martedì 8 febbraio 2011

Coco + Chanel

Ovvio che Coco Chanel, una delle più grandi stiliste del Novecento, fosse una donna creativa. Meno ovvio, che in realtà, non fosse né una brava disegnatrice né una brava sarta. Doti che i più considerano essenziali per la professione della stilista, perfino più importanti della stessa creatività, ma oggi sovente rimpiazzata dalla più “comune” stravaganza.
 Ci sembra questo, il modo più opportuno per ricordare la grande Coco Chanel a quarant’anni dalla morte (era nata a Saumur il 19 agosto del 1883 e morirà a Parigi il 10 gennaio del 1971), la donna che trasformò la moda, la femminilità, l’eleganza e tanto altro ancora, grazie alle sue “semplici” doti da rivoluzionaria, partendo da una condizione di estrema povertà (i genitori erano venditori ambulanti), trascorrendo i primi anni di vita presso un orfanotrofio e prendendo ispirazione proprio dagli abiti monacali. Come tutti i veri rivoluzionari, le doti di partenza di Gabrielle – questo il suo vero nome – furono la testardaggine e la fiducia nelle proprie capacità. E basta. Come tutti i veri rivoluzionari, insomma, Coco era una eccellente stratega, ma non è certo che sapesse fare la guerra. Così Sofia Gnoli su Coco in Un secolo di moda italiana, 1900-2000: «Non era una sarta, ma una creatrice di moda: “per prima cosa io non disegno”, ripeteva; “non ho mai disegnato un vestito. Adopero la mia matita solo per tingermi gli occhi e scrivere lettere. Scolpisco il modello, più che disegnarlo. Prendo la stoffa e taglio. Poi la appiccico con gli spilli su un manichino e, se va, qualcuno la cuce. Se non va la scucio e poi la ritaglio. Se non va ancora la butto via e ricomincio da capo… In tutta sincerità non so nemmeno cucire”».
 La vita di Coco è prima di ogni altra cosa un’incognita. Lei stessa, ormai diventata nota in tutto il mondo, cercò di occultare le parentesi più scomode inventando – quasi come un “barone di Munchausen” – nuove e diverse origini familiari. Tuttavia, raccontano i biografi meglio informati, che furono proprio le suore, presso le quali Coco rimase fino a 17 anni, a procurare il primo impiego alla giovane francese. Commessa in un negozio di tessuti e corredi a Moulins. In questa stessa cittadina Gabrielle tenterà la carriera di cantante (non una gran carriera in verità…), esibendosi il più delle volte nel motivetto popolare Qui qu’ a vu Coco dans le Trocadero? Il risultato? Quasi nullo a esclusione del fatto che il soprannome “Coco” le rimarrà per tutta la vita.
 Conosciamo bene la Francia degli inizi del Novecento. La Francia degli artisti bohemienne, ma anche quella elegante da belle époque, la Francia ove si dà appuntamento l’ultima (o forse la penultima) generazione dei romantici della vecchia Europa. In un ambiente come questo basta non lasciarsi sfuggire troppe occasione per avere la possibilità di mostrare al mondo intero (il mondo conosciuto allora) le proprie capacità artistiche. E in questa Francia d’inizio secolo, ove attrazione sessuale, sentimenti e interessi si intrecciano inesplicabilmente, molte storie cominciano come vere e proprie fiabe per concludersi in maniera insolita e originale, sovente con un terribile lutto. Nel 1905 la ventenne Coco conoscerà l’ufficiale Etienne Balsan che diventerà il suo primo amante oltreché il primo “finanziatore”, andrà a vivere con lui nel castello di Royallieu e qui conoscerà il “bel mondo”, ricconi, artisti, mantenuti e mantenute, prendendo confidenza con quello che sarà, negli anni, uno dei suoi “bacini d’utenza” prediletti. Se volessimo tentare un paragone, utile per capire meglio, potremmo agevolmente accostare questo mondo formato da ricconi e irregolari a quello che più di mezzo secolo dopo si riunirà attorno a Andy Warhol nella sua “Factory” a stelle-e-strisce. Si sa che certi ambienti americani degli anni Sessanta frequentati dai nuovi ribelli, beat come Kerouac, cantanti, cantautori come Bob Dylan e attori dal successo non sempre garantito, saranno la continuazione con mezzi sempre più arditi, dei gruppi francesi d’inizio Novecento. Non per niente il nostro Amedeo Modigliani (1884-1920) può essere considerato un’icona sessantottina ante-litteram insieme a Picasso e Apollinaire, che il livornese frequentò nei suoi soggiorni in riva alla Senna.
 La carriera della Chanel comincia quando la giovane donna va ad abitare insieme a Balsan. La donna inizia a realizzare i famosi cappellini, ben diversi da quelli – appariscenti – che il Novecento aveva ereditato dal secolo precedente. Un misto di “scandalo” e curiosità. Il nuovo prodotto attirerà subito l’attenzione delle clienti del bel-mondo alto-borghese. In questo periodo, peraltro, Gabrielle conoscerà l’amore della sua vita, Arthur “Boy” Capel, industriale di Newcastle morto in giovane età, e grazie a lui aprirà la boutique parigina a Rue Cambon. Coco si emanciperà così da Balsan che aveva concesso alla giovane amante di trasformare la propria garconnière in un improvvisato atelier. Ai cappellini si aggiungeranno ben presto altri capi di vestiario.
