lunedì 3 gennaio 2011

Bravo Tony Manero!

Anno che passa “patrimonio” che incontri. Da pochi giorni l’America ha deciso di legare 25 film di genere qualsiasi - da quello amatoriale a quello d’autore - alla storia della propria cultura, e a uso e consumo delle generazioni del futuro. La biblioteca nazionale del Congresso degli Stati Uniti ha infatti stilato un elenco di opere cinematografiche da tutelare e consegnare alla memoria dei posteri (e da sommare alle 525 già in lista), come si farebbe per qualunque tipo di reperto storico di valore universale. 25 opere di carattere formativo e non solo di valore estetico, da acquisire come patrimonio del Nuovo mondo.
 Fra i titoli (che si affiancano a capolavori del calibro di King Kong – quello girato negli anni Trenta, Apocalypse Now e il filmino amatoriale sull’assassino di JFK), figurano opere molto note come La pantera rosa (1964), di Blake Edwards – recentemente scomparso all’età di ottantotto anni – l’Esorcista (1973) di William Friedkin, Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula, Malcom X (1992) di Spike Lee e L’impero colpisce ancora (1980) di George Lucas e Irvin Kershner; e opere meno note come un cortometraggio di Lucas girato da studente universitario, una “prova” di fine-Ottocento di Thomas Edison che anticipò l’invenzione del cinema dei fratelli Lumière e un’indagine – a lungo messa sotto sequestro – firmata John Houston, sui disturbi psichici dei reduci della seconda guerra mondiale.
 Ma fra le 25 pellicole una è particolarmente gradita alla generazione dei quarantacinque-cinquantenni. Un film snobbato a lungo dai palati “fini”, considerato se non proprio di serie B, uno dei prodotti-pendant orientati verso la (sotto)cultura giovanile degli ultimi decenni. Si tratta della Febbre del sabato sera del 1977 (in Italia uscì il 13 marzo del 1978), del poco noto John Badham, un film che lanciò l’allora non conosciutissimo (ma non del tutto sconosciuto) John Travolta, diffuse una vera e propria mania, quella appunto del “travoltismo” e consolidò la moda delle discoteche.
 Chi è nato negli anni Sessanta ricorderà l’importanza che ebbe il film all’interno di quella “nuova cultura giovanile” che lasciatasi alle spalle le esasperazioni della contestazione, si stava chiudendo in se stessa dirigendo i propri sforzi verso le dimensioni del privato, e verso un nuovo modo di valorizzare le identità. Le insoddisfazioni degli anni Cinquanta-Sessanta (e con esse le soluzioni di tipo “ideologico”), erano state già digerite e, in parte, superate. L’America e l’Occidente sembravano pronte per la svolta degli Ottanta e per il ritorno in scena dell’individuo. Non che i giovani non si muovessero per bande o gruppi (in alcuni casi la Febbre del sabato sera ricorda il musical West side story del ‘57), ma l’insoddisfazione contenuta in un film come American Graffiti di Lucas (dedicato ai primi anni Sessanta e che precede di soli quattro anni la pellicola di Travolta), cedeva il posto a tendenze più attuali e di tipo opposto. Nuove competizioni e modi di espressione, il ballo e la musica da discoteca appunto. Adesso, dopo il Vietnam, in America c’era voglia di fare e non solo di “disfare”.
 Impegnarsi e trionfare nella gara di ballo è lo scopo del protagonista John Travolta/Tony Manero. Tutto il resto è quasi di contorno. Nel film del ’77 fa così il suo ingresso un soggetto inatteso: la discoteca. Si tratta di un ambiente pressoché nuovo (anche se non nuovissimo, erede diretto dei night e di altri ritrovi per giovani e adulti). La gara di ballo invece è il filo conduttore di una storia che appare nella sua struttura emotiva, completamente nuova. Protagonista diventa, anche, ovviamente e per la prima volta, la bellissima colonna sonora di uno dei più grandi gruppi pop dei Settanta: i Bee Gees (ricordiamo le canzoni oramai senza tempo: Stayin’ Alive, Night Fever, More Than A Woman, If I Can’t Have You). Il loro ruolo è importante quanto quello dello stesso protagonista maschile. Anche questa è una “rivoluzione”.
 Attualmente, fra gli attori di Hollywood, John Travolta è uno dei più noti. Ma da quel ’77 la sua carriera non ha seguito un percorso lineare. Troppo forte e troppo stretto è stato il legame fra l’attore e il danzatore italo-americano della Febbre del sabato sera (come del resto lo è anche lui) e il bullo anni Cinquanta di Grease, pellicola altrettanto nota e uscita appena un anno dopo. Con parecchia difficoltà Travolta è riuscito a scrollarsi di dosso i panni del ballerino e fra non poche sofferenze anche nella vita privata, ha riottenuto un certo successo solo con l’uscita di Pulp Fiction di Quentin Tarantino nel ’94. E pensare che, alla fine dei Settanta (anni musicali e “ballerini”), Travolta era l’idolo di migliaia di ragazze e ragazzi italiani. E insieme a lui (con una miscela trendy di recitazione, ballo, musica e immagine), il “rivale” Henry Winkler, il Fonzie della serie televisiva Happy Days, e il più giovane Miguel Bosé (oggi sembra incredibile a dirsi) figlio dell’attrice Lucia Bosé che proprio in quel periodo cominciava una carriera internazionale come cantante pop e, appunto, ballerino (i ragazzi degli anni Settanta ricorderanno certamente la canzone di successo Anna). Sembra davvero passato un secolo da quelle storie
