venerdì 25 febbraio 2011

Come eravamo

A Catania di speciale c’è anche questo. Qui le stagioni non sono come le abbiamo imparate a scuola, non durano pochi mesi e non si susseguono con un ordine stabilito e regolato dai cicli della natura. No, a Catania può capitare che inverno e primavera durino degli anni e può anche capitare che la gente accolga l’evento con la tipica scrollata di spalle del siciliano rassegnato. «E chi cci putemu fari?». E via così, in attesa non si sa di quale fenomeno; una “nuova” che possa dare la scossettina per far cambiare tutto, in modo che quel tutto rimanga sempre uguale a se stesso...
 A raccontarci il penultimo decennio della “nostra” Catania (cioè gli anni Novanta), ci ha pensato Carlo Lo Re, già studioso della destra estrema, in un libro di recentissima uscita (La primavera di Catania, Enzo Bianco e Nello Musumeci tra governo e consenso, Bonanno, pp. 150, euro 13,00), costruito sulle figure di due amministratori e politici protagonisti assoluti del decennio 1993-2003, il decennio della “primavera di Catania”, quello cioè del risveglio della città, della voglia di uscire dal tunnel dei 100 morti ammazzati l’anno, del malaffare, del pizzo, dell’usura e della precarietà esistenziale.
 Enzo Bianco (ex repubblicano, sindaco di Catania dal ’93 al ’99, poi ministro dell’interno nel governo D’Alema) e Nello Musumeci (presidente della provincia catanese dal ’94 al 2003, ex missino doc e parlamentare europeo stravotato), due giovani siciliani così diversi ma in fondo così simili. Il primo fa carriera con i La Malfa padre e figlio, viene eletto sindaco fra l’incredulità dei catanesi, per una prima volta nell’88; ma gli basta poco più di un anno per far capire di che pasta è fatto. Già in quello scorcio di decennio, quando Catania è un intraducibile sacco di malaffare, grazie a lui si comincia a respirare aria nuova, pulita. I catanesi se ne ricordano una manciata di anni dopo, quando grazie alla legge per l’elezione diretta del sindaco lo mandano per via diretta a reggere le sorti del comune dopo il ballottaggio con Claudio Fava, figlio di Pippo, ucciso dalla mafia.
 Musumeci, invece, è “allievo” di Enzo Trantino, monarchico, avvocato di fama e gran signore e di Vito Cusimano missino d’antica foggia. Ammira Almirante (in verità chi non ammira o ammirava Almirante a Catania?), ed è testardo e battagliero. Quando nel febbraio del ’94 vince al ballottaggio col docente centrista Mangiameli, anche la sinistra comincia a innamorarsi di lui.
 In realtà a quel tempo, a Catania, dire cosa è di destra o cosa di sinistra è un bel problema. È un esempio (in positivo) della fine delle ideologie. Ciò che contano sono i fatti e in “fatti” i nostri due amministratori sono specializzati. Inaugurano una stagione di dialogo con la cittadinanza come non si era mai vista prima d’allora (volete mettere un grigio burocrate democristiano, con italiano stentato che va ospite in tv?); amano la cultura (ebbene sì, a Catania si fa cultura con la C maiuscola, se si può), e avviano un periodo di collaborazione fra le istituzioni, l’università, la Chiesa, le forze di polizia e il libero associazionismo. Negli anni Novanta i reati a Catania diminuiscono di un paio di zeri e le imprese scoprono nuove opportunità per mettersi in luce ed esportare il “prodotto” etneo. Nel 2000 il nostro Paese indica Catania come modello di crescita al Consiglio europeo di Lisbona. È la vittoria di un “pezzo di mondo” dimenticato. C’è ottimismo (soprattutto fra i giovani, a cui viene dato quello che in fondo cercano, occasioni per mettersi in mostra e strumenti per programmare il futuro). I risultati sono anche questi: il polo internazionale “Etna Valley” le strade di lunga percorrenza, i lavori per il porto, l’aeroporto e la metropolitana.
 Le bellezze della città paiono rifiorire: coi palazzi e i teatri antichi e nuovi. Nascono musei, si inaugurano mostre (nella storia quella dei “futuristi” e degli “aeropittori” al centro “Ciminiere”, già pietra dello scandalo della tangentopoli catanese). La città prende vita: d’estate con Franco Battiato, Vincenzo Spampinato e l’“Etna Jazz” e in qualunque periodo della stagione con la “movida” e i pub in stile irlandese.
Tutto bene dunque. Già… solo che il finale del libro di Lo Re è triste come una poesia di Emily Dickinson. Dopo l’uscita di scena dei due “mattatori” rimane ben poco, solo il ricordo di una stagione irripetibile. Una “primavera” lunga dieci primavere. Come solo a Catania può succedere.