Saranno gli anni di guerra, tuttavia, a trasformare la vita della stilista francese. Nel capitolo introduttivo del volume che l’Accademico di Francia Paul Morand ha dedicato a Chanel (L’allure de Chanel, 1976), Maurizio Ferrara scrive che: «fu la guerra a portare fortuna a Coco: nel 1914, al momento della mobilitazione generale, su consiglio di Capel, Coco Rimase a Deauville, la località più alla moda della Normandia, e decise di creare vestiti per le ricche clienti rifugiate sulla costa, lontano dai clamori della guerra. Nel 1915, Coco si recò a Biarritz, altra celebre località balneare, nel golfo di Biscaglia, e qui aprì un negozio, affidandone la direzione alla sorella Antoniette: in breve tempo, l’impero Chanel era nato, e nel 1916  Coco, tornata a Parigi, dirigeva un’azienda che già contava trecento operaie». Chanel lavora anche il jersey (e per questo, e per altre invenzioni come la moda del capello corto e il profumo “Chanel n°5”, nel tempo, resterà nota) ed è grande perché riesce a dividersi fra il mondo dei ricconi (ove è stata introdotta dagli amanti), quello dei “comuni” lavoratori o piccoli borghesi il cui stile di vita “comodo”, sempre meno ampolloso, contagerà gran parte del continente vecchio e, infine, il mondo senza tempo degli artisti francesi. Dal 1917, grazie alla pianista Misia Godebska, la stilista comincerà infatti a frequentare gli ambienti artistici parigini: Picasso, Cocteau e Max Jacob.
 Sarà un crescendo. Gli anni Venti – manca ancora mezzo secolo alla morte – sono anni targati Chanel. Gli anni dei grandi amanti (in seno all’aristocrazia europea, o fra gli artisti: Stravinskij, il poeta Paul Reverdy, vero grande amore e, poi, negli anni Trenta Paul Iribe), e gli anni del lancio del celebre profumo “Chanel n° 5, prima fragranza artificiale, capace di rivoluzionare tutto il “settore” e “pubblicizzato” più in là da Marilyn Monroe; insomma sono gli anni del mito “Chanel” delle sue collaborazioni artistiche (e più avanti dei suoi gioielli) e soprattutto di una nuova concezione della donna che si sta diffondendo in tutto l’Occidente. Concreta e innanzitutto dinamica, una donna che comincia a ispirarsi alla moda maschile. Gli anni Trenta, poi, sono quelli degli storici tailleur e dello stile a un tempo elegante e austero. Via dunque quelle “impalcature” sotto i vestiti che avevano limitato movimento e libertà fino a quel momento, e spazio aperto ai pantaloni ma anche alle più comode gonne sopra il ginocchio. E spazio aperto alla moda “povera” o “finta-povera”, quella da “strada” e da lavoro. È anche questa un’anticipazione di quanto avverrà poco anni dopo, nei più popolari anni Sessanta. A proposito di libertà. La parentesi del “Fronte popolare” – l’alleanza di sinistra in seno alla politica francese – non è favorevole a Coco Chanel. La vita della più grande stilista del Novecento dunque non è tutta in discesa… Nella seconda metà degli anni Trenta le operaie occupano le fabbriche e allo scoppio della Seconda guerra mondiale, forse per vendetta, la stilista (che di sinistra non è), decide di chiudere la sua casa di moda.
Durante la guerra, Coco si lega a un ufficiale del controspionaggio tedesco e poi a uno dei capi delle Ss, frequenta ambienti collaborazionisti e s’impegna (fallendo) a raggiungere Churchill per proporre una pace onorevole con la Germania (evento noto come “operazione Modellhut”). Insomma è un personaggio del tutto “controcorrente”... Arrestata per poche ore alla liberazione di Parigi, decide di scappare in Svizzera e solo nel ’53 può ritornare a Parigi per riaprire la sua casa di moda. Nel frattempo il “marchio” Chanel si è arricchito di altri accessori fra cui gli inconfondibili gioielli: quelli veri e le semplici imitazioni. Il mito, nonostante la guerra e la nuova concorrenza, non è dunque morto. E mai lo sarà. Che dire? Coco Chanel è stata, né più e né meno, la creatrice del modello femminile del Novecento. La donna che acquisiva un ruolo attivo nella società contemporanea, che non lasciava sul campo nessuna delle sue armi di seduzione, ma che acquistava in capacità di “ironia” e in dinamicità. Ultimamente la sua figura è stata ricordata anche al cinema e in tv e non poteva essere diversamente. Sul grande schermo, Audrey Tautou (che è anche protagonista nella pubblicità per il profumo Chanel), è stata interprete di Coco avant Chanel, film francese del 2009. In tv, invece, il volto della stilista è appartenuto a Barbara Bobulova, nel 2008. Ma il più grande spot per lo stile Chanel resta, e resterà probabilmente per sempre, Audrey Hepburn che impersona Holly nel film di Blake Edwards Colazione da Tiffany. Eleganza e semplicità fin dentro i Sessanta in un film che, dal punto di vista della moda, è anche un amarcord degli anni Venti. Un come eravamo, ma anche un come saremo per lunghi anni ancora

3 commenti:

  1. Oh, che bel post! Bravo Marco!

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  2. graziegraziegrazie.
    come va la vita?

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  3. Magnifico questo post...grazie grazie grazie...mi sono commossa...congratulazioni!

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