giovedì 13 gennaio 2011

Tu che a Dio spiegasti l'ali...

Qualunque sia l’opinione sull’opera lirica: arte agonizzante pronta per la sepoltura o al contrario viva e immortale, musica d’elite o semplice manifestazione popolare, c’è una figura, quella di Beniamino Gigli, che potrebbe mettere d’accordo tutti, estimatori e detrattori, orecchianti e addetti ai lavori. Quella scomparsa cinquantatré anni fa (il 30 novembre del 1957), è infatti – in assoluto – una delle più belle voci mai ascoltate.
In anni, i nostri, nei quali le qualità artistiche dei cantanti lirici vengono dopo le performance fuori scena (i capricci di Roberto Alagna, le polemiche su Pavarotti, le comparsate televisive della Ricciarelli, eccetera), è giusto ricordare chi, pregi e difetti, ha saputo onorare una tradizione musicale come meglio non si poteva. Queste righe sono dunque un omaggio al popolare artista, all’artista dalla musicalità travolgente, che se ne andava, sofferente da almeno due anni di miocardite, cioè dai tempi delle ultime tournee all’estero, a sessantasette anni dopo una carriera a dir poco straordinaria. Ai funerali di quello che ancor vivo era già mito, era presente una delle ultime grandi generazioni di cantanti lirici e musicisti: Giacomo Lauri Volpi (considerato il rivale e che, in suo onore, avrebbe cantato Panis angelicus di Franck e l’Ave Maria di Mercadante), Gino Bechi, Tito Schipa, Maria Caniglia, Toti Dal Monte e Tullio Serafin.
 Nato il 20 marzo del 1890 a Recanati, Gigli ebbe infanzia povera ma scoprì presto di possedere un grande strumento: una voce feminea, da soprano per timbro ed estensione. Nel 1911 cominciò a studiare con Antonio Cotogni il «baritono dello zar» ed Enrico Rosati al liceo musicale di S. Cecilia. Qualche anno dopo, oramai maturo, vinse il concorso indetto dal maestro Cleofonte Campanini e dalla mecenate Elisabetta Mc Cormick presso il Conservatorio di Parma. Così nelle memorie confidenziali del tenore marchigiano: «Eravamo centocinquanta riuniti a Parma in quell’accecante luglio del 1914: trentadue tenori, diciannove baritoni, sei bassi, quaranta soprano, sei mezzo-soprano e due contralto.  L’Italia era rappresentata molto bene, ma il concorso aveva goduto di una tale propaganda pubblicitaria anticipata che candidati erano giunti da tutte le parti, da Mosca, Nuova York, Chicago e Buenos Aires (…) Per nove ore al giorno, durante venti giorni consecutivi, gli esaminatori sedevano nella sala dei concerti del Conservatorio, ogni candidato doveva cantare tre pezzi, e poiché eravamo centocinque, tutto ciò  prendeva un mucchio di tempo. Il caldo era tropicale, e grandi quantità di birra gelata vennero consumate, negli intervalli, tanto dagli esaminatori che dai candidati (…) Il mio turno venne agli inizi della terza settimana. Cantai un’aria del Sigurd di Reyer, l’ultima scena della Traviata e “O Paradiso” dall’Africana di Meyerbeer. Molti cantanti avevano un certo grado di talento, ma un numero sorprendente di essi non poté mostrarsi al livello minimo preteso, per via di un’educazione vocale o insufficiente o difettosa (…) Fui proclamato la “rivelazione” della gara. In calce alla relazione che mi concerneva, uno degli esaminandi aveva scritto a caratteri cubitali: finalmente abbiamo trovato il tenore!». Poco tempo dopo (il 14 ottobre), esaltato dalla stampa, c’è il debutto al Teatro sociale di Rovigo come Enzo Grimaldo ne La Gioconda di Ponchielli.
 In pochi anni, grazie anche all’iniziale aiuto del direttore d’orchestra Serafin, Gigli diventerà un tenore di fama internazionale.