venerdì 18 febbraio 2011

Lo scandalo di chiamarsi Gide

André Gide è stato uno degli ultimi scrittori liberi e sinceri della vecchia Europa o, forse, dell’intero pianeta. Un uomo che perfino dopo la morte, avvenuta sessant’anni fa a Parigi, il 19 febbraio del 1951, continuò a essere disapprovato a causa delle scelte di vita e delle opinioni politiche. Quando però un artista riceve così tante critiche (ma anche tanti elogi, perché quattro anni prima di morire Gide ricevette il Nobel per la letteratura), difficilmente può essere considerato un uomo banale. Per chi non lo conoscesse punto, nel nostro Paese per vissuto e riflessioni, solo un uomo può essere accostato allo scrittore nato a Parigi nel 1869: Pier Paolo Pasolini.
 Per lungo tempo venne considerato poco meno che un esteta privo di un reale spessore, primo di quella profondità che aveva contraddistinto e che caratterizzava ancora la letteratura francese del suo tempo. Accostato anche a Marcel Proust e a Paul Valery, dunque al gotha della lettere transalpine, sovente tuttavia, si parlava di lui come di un capriccioso possidente dalla penna facile; un uomo dalle comode pretese (non ebbe figli dalla moglie, ma desiderandone uno lo ottenne dalla figlia di un’amica), reo di non essersi mai impegnato affinché la letteratura partecipasse, assieme alla politica, alla risoluzione “pratica” dei mali dell’umanità. Gli veniva anche rimproverata la sua “evanescenza” durante l’occupazione tedesca nella Seconda guerra mondiale e soprattutto il suo rapporto col comunismo.
 In un’enciclopedia del 1952 paradossalmente aggettivata come “moderna” – ed edita dunque un anno dopo la morte di Gide – si legge che lo scrittore aveva «tendenze anormali» (sic!); molti giornalisti e critici, già quarant’anni fa, ma anche adesso se ci si fa caso, hanno difficoltà a esprimere un parere sui libri del parigino, molti dei quali autobiografici, oscillanti fra la “fiducia” nella morale cristiana (rigida e impositiva) e la “fiducia” nella libertà dell’agire. E la difficoltà è data, naturalmente, dalla sua omosessualità. Come avvenne e avviene per PPP, il profilo dello scrittore condizionava e condiziona fortemente il parere sulla sua influenza. Ma ancor più dell’omosessualità, che al tempo fu un grosso problema e che lo scrittore nascose fino a un certo punto della vita, è il rapporto ambiguo col comunismo a non piacere ai critici. Digiuno di marxismo, Gide aderisce entusiasticamente e da perfetto ingenuo al comunismo e alle sue formule “magiche”. Durante un viaggio in Congo e in Ciad, negli anni Venti, in compagnia dell’amico Marc Allegret, viene colpito dalle dure condizioni dei popoli colonizzati, si appassiona alla loro condizione, alla politica e alle idee che promettono libertà senza distinzione alcuna. Poi però se ne pente e – cosa ancor più grave – lo mette due volte per iscritto alla fine di un viaggio nelle misteriose terre dell’Urss, negli anni Trenta. Come molti “compagni” di viaggio – ma Gide è un po’ più sincero – si rende conto che le promesse del comunismo nelle situazioni “reali”, altro non sono che una grossolana bugia. La libertà che gli occidentali sognano di trovare in Oriente in realtà non esiste. E nelle repubbliche sovietiche gli omosessuali vengono trattati come bestie, peggio che nei paesi puritani… Ovviamente, quando nei Quaranta il comunismo è lì lì per trionfare, qualcuno riesce a far pagare il “vizio della libertà”, a un uomo che fa dell’onesta intellettuale la propria bandiera.
 Gli danno del “fascista” (ma lui non lo è, anzi si è rifiutato di collaborare coi tedeschi), una tesi “avvalorata” anche dal fatto che il suo distacco dalla politica, nel dopoguerra, diventa definitivo. Per lui, come per altri intellettuali, è pronta la dannazione, per non essere uno dei tanti che per dirla con Vittorini “suona il piffero per la rivoluzione” e per essersene ufficialmente infischiato delle regole di “buona condotta”. Sarà… Gran lettore di Nietzsche, ma anche di Schopenhauer, ammiratore di Dostoevskij, anticipatore del nostro Camus, punto di riferimento per surrealisti ed esistenzialisti, Gide è uno degli esempi limite di un’esistenza al di fuori delle regole; regole che a causa di un’educazione molto rigida, ricevuta a casa e nelle scuole alsaziane, diventano vere e proprie camicie di forza.
 Grazie alla sua opera prima, in seguito mandata al macero per stessa volontà dell’autore (I quaderni di André Walter – 1891, tradotta da noi per Guanda), Gide si avvicina a Maurice Barres e Stephane Mallarmé, subito dopo però scopre Oscar Wilde e avverte la “pericolosità” del suo stile di vita. Ma delle “gesta” e delle abitudini dello scrittore dandy, Gide percepisce con nettezza anche un “fascino” al quale col tempo non sa dire di no. Due anni appena e nel ’93, con l’amico Paul Laurens, parte per l’Africa del nord e per l’Italia alla ricerca di avventure sessuali (narrate poi ne L’immoralista). È il primo di una serie di viaggi ricorrenti, intrapresi anche con la moglie Madeleine. In seguito, in molti gli rimproverano di essere stato uno degli “ideatori” di quell’“abitudine” oggi nota come “turismo sessuale”. Alcuni come Paul Claudel e il futuro Nobel Francois Mauriac dopo averlo “condannato” si “limitano” a invocarne la guarigione.
 Anche la critica, nel frattempo, sembra averlo preso di mira: nonostante alcuni giudizi sui suoi lavori siano lusinghieri (La porta stretta del 1909), Gide non si sente capito e non sopporta l’abitudine dei critici di interpretare in modo eccessivamente autobiografico i personaggi dei suoi libri. I lustri del nuovo secolo tuttavia sono i migliori, quelli nei quali Gide riesce a dare il meglio di se stesso. Nasce la prestigiosissima rivista Nouvelle Revue Francaise, pubblica I sotterranei del Vaticano, che per un tocco beffardo, non piace né ai cattolici né agli atei e inizia a scrivere Corydon un saggio che affronta finalmente i pregiudizi sull’omosessualità ispirato ai dialoghi di Socrate. Il lavoro (una difesa a tratti molto nobile dell’omosessualità), forse oggi non fra i più noti, esce in modo completo e non anonimo solo nel 1924. Fra i suoi libri migliori: I falsari, l’opera che Gide considera il suo unico vero romanzo, e i fondamentali Se il seme non muore e Diario 1889-1939 (in Italia in tre volumi per Bompiani).
Per comprendere quello che Gide ha dato alla letteratura occorre partire da una considerazione, e cioè che il suo Diario è fondamentale per conoscere la cultura francese del tempo, e poi naturalmente anche dalla motivazione data dall’Accademia di Svezia per l’assegnazione del Nobel: «Per l’umanità e l’importanza artistica della sua opera nella quale tutti i problemi umani sono stati sviscerati con un profondo senso della verità e con una eccezionale acutezza psicologica». Non serve aggiungere altro a distanza di sessant’anni, se non un sincero invito ad aprire i suoi libri.

