domenica 9 gennaio 2011

Primadonna

Com’è strana la vita. Soltanto trent’anni fa gli albi di “Diabolik” – fumetto giallo o noir negli anni sempre meno sanguinario – erano roba di poco conto e chi li leggeva – soprattutto i giovani – dei perditempo assai lontani dai problemi reali e dal quotidiano; oggi invece “Diabolik” si cita o si mostra con orgoglio, come contrassegno di bellezza e creatività mai al crepuscolo. In mezzo oltre la rivalutazione del gusto pop, la dismissione di certo moralismo anti-rivoluzionario (e Diabolik a modo suo lo fu un rivoluzionario) e l’eterno gusto per il passato mai passato. E in mezzo anche l’incremento quantitativo dei canali di comunicazione e il sovvertimento post-moderno dei costumi tradizionali.
 Diabolik non è solo fumetto (o una serie ics di fumetti), ma anche libro, romanzo, film (da vedere o rivedere ancora, quello del ’68 per la regia di Mario Bava con John Phillip Law, Adolfo Celi e Marisa Mell – un vero e proprio gioiello pop), spot pubblicitario, “marchio”, gioco, cartone animato e perfino sceneggiato radiofonico. Due, o quasi tre generazioni sono passate in mezzo alle avventure del criminale più feroce e inafferrabile di Clerville (città-Stato immaginaria, d’ispirazione francese, piena zeppa di ricconi, parecchi dei quali non propriamente onesti), che ha sposato quasi tutte le mode del tempo; avventure vissute con la “rispettabile” compagna Eva Kant bionda, aristocratica e “generata” dalla bellezza senza tempo di Grace Kelly.
 Quella di Eva Kant (si pronuncia Kant con la “a” e non Kent con la “e”), eterna fidanzata di Diabolik il “re del terrore”, è una vita trascorsa sul doppio binario della fantasia e della realtà. Per il primo dei due sostantivi, di nuovo non c’è molto da dire. Nel novembre del 1962, le sorelle milanesi Angela e Luciana Giussani mandavano in edicola il primo numero di un giornalino formato tascabile: 12 x 17 centimetri – fu una geniale intuizione – fatto apposta per i viaggiatori in treno. La storia, non originalissima, era quella di un misterioso criminale in calzamaglia, abilissimo nelle trasformazioni, che nelle “puntate” successive (esattamente nell’uscita numero 3, datata marzo 1963: “L’arresto di Diabolik”), avrebbe incontrato una donna, cioè Eva Kant, intenzionata ad affiancarlo nella sua carriera da fuorilegge. I due formeranno la coppia criminale più nota del fumetto italiano, ma – quasi strano a dirsi – la bionda aristocratica sarà tutt’altro che una spalla mansueta, col tempo assumerà un’importanza pari quasi a quella del “re del terrore” correggendone – perfino involontariamente – gli aspetti più cruenti.
 Qui veniamo infatti all’aspetto “reale” del personaggio Eva Kant, alla sua condizione di quasi-uguaglianza, anzi di simmetria, raggiunta nel corso degli anni. Se Diabolik è l’immagine del genio inafferrabile, che ama le sfide, la “bella vita” l’oro, i gioielli (magari da regalare…), disprezza le leggi del paese nel quale vive e si fa carico di una morale a suo modo “irreprensibile”, Eva è un esempio di avvenenza, eleganza, fermezza e intelligenza. Decisa se occorre ma timorosa nelle occasioni più comuni (Diabolik legge il giornale con attenzione e afferma: «Interessante questa notizia», la risposta di Eva, al suo fianco, che sa già cosa l’attenderà: «Dio mio! Quando dici questa frase…»); col passare del tempo Eva è riuscita anche a emanciparsi dal suo ruolo di “compagna di” divenendo un personaggio quasi a sé stante. Come tutti gli eroi, “antieroi” o eroine dei fumetti Diabolik e Eva hanno un passato del tutto misterioso. Per anni e anni, per appassionati e collezionisti, il numero 107 del “Diabolik, giallo a fumetti”, è stato qualcosa di più di un normale fumetto. Già il titolo lasciava prevedere qualcosa di “eclatante” (“Diabolik, chi sei?”); in quell’albo infatti si scoprivano le origini, certo singolari, del ladro in calzamaglia, del suo “maestro (“King”) e della pantera nera alla quale aveva per così dire rubato il nome. La “carriera” di Diabolik era poi cominciata in Oriente e proprio lì il Nostro aveva incontrato, per la prima volta, il suo “alter ego” l’ispettore Ginko. Quasi un gemello in positivo del “re del terrore”: piena normalità – intesa come rispetto della socialità – per il primo, eccezione sempre e comunque per il secondo dei due. Da pochi mesi, poi, è in libreria un volume di Mario Gomboli, collaboratore delle sorelle Giussani e direttore editoriale della casa editrice Astorina mamma degli albi di Diabolik, dal titolo significativo “Diabolik, L’autobiografia” (Mondadori, pp. 184), dal quale si apprendono altri particolari sulla giovinezza dell’antieroe mascherato e dei suoi fedeli compagni di viaggio.
 Gran parte delle origini di Eva invece si conosceranno quarant’anni dopo la “nascita” di Lady Kant (dunque nel marzo del 2003), all’interno di uno dei numerosi speciali dedicati al “re del terrore” (“Eva Kant quando Diabolik non c’era”). La bionda ladra ebbe un infanzia traumatica, era figlia illegittima di un Lord e di una donna di umili origini; rinchiusa in un orfanotrofio sposerà per opportunismo il cugino del padre (responsabile peraltro della morte dei genitori), che in seguito – particolare non del tutto insignificante – verrà sbranato da una pantera. Anche qui, poco o nulla di normale.
 Oltre a essere un personaggio fondamentale all’interno del fumetto dedicato all’uomo che ama, Eva Kant è uno dei personaggi più importanti dell’intero panorama fumettistico nazionale di per sé poco “femminista”. Indipendente e bisognosa di libertà, fors’anche per i trascorsi poco felici, si è subito scrollata di dosso quell’ingenua debolezza – o finta debolezza - tipica di certa “letteratura” destinata a un pubblico maschile e già pochi numeri dopo la sua comparsa (ancora nel 1963), Eva diviene complice “perfetta” del ladro in calzamaglia blu. Sarà per l’ambientazione tipicamente moderna del fumetto (peraltro le vignette rimandano alle immagini pop di Roy Lichtenstein): potentissime automobili, mitica la Jaguar nera di Diabolik, modello E-Type del ’61 che va fino a 240 km/h, trucchi alla 007 e vari altri strumenti da piena rivoluzione tecnologica (e né cavalli, né accampamenti indiani…), ma Eva Kant è stata sempre sensibile al fascino delle innovazioni e delle novità perfino culturali. Per questo oggi è a pieno titolo testimonial di campagne per l’“autodifesa femminile”, per questo è “femminista” già dagli anni settanta quando in un altro albo storico “Un amore nuovo”, riuscì  a porsi sullo stesso piano del partner maschile, attestando la propria importanza nella riuscita dei colpi. Per questo ha mutato la propria immagine e il proprio abbigliamento, vivendo da protagonista per quasi mezzo secolo.
 Prima di ogni cosa tuttavia, Eva non ha mai dimenticato di essere umana. «La mia esistenza è stata piena di paura e di angoscia, ma il mio amore mi ripagava di tutto. Ora sono disperata», confessò un giorno, dopo aver tentato il suicidio e convinta del tradimento del suo “lui”. Acqua passata? Diciamo di sì, perché  quell’eroe “mascherato” del quale Eva sconosce perfino il nome, oggi è ancora lì, al suo fianco, ed è già pronto per le nozze d’oro. Appuntamento al 2013 allora.
Immaginiamo il regalo?
Maia

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