 Debutta alla Scala  nel 1918 chiamato da Toscanini nel Mefistofele di Boito; si esibisce in Europa e in America dove, al Metropolitan di New York, esordisce nel 1920 – ancora nell’opera di Boito – e, strapagato, canta consecutivamente fino al 1932 e poi nella stagione 1938-39. Presto si parlerà di lui come il vero continuatore di Enrico Caruso morto nel ‘21. A quanti però lo dichiaravano successore del tenore napoletano il “filosofo” Gigli così rispondeva: «Parlare del successore di Caruso è sacrilegio, è profanare la sua memoria, è violare una tomba sacra all’Italia e al mondo intero. Gli sforzi d’ogni artista debbono mirare, oggi, a raccogliere e conservare l’eredità artistica del Grande Scomparso, non con vanitose esibizioni, ma con tenace studio per il trionfo del puro e del bello. Egli così lottò, e noi, per la gloria dell’Arte, dobbiamo con dignità seguirne l’esempio». Fino ai Sessanta quello operistico era un ambiente pulsante e i protagonisti degli idoli nazionalpopolari. Venerato dal regime fascista, il cantante verrà poi “accusato” di aver ricambiato in toto quest’affetto e alla fine della guerra rimarrà per poco lontano dalle scene: i veri “melomani” ricorderanno quest’episodio per sempre.
 Gigli fu un tenore “lirico” che non sfigurò nel repertorio del “lirico spinto”, e anzi venne inizialmente classificato fra i tenori “di forza”. Ebbe un repertorio vastissimo, fra cui: Manon, Faust, Mefistofele, Elisir d’amore, Lucia di Lammermoor (insuperabile nel finale dell’opera), Traviata, Bohème, Tosca, Andrea Chénier, Cavalleria rusticana, Pagliacci, Fedora. I “suoi” compositori furono: Donizetti e Puccini, Giordano, Mascagni e Cilea ma anche Verdi, Bellini e perfino Richard Wagner (Lohengrin).
 Rodolfo Celletti ha scritto di lui: la voce di Gigli «è stata una delle più belle del nostro secolo», «limpida, sonora, calda e eccezionalmente dolce e patetica nelle smorzatore e nel cosiddetto canto a fior di labbra». E così Enrico Stinchelli: Gigli «disponeva di un apparto vocale ottimo per essere adeguato ad ogni genere operistico: una voce di velluto, calda e suadente, omogenea in tutti i registri, estesa fin oltre il do4 [cioè il famoso “do di petto”], dal legato impeccabile, incantevole nella mezza voce». Capace di commuovere e stupire allo stesso tempo, amatissimo dalla gente (senza distinzione fra esperti e non esperti), il tenore marchigiano fu straordinario interprete anche della canzone napoletana. Seppur non dotatissimo nell’arte recitativa girò parecchie pellicole. Sua partner fu anche Alida Valli. Negli ultimi anni della carriera alcune singolari trovate veristiche (urla e singhiozzi) ed eccessi di sdolcinatezze cominciarono a sporcare le interpretazioni senza peraltro intaccarne il mito. Il grande e carismatico Gigli resterà anche quello degli effettacci, se proprio vogliamo dargli un nome, di Manon Lescaut, Chénier e Tosca.
Il 15 dicembre del 1957, “La Domenica del Corriere” dedicherà al tenore scomparso una storica copertina con la seguente didascalia: «È morto Beniamino Gigli. L’ambasciatore del bel canto italiano nel mondo, una delle più popolari figure che la storia del teatro lirico ricordi, si è improvvisamente spento a Roma. Il pittore Walter Molino, in una tavola di carattere allegorico, presenta il grande artista nella parte di Canio personaggio del quale fu insuperabile interprete. Gigli si congeda per sempre dal pubblico che per oltre quarant’anni ha commosso ed entusiasmato con la sua voce d’oro». A chi volesse ascoltarlo: basterà scegliere fra le registrazioni in commercio cominciando magari dalla verdiana Aida del ’46, con Gino Bechi, Maria Caniglia ed Ebe Stignani. Sul podio ancora Serafin.
Maia

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