Meglio un libertario oggi che un fascista ieri, oggi e domani

E non lo vogliono capire. Non vogliono capire che i ragazzi cresciti con la tv, cresciuti a pane-cinema-libri e svaghi - dallo sport alla riunione in parrocchia, dal fumetto alla canzone del momento - non sono quelli degli anni Quaranta-Cinquanta, perché quei ragazzi affrontarono lo loro esigenze, ed ebbero modi e tempi diversi per lasciar sposare il sostantivo dei sostantivi, la libertà, alla più ordinaria delle esistenze.
 Ce lo hanno spiegato i grandi scrittori e giornalisti, col loro vissuto: da Montanelli a Flaiano da Brancati a Pasolini, ce lo hanno spiegato fior di saggisti e filosofi, ma ancora oggi possiamo dire che è stato quasi inutile.
 In Italia, fra giovani e meno giovani che si definiscono di “destra”, esiste una sorta di ideologia dell’“eterno”, un qualcosa che sta a metà fra un tradizionalismo balbuziente (del quale si capisce poco o nulla) e una sfiducia assiomatizzata verso il progresso. “Come si stava bene ics secoli fa” o “Ai tempi in cui c’erano le caste…”: frasi e motti che dopo aver letto non Freud ma solo Mark Twain, andrebbero immediatamente derubricate a barzelletta degna del miglior Berlusconi.
 Eppure, è ancora così che va avanti un certo “ambiente”; prestando orecchio alle frasi-fatte, ai motti antidiluviani, alle letture d’infimo ordine, alle voci di fantomatici complotti, alle sparate dell’egocentrico in giacca-e-cravatta; è così che va avanti nonostante l’impegno di chi, con pochi mezzi, aggiorna temi, dialoghi e frasari ai tempi (ai suoi e ai nostri). Nonostante gli sforzi di chi, riempita quella “cosa” che si chiama “destra” di significati da Terzo millennio, decide di lasciare da parte quelli archeologici da Terzo secolo.
 Fra i principali sostenitori di una “destra” finalmente nuova Luciano Lanna, direttore responsabile del Secolo d’Italia, oggi quotidiano più che mai battagliero. Qui parleremo del suo ultimo saggio, in libreria proprio in questi giorni: Il Fascista libertario (Sperling & Kupfer, con prefazione di Luca Barbareschi).
 Un viaggio culturale fra contraddizioni politiche del tutto “naturali” (perché il Novecento è il secolo delle contraddizioni, piccole e grandi, “benigne” e “maligne”: delle rivoluzioni-conservatrici, delle rivoluzioni che si scoprono regime, dei nietzscheani di destra e di sinistra, degli avanguardisti che diventano tradizionalisti, degli atei che fanno pace con la Chiesa e dei cattolici che sono anche comunisti), e contraddizioni del tutto “volute” perché chi è nato nei Sessanta sa bene che, per la seconda metà del Novecento, non è possibile utilizzare un lessico “politico” da Rivoluzione francese. Lanna lo scrive da tempo, molti non se ne rendono conto.
 Poniamo il caso del Sessantotto, anzi del lungo Sessantotto. Già agli inizi del Sessanta, fra i giovani universitari si dibatteva sulla cultura ribelle americana. Kerouac era sulla bocca degli studenti italiani, il “mito” di un’America indecifrabile (bella o brutta che fosse) aggiungeva un altro paragrafo alla sua non lunghissima storia. Ebbene, come classificare quei giovani che scoprivano le pratiche Zen, che amavano Hemingway, Pound, e ammiravano l’Europa, che, per dirla con Massimo Teodori, «si ribellavano» a un «ordine sociale» borghese, rinato a nuovo conformismo?
 Perfino Evola ebbe qualche difficoltà a distinguere all’interno del beat il lato “positivo” dal “negativo”; ed ebbe difficoltà (lui che da giovane era stato “rappresentante” dell’avanguardia delle avanguardie cioè di Dada, collettore di scorrettezze e contraddizioni), perché era un uomo dell’Ottocento. Perché era un conservatore (leggiamo il libro di Alberto Lombardo, Evola, gli evoliani e gli antievoliani, per esempio). Di più: perché era un catastrofista. Quello di Evola era un “anarchismo” di destra che dava fiducia-zero al futuro e ai fenomeni che non prendessero le mosse dalla sua idea di “Tradizione”; un’utopia nata contro il mondo moderno pronta a trasformarsi in quella che Vittorini avrebbe tranquillamente etichettato come l’arte o la letteratura della mera consolazione.
