giovedì 6 gennaio 2011

1978: in volo con la pallavolo

Una lieve nostalgia. Una lieve nostalgia per il tempo trascorso e un periodo che non tornerà più. I Settanta non erano il massimo che si potesse immaginare, ma se non altro date le vicende c’era la speranza che il nuovo decennio inaugurasse un periodo di rinascita politica, economica e intellettuale. Per molti versi negli Ottanta andò così: nacquero nuove figure carismatiche, la violenza si diradò, si cominciò a guardare altrove e a cercare svaghi in attività meno sfavorevoli. Fu a cavallo di quegli anni (Settanta-Ottanta) che in Italia nacque l’amore per uno sport, la pallavolo, che successivamente, negli ultimi anni del Secondo millennio, avrebbe sfornato una generazione di “fenomeni” di valore ineguagliato. Adesso che è finita una nuova edizione dei Campionati del mondo di pallavolo (la XVII), organizzata in Italia dopo trentadue anni dall’ultima edizione, i ricordi affiorano con irruenza e la mente corre alla ricerca di volti e nomi oramai del tutto sconosciuti.
 Trentadue anni fa, cioè il 1978, IX edizione dei Campionati del mondo di pallavolo, organizzati per la fine di settembre (come adesso). L’Italia del tempo è quella che storici e giornalisti ci hanno raccontato. Per molti versi atroce, malata di violenza, con pochi punti di riferimento; perfino gli intellettuali non amano quello Stato che in molti difendono al sacrificio della propria vita (forse, però, non lo hanno mai amato). Il mondo vive la speranza di Camp David, piange la morte di Giovanni Paolo I e attende i due pilastri della nuova era planetaria Margaret Thatcher e Reagan; ancora in Italia l’inizio della scuola – coi soliti problemi: sembra adesso – e le vicende legate alla nazionale di calcio conducono grandi e piccoli alle occupazioni giornaliere: calcio, famiglia e poc’altro. Che pena! Nello sport, una cittadina del meridione (quella che da bambini chiamavamo la Milano del sud), per la prima volta si è fregiata di un titolo nazionale. È la Paoletti Catania, una squadra bella, tosta e simpatica che ha sbaragliato gli avversari concedendo una sola vittoria agli “odiatissimi” avversari della Klippan Torino; una squadra allenata da Carmelo Pittera, catanese doc (uomo un po’ scontroso, riservato e serissimo), che guida un sestetto destinato a formare l’ossatura della nazionale di pallavolo del ‘78: l’ossatura del “gabbiano d’argento” allenata dallo stesso Pittera. Una squadra da film, perché “gabbiano d’argento” è anche un bellissimo e introvabile documentario, con un lieve tocco di postmodernità. Una squadra-rivelazione che ai mondiali verrà superata dai mostri sovietici (non è una notazione politica), in una partita da tutto-o-niente che il nostro sestetto aveva giocato ripetutamente, esaltandosi, volta a volta, per i successi ottenuti.
 E quanti ricordi ancora, a leggere le cronache del tempo... L’Italia organizzava per la prima volta il suo mondiale di volley, con 6 gironi eliminatori, 2 gironi di semifinale e poi le finali, fino a quella conclusiva del 1° ottobre. Fin dall’inizio (dalle prime battute…), c’era chi paragonava Pittera a Enzo Berazot, capace di svecchiare la nazionale ai mondiali d’Argentina con l’ingresso di Paolo Rossi e Antonio Cabrini. Nel ’78, don Carmelo ebbe il merito “storico” di rinnovare la sua nazionale (fuori i mostri-sacri Mattioli e Salemme), di fornirle una preparazione adeguata (amichevoli di “lusso” e un lungo ritiro), riuscendo a incollarla alle grandi del volley internazionale – o quantomeno un passo appena dietro le grandi – cioè la Polonia, campione uscente ma in verità in quel ’78 poco accreditata, l’Urss, Cuba, il Giappone e la Cina già da allora una grande incognita. Vogliamo esagerare? Dai, lo sport è un veicolo di suggestioni… a tenere a galla la pallavolo in “Occidente”, c’era a quel tempo l’Italia del trentenne Pittera: Dall’Olio il palleggiatore, Lanfranco, Di Coste il gigante (più di due metri, in un periodo nel quale i giocatori potevano tranquillamente non superare il metro e novanta), Di Bernardo, Negri, Lazzeroni, Innocenti e assieme a loro il gioioso “clan” dei catanesi: il capitano Fabrizio Nassi, Antonio Scilipoti, Nello Greco (una pulce di poco più di un metro e settanta, ma un atleta splendido), Toni Alessandro e Massimo Concetti. Ragazzi che insieme a Cirota (riserva della nazionale), Mazzoleni, Mazzeo e lo straniero, il cecoslovacco Koudelka, avevano condotto Catania alla conquista del primo successo sportivo per una città siciliana. Le qualità del nostro volley c’erano tutte: l’appuntamento era adesso per fine settembre, per il secondo tempo di una lunga fiaba estiva.
 Polemiche a parte (siamo pur sempre in Italia no?), il girone eliminatorio degli azzurri non fu dei più difficili. Superato il Belgio in tre set (il terzo vinto addirittura 15-1; a quel tempo le regole erano altre ed esistevano ancora i “cambi palla”), e sconfitte altre due formazioni, Egitto e Cina, l’Italia approderà in semifinale. È questo l’obiettivo minimo che don Carmelo, coi piedi ben piantati a terra, si è prefissato all’inizio del torneo. Gli avversari si chiamano adesso Bulgaria, Brasile, Cina e Ddr (per i più giovani: la Ddr era il pezzo di Germania comunista). In semifinale siamo ancora l’“Occidente” anema e core in lotta con gli automi dell’est, stretti nella morsa cinese, un Paese enigmatico ora come allora, e minacciati dallo strapotere fisico sudamericano. L’Italia intera sostiene i nostri pallavolisti. Un Paese “da anni Settanta” pronto all’euforia, abituato alle sfide, alla lotta, ma un Paese avvezzo ai disinganni. Primo fra i tanti quello della Rai, ora come allora più ambigua dei cinesi, l’Ente di Stato che si disinteressò dell’evento sportivo per dedicarsi ad altri “spettacoli”, consueti o alternativi che fossero
 Roma, prima partita di semifinale (le cronache scandiscono gli incontri e le vittorie degli azzurri come in un film di Clint Eastwood): l’Italia incappa nel Brasile (una squadra forte, non come adesso, ma ugualmente superiore). La partita è un capolavoro tout court, soprattutto di tensione, il risultato è 3-2 per l’Italia con un quinto set incredibile vinto 17-15. Pittera il pragmatico, fa il pompiere e spegne ogni entusiasmo, ma, come un soldato di trincea, sa di essere entrato nella terra di nessuno. L’Italia non è mai stata così vincente e d’ora in avanti si conquisterà la gloria: «…finora non abbiamo mai lottato a questi livelli, quindi non so proprio cosa potrà accadere d’ora in poi», dice. Quando oramai il quarto posto è assicurato (dopo il 3-0 sulla Bulgaria), il grande Candido Cannavò scrive sul quotidiano “La Sicilia”: «Adesso sappiamo che la pallavolo italiana l’ha inventata un catanese». Prima finale: Italia 3, Cuba 1; finale per la medaglia d’oro: Italia 0 Urss 3. Il sogno si conclude in questo modo, con la sconfitta dalla squadra più forte del torneo, cioè dalla fredda Russia. Ma non si piange, va bene così
Il commento più efficace all’avventura romana è quello di Nassi, tornato nella sua Catania: per la pallavolo, da oggi in poi nulla sarà come prima. Due lustri appena e per il volley italiano comincerà l’era di Julio Velasco l’allenatore dei “fenomeni”. Catania invece si accontenterà di un altro scudetto di pallavolo (due anni dopo con l’Alidea, versione femminile della Paoletti), nel frattempo però la Jolly Catania ha già vinto il primo scudetto femminile di calcio. Nel completo silenzio. Dopotutto agli sportivi catanesi piace vincere così: sorprendendo. Dà soddisfazione, anche se non accade tutti i giorni.
Maia