 Ma il “travoltismo” nasce proprio in quegli anni lì: un mix di cura dell’abbigliamento e di atteggiamento esistenziale. Al centro una nuova voglia di protagonismo e la dedizione quasi assoluta alla “causa” della discoteca. Dalla fine degli anni Settanta gli spazi dedicati al ballo e al divertimento sono aumentati di oltre la metà, “merito” del “travoltismo” e anche dell’onda lunga della musica ritmata con gruppi (i mitici Abba, che pare stiano tornando adesso), re e regine (su due: Donna Summer e Gloria Gaynor); la discoteca è già diventata il luogo principe della socializzazione giovanile, all’interno della quale sembra che le barriere e i divieti sociali siano quasi del tutto caduti. La sala da ballo è un luogo interclassista, al suo interno le differenze perdono valore a vantaggio delle capacità di esibirsi. Il ballo in discoteca è come lo sport: non valgono le differenze di ceto o di provenienza, ma conta quel che si riesce a fare e a dare e contano i “gesti”, l’estetica, il corpo e il movimento. La discoteca può anche essere il luogo del “riscatto”, per chi ha intenzione o voglia di prendersi delle rivincite.
 Si ripassi dunque la pellicola di Badham e ci si renderà conto che la morale è quella della valorizzazione delle capacità dei partecipanti alla gara, a prescindere da “quel che si è”: bianchi, di colore, ricchi, poveri ecc... Ma proprio il movimento, anzi la “filosofia del movimento” introduce una seconda novità all’interno del mondo delle discoteche, quella della libertà. Il ballo – ovviamente per eredità dei Sessanta – ha sostanzialmente perso la propria caratteristica di “forma” per diventare un linguaggio “libero” del corpo. Tutti possono ballare perché la discoteca è un luogo aperto a ogni giovane: professionista, dilettante, perditempo, neofita o cosiddetto imbranato. Basta solo un po’ di coraggio e di… fantasia.
 Ovviamente, come ha già scritto Sabino Acquaviva, il “travoltismo” può essere considerato uno dei momenti culmine del cosiddetto “disimpegno” dopo le scorpacciate e le ubriacature del biennio Sessanta-Settanta (e in quegli anni, ci fu chi parlò del “travoltismo” come fenomeno di “destra”, al pari dell’evolismo o della scoperta degli eroi dei fumetti). Anzi, quando in Italia uscì la Febbre del sabato sera, come si ricordava sul Secolo per i trent’anni dall’uscita del film (13 marzo 2008), guerra fredda e anni di piombo erano tutt’altro che finiti. Non solo il rapimento e la morte di Moro erano di là da venire, ma perfino gli echi degli episodi di Acca Larentia (la morte di tre ragazzi di destra – gennaio 1978), non si erano ancora spenti. Ed è proprio in questo film che i giovani e i meno giovani del tempo andarono a cercare gli anticorpi per una società praticamente impazzita. Senza alcun punto di riferimento. L’atteggiamento del protagonista della Febbre del sabato sera è probabilmente rimasto simile a quello di un giovane degli anni Cinquanta e Sessanta (Tony Manero con un salto all’indietro di due generazioni, è un quasi-James Dean nelle sue “scivolate” esistenziali), adesso però il percorso dei ribelli “senza causa” conduce dritto per dritto a nuove prove e competizioni. A nuove sfide che non siano (solo) le terribili corse in macchina a rischio della vita; né le sfide al “potere”, né le marce per la pace, gli scioperi di piazza o peggio le sparatorie.
 Probabilmente il “travoltismo”, visto da questo punto di vista, è una delle migliori eredità degli anni Settanta. Di lì a poco, poi, in Italia, sull’onda lunga del boom degli sport popolari, sarebbe riesploso un nuovo amore per il calcio e saremmo diventati tutti (o quasi tutti), bearzottiani, in occasione dei mondiali di calcio disputati in Argentina nel giugno del ‘78. Nel frattempo, un sacerdote di origine polacca diventava papa, fra le sorprese di molti, fedeli e non fedeli. Era l’ottobre del ’78. Ne avremmo sentito parlare a lungo, ne sentiranno parlare soprattutto nell’Europa comunista...
 Così, se ci si pensa, dopo il Settantasette anche in quel 1978, affondano le radici della nostra società fino alla fine del II Millennio. Società del divertimento e del disimpegno, società della libera competizione. Crollo, infine delle illusioni politiche. Smessi i panni da lavoro (e indossata la giacca nuova), il giovane operaio, non pensa più alla “grande rivoluzione”, ma attende con ansia il sabato per sgambettare in discoteca e la domenica per sostenere la propria squadra del cuore.
Bravo Tony Manero allora! Anche nella gara contro Marx ed Engels, in fondo è riuscito a dire la sua…
Maia

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