 Lanna, che pur apprezza il coté ribelle di Evola, scrive non per la prima volta ma per la prima volta in un Millennio abbastanza avaro di idee e libri (salviamo, ancora, il saggio assai stimolante di Roberto Alfatti Appetiti, All’armi siam fumetti, già recensito su Linea nei giorni scorsi), di un «orizzonte aperto della politica», all’insegna di una partecipazione che non sia a compartimenti stagni, che non sia “ignorante”, che vada oltre le ideologie e le visioni del mondo ereditate da uno o due secoli di storie ad usum delphini, e che sia popolare, mai sorda alle forme “gramsciane” come non lo fu l’Italia del secondo dopoguerra. Che infine sia responsabile e estranea ai “sentito dire”, non come la partecipazione, francamente risibile, di un giovane Accio Benassi che conquistata la tessera da “fascio”, voleva arricchire il mondo solo delle sue sciocchezze.
 È indicativo, oltreché finalmente incoraggiante, che Lanna apra il suo libro non con le pappardelle al sugo sulla “destra” ai tempi di Mussolini e poi di Almirante, finendo con l’elogio dei combattenti della Repubblica sociale italiana (pur citati), e dei giovani e meno giovani del ’43 che avrebbero salvato l’onore d’Italia... No, Lanna lo apre parlando del suo vissuto da ragazzo del 1960 (nato quindici anni dopo la guerra!), della Beat generation, dei complessi che hanno fatto la storia del pop in Italia “Nomadi” e “Dik Dik”, dell’ecologia i cui temi “urgenti” sarebbero esplosi ben più in là degli anni fascistissimi, e delle nuove frontiere della coscienza religiosa che non c’entrano nulla col Concordato, ma semmai col più “moderno” Concilio di Giovanni XXIII e Paolo VI.
 Il biglietto da visita di Lanna non è “risorgimentale” e “fascista” insomma, nel significato anche gentiliano che la combinazione dei termini suggerisce a chi mastica di dottrina, ma libertario tout court (l’ossimoro del titolo, ne siamo convinti, è un omaggio al miglior passato, suo e nostro…), perché quella libertaria è la cifra del suo e del nostro tempo, rivelatasi attraverso l’opera dei “maestri” che seppero dire no ai regimi o che vennero esiliati perché “impresentabili”.
 Prima Tolkien (mito anche per gli “hippy”) e i film sulla libertà da conquistare a caro prezzo, come Easy Rider, manifesto della “New Hollywood”, poi ancora le esperienze politiche in un mondo che sta mutando, fra i Sessanta e i Settanta, come mutava agli albori del Novecento. Ovviamente Lanna si forma sugli autori di una “destra” uscita a pezzi dalla guerra, quella che ha costituito la base del nostro immaginario. Dai “collaborazionisti” francesi a Ernst Jünger (che non era più quello degli anni della giovinezza). Si tratta di autori che oggi, salvo qualche “indesiderato”, sono pietre miliari della letteratura internazionale. È inutile nominarli.
 Ad alcuni hanno dato il Nobel. Ad altri è stato negato per motivi di “opportunità” politica. Ad altri ancora, infine, si negheranno i “festeggiamenti” per i cinquant’anni dalla morte. Così va il mondo… Un patrimonio della “destra”, tanto per cavalcare le “contaminazioni”, che non è solo di “destra” e che si è tramutato in denaro sonante anche per una “sinistra” libera, colta e intelligente.
Ora che le ideologie sono sepolte, ora che la politica ha bisogno di nuove risorse, è arrivato il momento che si restituisca il favore

