internazionale (Stati Uniti e Unione Sovietica). E infine una esaltazione della virile paganità precristiana o apostatica in contrapposizione a un cristianesimo visto come religione meramente plebea, remissiva e frustrante. Insomma, in due parole, il gruppo Ordine Nuovo secondo una definizione dello stesso Rauti è un gruppo nazionalrivoluzionario, che seppur legato alle componenti storiche del fascismo (la Repubblica Sociale) non disdegna l’approfondimento culturale in relazione alle ben determinate tematiche eroico-mitiche.
La storia del Centro Studi Ordine Nuovo proseguirà fino al 1969, quando su sollecitazione di Almirante, per la seconda volta segretario dopo la morte di Michelini (giugno 1969), rientrerà fra i ranghi del Partito. L’ala più politicizzata e attivista del sodalizio, guidata da Clemente Graziani, proseguirà da sola fino al 1973 quando a seguito dei provvedimenti del governo sarà sciolta, almeno ufficialmente.