venerdì 21 gennaio 2011

HvK

Gli appassionati di musica ricorderanno il luglio del 1989 per un motivo: lo storico concerto dei Pink Floyd, uno dei più grandi gruppi rock di sempre, a Venezia, per la festa del Redentore. Quasi duecentomila persone fra cui Tom Cruise e Woody Allen accorsero ai piedi della laguna per ascoltare gratuitamente gli autori di “Wish you were here” e “The Wall”. Non mancarono, come si ricorderà, le polemiche per lo «scempio» come lo definì Panorama di una delle città più belle del mondo, miseramente ridotta a camerata a cielo aperto, peggio: a mondezzaio.
 C’è un minoranza di puristi, o magari di semplici appassionati, che ricorderà con uno stato d’animo diverso il 16 luglio 1989, il giorno dopo la festa del Redentore. Quel giorno ad Anif nei pressi di Salisburgo se ne andava per sempre Herbert von Karajan, probabilmente il più grande direttore d’orchestra mai vissuto, in ogni caso una delle personalità più grandi del Novecento europeo. Il Maestro aveva 81 anni, era nato infatti il 5 aprile del 1908 a Salisburgo.
 Chi e cosa è stato Karajan? Come spiegarlo a chi adora i ritmi americani, le vocine dei Pooh e le storielle di Jovanotti? Come spiegarlo a chi non ha mai visitato un teatro d’opera (o non ha mai ascoltato un’orchestra sinfonica), e sa a malapena dell’esistenza delle sinfonie di Beethoven e di una o due opere di Giuseppe Verdi? Come spiegarlo a chi crede a quel tanto che ci raccontano in Tv sulla “grandezza” di questo o quel fenomeno commerciale? Ci proveremo e in poche battute. Karajan era un artista dotato di un carisma straordinario, era quel che si dice un uomo silenzioso, poco incline alla parola, stregato dai paesaggi alpini e dallo yoga. Anche i mass-media furono artefici della sua fama (soprattutto nell’ultimo periodo), ma per lui seppero parlare i fatti. Eccome.
 La vita privata del Maestro anche per la maggior parte degli ammiratori resta tuttavia un mistero. Né la sua autobiografia dettata a Franz Endler (in Italia per Pantheon edizioni, 1994); né il recente libro della vedova, la provenzale Eliette Mouret, peraltro carico di aneddoti (Mein Leben auf seiner Seite), sono riusciti a colmare alcune lacune “esistenziali”. Rilevanti o meno che siano. Non è il caso, però, della sua appartenenza al partito Nazionalsocialista ai tempi di Hitler, del quale anzi si dibatte da anni. Karajan si iscrisse alla Nsdap perché (era bravo ergo) voleva far carriera. In un regime totalitario stare dalla parte del Partito unico produce dei vantaggi, è come scoprire l’acqua calda. Ma è il caso semmai delle conseguenze maturate proprio in seguito all’adesione al Nazionalsocialismo.
 L’immagine e la sua particolare cura, trasformarono Karajan dopo i primi anni del Dopoguerra nel protagonista di un libro di filosofia (o narrativa). Karajan appariva come un uomo irreale. Era il ritaglio di un volume del buon Nietzsche (o forse di Jünger o semplicemente di un romanzo di Maugham). A differenza di un comune teorico aveva però la capacità di creare, e di far vivere la musica come pochi. I più bei suoni orchestrali del Novecento sarebbero stati cavati dalla sua bacchetta. Le più grandi emozioni sarebbero state governate da questo salisburghese di poco più di un metro e settanta. Uomo di indescrivibile perfezionismo, sempre alla continua e pragmatica ricerca di nuove letture, era dotato di una memoria non comune (dirigeva senza partitura, a occhi chiusi), ed era capace di momenti di concentrazione e di ritmi di lavoro difficilmente eguagliabili.
 Di nulla mancava per essere un numero uno. Ed ebbe (con merito) un successo senza precedenti nella storia del cosiddetto repertorio “classico” e del teatro in musica. Karajan sta alla direzione d’orchestra come Nureyev al balletto, Kubrick e pochi altri alla regia cinematografica.
 La sua carriera inizia nel 1929 con l’incarico di direttore stabile al teatro di Ulm. Prosegue ad Aachen dal 1935 al 1942. Anni di effettiva permanenza nel Partito hitleriano (la sua originaria iscrizione risalente al 1933, va considerata una mera formalità). Nel Dopoguerra lavora a Londra con la Philharmonia Orchestra fondata da Walter Legge; nel 1955, dopo la morte del rivale Furtwängler diviene direttore a vita dei Berliner Philharmoniker una delle più grandi orchestre del mondo, che dirigerà fino a tre mesi prima di morire (aprile 1989).
 Nel 1933 Karajan debutta al Festival estivo di Salisburgo, rinato nel 1919 grazie all’impegno fra gli altri di Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal. Negli anni Cinquanta ne diventerà il direttore artistico. Nel 1967 ancora a Salisburgo fonda il Festival di Pasqua che curerà fino all’ultimo dei suoi giorni. Frattanto sarà direttore artistico della prestigiosissima Opera di Vienna. Alla fine degli anni Cinquanta si farà in quattro (anzi cinque) per onorare gli incarichi di cui gode a Vienna, Berlino, Salisburgo, Milano e Londra. Eccezionale!