mercoledì 16 febbraio 2011

Quando la commozione abitava a Sanremo

Brutte canzoni, le musiche sono più o meno sempre le stesse (fra pochi mesi non le ricorderà nessuno e non mancano i plagi); le case discografiche fanno il bello e il cattivo tempo e lo spazio per le libertà dei cantanti è troppo poco – almeno per i non divi, che certe “libertà” non se le possono permettere (ancora). Polemiche su selezioni e votazioni; ci sono però tanti giovani, e già si intravedono novità di indubbio interesse
 Sanremo 2011? No, cari ragazzi, Sanremo 1971. Ci siamo divertiti a ripassare quotidiani, riviste, pagine web (e qualche piccolo appunto personale), del festival di quarant’anni fa, per scoprire che, nell’Italia delle note, un po’ “gattopardianamente” tutto è cambiato per rimanere sostanzialmente com’era prima. E com’era prima? Era tutto un po’ italiano... tradizionalisti vs. sperimentatori, juventini vs. interisti, democristiani vs. comunisti… detrattori vs. difensori del festival. Quarant’anni fa c’era chi diceva che il festival fosse troppo poco esterofilo, chi che non lo fosse per niente; alcuni avrebbero voluto contestare perfino gli uscieri, altri (magari dopo aver urlacchiato un po’) si sarebbero accontentati di avere l’autografo di Don Backy o della Cinquetti., o di abbracciare l’Adriano-nazionale. I più intransigenti, naturalmente, avrebbero voluto abolirlo
 Nel 1971 in Italia si sentiva aria di cambiamento. Solo che (parliamo della canzone) questo cambiamento non si sapeva bene cosa fosse e fino a quale punto si potesse spingere. C’era ancora chi diceva che da molti anni la canzone italiana di successo fosse esclusivamente alla mercé dei buoni traduttori dall’inglese e che ciò che accadeva nel Paese non sarebbe mai entrato dalle porte del Casinò di Sanremo.
 A tutto questo si poteva aggiunge che il grande mercato anglosassone era praticamene sordo alle nostre melodie e che il cambio “generazionale” fra stelle delle musica in realtà non c’era mai stato. Il festival del 1971 è forse uno degli ultimi festival vecchia maniera, quello che precede il “crollo” dei Settanta ma che nasce proprio all’insegna della crisi. Punto primo: in giro c’è aria di contestazione, la smania del “dibattito infinito”, prende anche gli stessi cantanti che due giorni prima dell’inizio della gara si riuniscono insieme al giornalista e scrittore Giovanni Arpino al teatro Astra.
 Qui c’è un trio mica da ridere - Adriano Celentano, Domenico Modugno e Lucio Dalla, tre vie diverse: beat, tradizionale e popolare - che parla di canzoni, di cantanti e di Sanremo; e c’è la gente che ascolta, che “interroga” gli artisti e sottolinea – e a quei tempi si faceva con frequenza – che le distanze fra la fonte e il destinatario dell’“opera d’arte” si sono irrimediabilmente accorciate. Siamo in piena era pop, e ogni cosa è “a portata di mano”. A volte troppo. Ma in giro c’è anche una crisi diversa, che riguarda stavolta le case discografiche, all’eterna ricerca dell’artista da lanciare e smaniose di accontentare la fetta di mercato emergente: quella composta dai giovani pazzi per la moda.
 I grandi cantanti del passato più recente (Morandi e Ranieri fra gli uomini; Mina la Vanoni e la Zanicchi fra le donne), cominciano a disertare Sanremo, perché temono di pagare per tutti, e di scivolare lungo la china di una crisi che, adesso in Italia, non è solo di talenti (o di voci, come sostenne Lietta Tornabuoni sulla “Stampa” scrivendo che oramai in Italia a cantare erano quelli come Topo Gigio), ma anche di “rapporto” col pubblico, e di una cosa che si comincia a chiamare feeling. Non per niente quella che poi sarebbe diventata una delle più grandi discografiche dei nostri giorni, Caterina Caselli, suggerisce, proprio alla vigilia del XXI festival, di trasformare la gara canora in una Woodstock italiana…, perché oramai è impossibile non tenere conto che la musica è davvero un’altra cosa e che con gli addobbi floreali e le scenografie “rubate” alla Scala di Milano, non si va proprio da nessuna parte.
 Se la vogliamo buttare sull’immagine poi, anche quella del 1971 è un’Italia molto sexy (sexy come le due belle di quest’anno Belen e la Canalis), ma un po’ più pulita di quella di oggi. Minigonne ascellari (andatevi a vedere le foto di Marina Occhiena o della conduttrice Elsa Martinelli), bellezze di contorno e tanta voglia di allegria, ricordano a tutti – grandi e piccoli – che la rivoluzione dei costumi è entrata dentro le case di ciascuno di noi, e che le commedie “spinte” con Lando Buzzanca e Giancarlo Giannini (al cinema, cinque spettacoli al giorno!), avrebbero continuato a provocare scandalo solo per pochi anni.