3 commenti:

  1. Ecco, io mi domando. E, anche se probabilmente ti sembrerà un'idiozia, ti domando: ma dov'è che trovi tutte queste informazioni? Voglio dire, le sai? Le cerchi su internet? Le prendi dai libri???

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  2. :-)come stai?
    Risposta: Bé dipende. Se vai a casa della mia ex (nella tua Alba), troverai già parte della risposta: centinaia di volumi (miei) in attesa di essere trasferiti a Catania... Internet è certo d'aiuto, archivi dei giornali e altra roba. E soprattutto tantissimissima curiosità, "nostalgia" per il proprio passato, amore per arte, cinema, musica, teatro, ecc ecc, qualche frequentazione e un pò di memoria (nonostante l'età). Infine, anche se (per ora...), non ho fatto carriera all'università, la mentalità del ricercatore m'è rimasta. Grazie a dio.
    Ecco, diciamo, una macedonia.
    E poi: avevo e in parte ho ancora il vizio di aiutare la memoria, conservo (per quanto è possibile), biglietti, appunti, oggettini che mi ricordano eventi e situazioni varie.
    Ecco: t'ho "svelato" il mio segreto...
    Tu, leggendo, te la cavi molto bene. Sei brava e soprattutto (dote importante), concreta, ecco diciano... non-siciliana ma piemontese.
    ciaoissimo!

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  3. Sto bene, grazie! :-)
    ...quindi non hai, come avevo ipotizzato, qualche dote soprannaturale: sei riccamente documentato. Bene, sei umano, ottimo.
    Su come me la cavo io, non so dire granché. Di certo, hai ragione, sono molto piemontese: sempre stata così, diretta, sintetica. Anche troppo...

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