 Armato di bacchetta e cravatta bianca girerà il mondo, incluso il sacro tempio wagneriano di Bayreuth, ascenderà il podio della Scala soprattutto dal 1950 al 1968. Del 1954 è la “Lucia di Lammermoor” a Berlino (orchestra della Scala) con Giuseppe Di Stefano e Maria Callas (che dirigerà solo in “Lucia”, “Butterfly” e “Trovatore”): l’attacco del Maestro sugli applausi in coda a “Fra poco a me ricovero” del tenore scomparso è da brividi. Karajan dirigerà anche in Rai. Negli anni d’oro, l’azienda di Stato curava le orchestre sinfoniche, come oggi cura spettacoli che vanno oltre i limiti del voyeurismo. A viale Mazzini si è passati per via diretta dalla Quinta di Sibelius alla quinta di reggiseno.
 Le produzioni del Maestro che hanno lasciato il segno nella cultura mondiale sono quelle del “Ring” di Richard Wagner; tuttavia Karajan seppe dedicarsi con successo all’opera francese e italiana (Verdi e Puccini). Insuperabile nella direzione del repertorio romantico, i suoi compositori prediletti furono anche Mahler, Richard Strauss, Dvorak e Sostakovic. L’inno ufficiale che l’Unione Europea ha adottato (tratto dalla Nona Sinfonia di Beethoven) è stato arrangiato e registrato dal Maestro.
 Karajan era un mago della tecnica. Non un semplice direttore “di tradizione” (come peraltro ce ne sono di grandi e grandissimi), non un semplice “filologo” concentrato sul segno scritto: ma tanto altro ancora. Spiazzante. Capace di creare immagini come nel finale dell’Eroica di Beethoven e di sprofondare negli abissi del segno grafico; capace di far dire “tutto” ad orchestra e cantanti in poche note o battute (come nella “Bohème” della coppia Freni-Pavarotti o nella “Salome” con la Welitsch); capace di sonorità sorprendenti, ora lievi e solari ora dure e arrembanti, quasi torturanti. E poi capace di normalità (sovente il maggior ostacolo per i comuni direttori d’orchestra): fedeltà al testo, armonia fra gli attori in scena. Mai un gesto, frase o semplice parola fuori posto, anche quando si occuperà di regia, nonostante il Maestro fosse noto per la sua litigiosità.
 È tutto qui? No, perché Karajan fu anche un talent scout, uno scopritore di voci. Optò e non poteva essere diversamente per la qualità dei cantanti. Nell’ultima fase della carriera, fu schiavo della propria immagine di demiurgo, e venne catturato  da quel lungo declino dell’opera lirica cominciato negli anni Settanta: la resa e soprattutto la scelta dei “suoi” interpreti non furono dunque all’altezza delle aspettative e delle esperienze precedenti.
 Karajan non fu un comune conservatore innamorato della tradizione musicale austro-germanica, di partiture ingiallite e di velluti rossi. Ma fu un rivoluzionario: credeva nel futuro, nella qualità e nella perfezione dei supporti tecnologici (venne per questo, a lungo, criticato). Fu un cultore delle scienze ingegneristiche. Affascinato dall’incisione su disco (al contrario di altri noti colleghi), delle sue performance sono stati venduti più di cento milioni di video e dischi, dai 78 giri ai compact disc. Il giorno della morte si calcolò che esistessero n-o-v-e-c-e-n-t-o diverse incisioni del Maestro in giro per il mondo (parliamo di vent’anni fa!). Vogliamo scherzare coi numeri? Potremmo dire anche per questo che Karajan è stato un uomo, anzi l‘uomo, del Novecento.
Una delle sue ultime uscite pubbliche, quella forse più nota di sempre (adorata dai collezionisti) è per il Concerto di Capodanno del 1987. Il Maestro è malato. Al Musikverein va in scena il canto del cigno della civiltà occidentale: il tramonto dell’Occidente - parte II. Il Maestro avrebbe diretto le straussiane “Voci di primavera” ma di lì a qualche anno sarebbe esploso l’inverno musicale, forse per sempre. Karajan uno degli ultimi simboli dell’universo culturale europeo, era stato d’esempio per tutti: cuore alla vecchia Europa, mente al futuro.

1 commento:

  1. Ho avuto l'immensa fortuna di ascoltarlo dal vivo a Venezia nel 1971 coi Berliner (ero un giovincello accompagnato da mio padre). Posso di non aver mai udito nulla di simile. Il "suo" suono era incredibilmente incantevole, di una purezza che definirei cosmica. (Ho studiato al conservatorio, anche se purtroppo non esercito alcuna professione musicale). Insieme ad Arturo Toscanini - del quale Karajan è per molti aspetti erede artistico - va considerato uno dei geni assoluti della direzione d'orchestra.

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