 Come sempre, in quel ’71 (e anche quest’anno!), a darsi battaglia stelle del passato, lontano e recente, outsider, rivelazioni e giovani venuti fuori - non dai talent televisivi ma - dai concorsi per voci nuove o “scoperti” qua e là lungo lo Stivale. Molti – e qui la differenza c’è eccome! – non sono per nulla dei divetti, e per andare a cantare a Sanremo prendono perfino le ferie. C’è chi non ha trovato la strada giusta ed è perfino impiegato alle Poste, e c’è chi sarebbe rimasto un Carneade per tutta la vita… Accanto al divo Josè Feliciano, pezzo da 90, portoricano di Harlem, cieco dalla nascita e famoso, al tempo, come Barbra Streisand e Frank Sinatra, il coro “alpino milanese” vicino a Celentano; e poi i Nomadi, i Dik Dik, l’Equipe 84 (accanto a Dalla), la Formula 3 (il gruppo più nuovo, vicino a Battisti), i New Trolls e i Giganti. I gruppi del pop italiano, tutti chi più chi meno, a fare bella mostra di sé. Insomma: come sempre c’e n’è per tutti i gusti.
 Ad aggiudicarsi il festival del ’71 (tre serate: dal 25 al 27 febbraio, per un evento che è, ancora, musicale e non televisivo come adesso) è comunque un bel terzetto (vedremo quest’anno, invece). Nonostante siano trascorsi quattro anni il “fantasma” di Tenco sembra aggirarsi ancora se non fra le stanze del Casinò di Sanremo almeno fra quelle dei giornalisti, che utilizzano il “metro-Tenco” per valutare stile e vocalità di quasi tutti i cantanti maschi. Ma forse esagerano un po’. Al primo posto si classificano Nada, rivelazione del 1969, e Nicola Di Bari “stella” del 1970; cantano Il cuore è uno zingaro, sono entrambi e per parte loro due cantanti “per pochi” ma di origine contadina. Oggi si potrebbero incontrare per qualche teatro o locale seminascosto. Nada è giovanissima e a tratti timida, e negli anni diventerà anche scrittrice; Di Bari è il classico “poeta” un po’ mieloso ma di buona scuola, in Italia del tutto dimenticato (bisserà la vittoria nel ‘72), continuerà ad avere successo soprattutto all’estero.
 Entrambi hanno una voce singolare, la loro canzone è di Franco Migliacci l’autore di Volare e di Claudio Mattone (prediletto, in seguito, da Renzo Arbore). Al secondo posto si classificano i Ricchi e poveri e Feliciano, la loro canzone, Che sarà, è un inno alla gente che va via dal paese natio, è un brano molto orecchiabile e un po’ triste, di un’attualità che col passare degli anni diventerà quasi “eterna”. Classica canzone festivaliera scritta ancora da Migliacci e da Jimmy Fontana grande amico di Feliciano.
 «Ma il vero trionfatore di quell’edizione del festival è Lucio Dalla» con la sua quasi-autobiografica Gesù bambino da subito ribattezzata (causa censura) 4/3/1943. A scriverlo è Gianni Borgna ex assessore alla cultura della Capitale nel suo L’Italia di Sanremo (Mondadori 1998), un libro dedicato al festival dei festival e a quel tanto che accadeva, nel frattempo, nella società italiana. Dalla è personaggio non nuovo per il festival ma il suo non-conformismo intelligente stavolta fa presa su tutti. È un cattolico che si presenta come un contestatore che piace ai ragazzi. Ha offerto, inoltre, fin dal debutto, pochi punti di riferimento rispetto alla “canzone che fu”. È un traghettatore: dal vecchio al nuovo festival. Oltre a costituire una grossa novità dal punto di vista musicale, la canzone scritta da Dalla e da Paola Pallottino “allieva” di Aldo Palazzeschi (un testo “difficile” dedicato a una ragazza madre) diventa un grande successo internazionale, in Sudamerica, Giappone e Francia.
 A dar retta alle cronache sanremesi, Il cuore è uno zingaro è la favorita della vigilia. Come volevasi dimostrare: il pronostico viene rispettato. Ma le polemiche (impossibile che manchino, a Sanremo) non sono di quelle che fanno storia. Anzi. Feliciano e Dalla, risultano i più apprezzati dalla critica, e apprezzati da una buona fetta di pubblico che si è perfino commosso sentendoli cantare. Già… pare infatti che anche in quel 1971, in pieno acquazzone contestativo, il pubblico abbia pianto di commozione.
Difficile (forse impossibile), che tutto questo si ripeta nell’A.D. 2011… Cronache di un tempo in cui le canzoni emozionavano e venivano apprezzate dal “popolo”, di un tempo che, da questo punto di vista, non tornerà mai più.

