lunedì 31 gennaio 2011

Il poeta ingegnere

“Il poeta-ingegnere” così era soprannominato Leonardo Sinisgalli - poeta e prosatore laureato in ingegneria e pubblicitario in “stile essenziale e ungarettiano” - morto trent’anni fa, il 31 gennaio del 1981. La sua è una storia “quasi comune” di emigrazione da un Sud povero (era nato nel 1908 a Montemurro in provincia di Potenza), verso Roma; la Capitale, che nella metà degli anni Venti offre nuove possibilità per chi ha capacità e voglia di fare. Quella di Sinisgalli è una storia che potrebbe ripetersi anche oggi – e che si è ripetuta in passato: un diciottenne che lascia il proprio paese («terreno di spenti vulcani; terreno di argille e di calcare, delle frane silenziose»), per avanzare verso Nord, verso il cuore dell’Italia, non dimenticando tuttavia, la bellezza delle terre d’origine, la ricchezza se non altro simbolica, delle lande lucane.
A Roma, Sinisgalli si iscrive alla facoltà di Matematica e quasi contemporaneamente inizia a coltivare l’interesse per la poesia, frequenta gli ambienti giusti, conosce Cardarelli, Vittorini e Mario Mafai, e sovente lo si può trovare nella mitica terza saletta del caffè Aragno. Siamo alla fine degli anni Venti, come tanti intellettuali del tempo Sinisgalli ammira la figura di Mussolini, e ha già pubblicato la raccolta “Cuore”. Enrico Fermi lo vuole con sé presso il suo istituto di fisica ma il poeta rifiuta sentendo il richiamo della “musa” umanistica. «Potevo trovarmi nel gruppo dei ragazzi che hanno aperto l’era atomica, preferii seguire i pittori e i poeti e rinunciare allo studio dei neutroni lenti e della radioattività artificiale», dirà di sé più tardi.
 L’affermazione arriva nel 1936 quando Scheiwiller gli pubblica le “18 poesie” di evidente contenuto autobiografico, poesie che si collocano al centro di un triennio fondamentale. Nel 1935 è uscito il “Quaderno di Geometria”, nel 1937 invece Sinisgalli ha ricevuto un incarico presso l’Olivetti. Da questo momento le “parole chiave” della sua esistenza poetica sono quelle della memoria (l’infanzia mitizzata, l’amarezza del vivere) e della moderna invenzione. Un doppio binario, una coraggiosa mescolanza di temi e “culture” a causa dei quali Sinisgalli resta a lungo incompreso; in un ambiente letterario (e in parte della critica) che fa dell’immobilismo la sua bandiera, gli spazi sono sempre più stretti. Nel ’43 esce per Mondadori “Vidi le muse” che raccoglie i lavori poetici degli anni Trenta, è importante partire da lì.
 Gli anni Cinquanta sono altrettanto rilevanti: nel 1950 è uscito il volume “Furor mathematicus”, raccolta di scritti definita «il punto d’incontro fra scienza e arte, tecnica e civiltà». L’approccio è emblematico. Così scrive il Nostro: «La natura entra placidamente nelle nostre capsule, nelle parole e nei simboli, nelle lettere e nelle cifre. Ci entrano anche i pensieri. Entrano le formule semplicissime che governano il mondo. Le equazioni di Einstein sono brevi come le formule dell’acqua e del sole. Dio è laconico». Una lezione per tecnici e “professionisti” della bella scrittura dipendenti dai parossismi della forma. Già collaboratore della “Fiera letteraria” di G. B. Angioletti, dal ’53 al ’59 fonda e dirige la rivista della Finmeccanica “La civiltà delle macchine”, che sarà il suo maggior successo. Precedentemente ha lavorato alla Pirelli di Milano, adesso viene chiamato da Enrico Mattei all’Eni. Poi va all’Alitalia all’interno della quale diventa consulente, infine dirige una rivista di design la “Botte e il violino”. Alla ricerca ermetica della purezza assoluta, nostalgico del tempo “perduto”, solo raramente Sinisgalli è riuscito a liberarsi degli “slanci” che ricordano un “tipo” di dannunzianesimo oramai acquetatosi. L’esito finale della sua poetica è un canto alle diverse sfaccettature del tempo. Antico e nuovo allo stesso tempo.
 Sinisgalli appare ancora a trent’anni dalla morte un personaggio “singolare” (questo, peraltro, il riferimento essenziale dell’articolo uscito per “la Stampa” il primo febbraio dell’81, il giorno dopo la morte). Gran “contaminatore”, con un pizzico di “folle” ironia, Anche quando Sinisgalli si occupa di arredamento non smette di pensare in grande. A dargliene il coraggio, forse, il dna di uomo del Sud con uno splendido passato di armonie e bellezze alle spalle: «Non vi è dubbio», dice, «che a immaginare una città riesce meglio un poeta come Saint – John Perse, un pittore come De Chirico, un filosofo come Tommaso Campanella, un vescovo come Sant’Agostino, che un architetto come Le Corbusier».
Già dall’immediato dopoguerra (“Quadernetto alla polvere” - 1948), ma poi sempre più negli anni Settanta (“Mosche in bottiglia” e “Dimenticatoio” 1975 e 1978, entrambi per Mondadori), l’essenzialità dei versi di Sinisgalli sono lo specchio di un mondo che sta cambiando con una velocità che ricorda i primi anni del Novecento. Adesso però, la poesia diventa quasi “inutile” di fronte alle apparenze di un’esistenza del tutto mutata nei suoi significati posti a fondamento del vivere e del vivere di piccole cose. Nel 1952 Sinisgalli può ancora scrivere i versi de “La vigna vecchia”, «Mi sono seduto per terra accanto al pagliaio della vigna vecchia…», quasi un inno alla nostalgia della solitudine di Montemurro. Un lustro appena e l’Italia inizierà a celebrare il suo boom: il 25 marzo del 1960 l’autorevole Financial Times informerà infatti dell’avvenuto miracolo economico. Forse anche per questo, il destino dei “tempi moderni” busserà ripetutamente alle porte delle nostalgie di un poeta non ancora anziano. E lo farà a lungo, e fino alla morte

Nessun commento:

Posta un commento