"Dentro la crisi"

Carmelo Ferlito, allievo di Paolo Sylos Labini, ha recentemente riunito in volume una raccolta di saggi sui temi economici più attuali, facendoli precedere da una presentazione di Jesus Huerta de Soto dell’università Juan Carlos di Madrid. Il risultato è un volume di 152 pagine (“Dentro la crisi. Combattere la crisi, difendere il mercato”, Solfanelli, 2010), a metà strada fra il saggio divulgativo e il volume per specialisti di teoria economia e storia dell’economia, che fa luce sulle attuali problematiche della crisi in atto.
 L’approccio di Ferlito è anch’esso a metà strada fra quello pessimista di chi osserva che da un secolo nessuna vera teoria è riuscita ad abbracciare e circoscrivere i nuovi fenomeni, e quello ottimista di chi pensa che il capitalismo non sia da considerarsi morto, e ciò almeno dal 2007 anno dello scoppio della crisi attuale. Scrive infatti: «… dopo il grande dibattito sul ciclo economico maturato in ambito austro-tedesco negli anni Venti e Trenta del Novecento, l’interesse per una teoria economica che fosse un tentativo di spiegazione globale della dinamica del sistema capitalistico sembra essersi spento…». Ma aggiunge anche che «La crisi economica non dimostra che il sistema economico capitalistico è finito; al contrario, essa ne testimonia la vitalità. Detto in estrema sintesi: non esiste capitalismo senza fluttuazioni. Marx è il primo a rendersene conto…».
 L’autore muove la propria critica all’attuale gestione della crisi (critica di natura antikeynesiana), dall’interno di coordinate ben precise – all’uopo cita a più riprese la teoria del ciclo economico di Ludwig von Mises, e poi: Hayek, Murray N. Rothbard ma anche Tugan-Baranovskij e Arthur Spiethoff – coordinate riconducibili a quattro temi essenziali. Lo sviluppo capitalistico prevede un andamento ciclico; la crisi attuale è meramente economica e «proviene da gravi errori delle autorità monetarie»; «la gravità della crisi ha impedito di poter continuare ad occultare gli errori di politica economica, ovvero il pesante sperpero di pubblico denaro attuato in sessant’anni di politiche keynesiane di deficit spending»; la crisi non «dimostra», infine, il fallimento del mercato ma «della direzione politico-monetaria». Una “formula” eterodossa, al pari dell’opinione né cattiva né “cattivista” di Ferlito in merito alle banche. Quando ci si rivolge agli istituti di credito, continua l’autore, non sempre è opportuno trattarle come nemiche dell’uomo.
 È questo, più che altro, l’augurio di chi si volta indietro a studiare la lunga storia del credito internazionale; non omettendo le sorprese: «nel passato ci sono state forme di sviluppo bancario non usurario in grado di favorire il sistema economico generale», dice, «comprese le classi sociali più deboli…».
 Oggi, i potenti del mondo, secondo Ferlito, stanno commettendo gli stessi errori commessi alla fine degli anni Venti in America, stanno cioè, coi loro interventi di politica monetaria, drogando un mercato che avrebbe bisogno di un riassestamento in direzione contraria. Per spiegarsi ricorre anche all’esempio del tossicodipendente. «Siamo soliti usare il paragone della tossicodipendenza», scrive. «Chiunque abbia una minima confidenza con tali problemi sa che, per curare un drogato in crisi di astinenza, l’unico modo efficace è lasciarlo privo di stupefacenti, lasciare che la crisi faccia il suo corso… Sappiamo bene di dire qualcosa di estremamente impopolare», conclude, «ma quanto visto sinora non ci può che portare a queste conclusioni».
Una sintesi efficace dei nostri tempi di crisi la offre anche Huerta de Soto. «In questa circostanze», annota, «la politica più adatta sarebbe quella di liberalizzare l’economia a tutti i livelli (e specialmente il mercato del lavoro) per permettere che i fattori produttivi (e specialmente il fattore lavoro) siano riassegnati rapidamente ai settori redditizi. Ugualmente è imprescindibile la riduzione della spesa pubblica… Gli agenti economici in generale e le imprese in particolare si risanano solo riducendo i costi (specialmente del lavoro) e restituendo i loro prestiti. E per far ciò è imprescindibile un mercato del lavoro molto flessibile e un settore pubblico molto più austero…». Pare che in Italia qualcuno lo stia ascoltando attentamente.

lunedì 14 febbraio 2011

Uomini e no

“Te la do io l’America”, diceva quel tale. Sì, ma quale America? L’America di Elio Vittorini forse? L’America di Edgar Allan Poe, William Faulkner e John Fante? Gli autori che il siciliano di Siracusa tradusse a cominciare dagli anni Trenta? O l’“America” che Vittorini stesso inserì all’interno della nota antologia Americana (uscita per Bompiani) e che poté pubblicare solo nel 1942, peraltro incompleta di note e interventi del curatore? Sì, quest’America qui la vorremo ancora, la vorremmo tutti. L’America che si lasciava scoprire dagli intellettuali cresciuti a pane e italianità e che correva lungo il filo di un governo che tentava la via autarchica anche nelle lettere, in realtà non riuscendoci mai. L’America che appariva nelle fantasie dei sognatori al di qua del mediterraneo quasi come il “deserto dei tartari” agli occhi del capitano Drogo. Minacciosa e misteriosa a un tempo. Un mito vivente, un regno di indecifrabili libertà, “patria” eletta del moderno e del fantastico insieme.
 Vittorini, come Pavese, come quegli autori che hanno contribuito a far sì che l’Italia diventasse un po’ più “americana”, ci ha lasciato in eredità un preziosissimo bagaglio di suggestioni e di passioni da coltivare; lui così “inguaribilmente” siciliano, anarchico nello spirito, ha sentito il richiamo di una cultura (e di una lingua), che era impossibile “possedere” o “circoscrivere”, e al più poteva essere “esportata” come un bene prezioso. Adesso, impossibile dargli torto. Il 12 febbraio scorso cadeva il quarantacinquesimo anniversario dalla morte di Vittorini, un uomo che, come tanti della sua generazione – citiamo due autori certo diversi come Longanesi e Calvino – dovette fare i conti con il secolo delle ideologie, e che si barcamenò fra “fedi” diverse, non riuscendo mai a far innamorare di sé chi, in quel momento, manovrava le leve del potere. Adesso, possiamo dire che fu tutt’altro facile.
 Non fu facile per lui come per chi credeva che la cultura possedesse – proprio perché cultura – un proprio grado di autonomia dalla politica; non fu facile per chi credeva che la cultura fosse rivoluzionaria “a prescindere”; non fu facile scontarsi con chi – di destra o di sinistra che fosse – credeva di tenere i destini del mondo nelle proprie mani. Si trattasse di Mussolini (o di un “semplice” mussolinista) o di Togliatti. Il risultato, a “bocce ferme” fu quasi identico per tutte le occasioni. La derisione e lo scherno. Sono nelle menti di tutti le frasi provocatorie di Togliatti (personaggio, tuttavia, oramai quasi scomparso dai ricordi del “tempo che fu”) con le quali il “Migliore” si congedava da Vittorini che nel 1951 lasciava il Pci in polemica col suo leader: «Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciato!».
 Se di un Togliatti, soprattutto di quello che poteva rappresentare a quel tempo, oggi non avremmo francamente alcun bisogno, di Vittorini invece, «in questi tempi di bipolarismo coatto», per usare le parole di Roberto Alfatti Appetiti, (Secolo, 11 luglio 2007), «ce ne sarebbe un gran bisogno, anche per evitare di sobbalzare ad ogni starnuto della politica…». Piaccia o no, l’Elio di Siracusa è stato quel che si dice un termometro del contesto culturale italiano, a volte perfino un metronomo per averne segnato “tempi” e modi”; ma se oggi ha senso parlare di una “cultura politica” – qualunque essa sia – che si mantiene distante dal padrone, che non vuole ingraziarsi il potere, né accarezzarlo dal verso giusto, il modello, uno dei modelli, non può che essere il suo percorso di vita.
 Apparentemente la storia di Vittorini è quella di un “qualsiasi” siciliano che decide di andare al nord in cerca di nuove prospettive. Dapprima lavora come contabile in un’impresa di costruzioni in Friuli Venezia Giulia, poi agli albori dei Trenta si trasferisce a Firenze – un faro per chi ha desiderio di intraprendere una carriera intellettuale – dove fa il correttore di bozze presso la “Nazione”. Studia, legge, frequenta le “Giubbe rosse” e collabora ai periodici di Regime. Nel ’29 collabora a “Solaria” piccola ma importante rivista toscana che guarda con attenzione al romanzo europeo ed extraeuropeo e molto meno a quanto accade in Italia. i primi romanzi li pubblica lì. La sua gavetta è questa… Già nel 1934, a causa di un’intossicazione da piombo, cambia mestiere e decide di vivere solo con le traduzioni dall’inglese e l’attività di consulente editoriale.
 Da questo momento e fino alla morte (1966), non si annoia granché. Fra alti e bassi il suo distacco dal fascismo è databile 1936. Impossibile fino a quel momento inquadrarlo fra chi è convinto che il Regime stia operando per il bene “assoluto”; per lui, anarchico e rivoluzionario nel sangue, è preferibile la definizione complicata e stimolante di “fascista di sinistra”. Durante la guerra civile spagnola scrive sul Bargello che i fascisti italiani è bene che appoggino i repubblicani antifranchisti. Non è uno  scherzo da poco. D’altra parte, e da un po’, i suoi discorsi non sono in linea con le tesi fasciste “ortodosse”, e in un ambiente che di sereno non ha molto, se ne accorge chi conta; lui però anticipa tutti e – da uomo libero - riconsegna la tessera fascista. È il primo strappo da qualcosa dal quale, in definitiva non crede fino in fondo (le sue parole verso i ragazzi di Salò, saranno, in seguito, durissime). A parte il polemico Conversazione in Sicilia del 1941 (apparso a puntate sul “Letteratura” nel ’39) nel suo Uomini e no, del ’45 (primo esperimento neorealista), la condanna del fascismo non si riduce a solo un “affare” di politica.
 Non si stanca mai. Nel ’39 è a Milano a dirigere la collana “La Corona” per Bompiani, poi si avvicina al Partito comunista clandestino, partecipa alla Resistenza, dirige l’edizione milanese dell’Unità e fonda una delle riviste più note del dopoguerra: “Il Politecnico”. Vessillifera del clima ottimistico e dimora naturale dell’intellettuale che vuol lottare contro le sofferenze e non si limita all’appello consolatorio. Un’esperienza emblematica ma di soli due anni. Presto si consuma il secondo strappo “politico” di Vittorini l’anarchico, e stavolta da Mario Alicata e Togliatti. La causa? Semplice: in anni nei quali la vittoria “definitiva” sembra ancora a portata di mano, i comunisti poco apprezzano ciò che non li riguarda (l’acqua al mulino degli altri) e poco apprezzano la varietà dei temi del “Politecnico”. Rivista “bella” dentro e bella fuori. Vittorini è uno di quelli che non ama suonare il “piffero per la rivoluzione” (non è nel suo stile e nelle sue intenzioni) e scrive con franchezza che è necessità dello scrittore di non sentirsi vincolato esclusivamente alle esigenze della politica. Risultato certo, anche qui, è il divorzio.
 Sempre più convinto del potere della cultura, dirige, dal 1951, una collana editoriale per Einaudi (“I Gettoni”), scoprendo, fra gli altri, Beppe Fenoglio. Dopo aver fondato e diretto con Calvino “Il Menabò”, attenta ai risvolti in campo industriale, nei Sessanta guida un’altra prestigiosa collana di libri “La Medusa” per Mondadori.
Muore a soli 58 anni, davvero troppo presto per uno come lui. E per quelli come noi.