venerdì 25 febbraio 2011

Come eravamo

A Catania di speciale c’è anche questo. Qui le stagioni non sono come le abbiamo imparate a scuola, non durano pochi mesi e non si susseguono con un ordine stabilito e regolato dai cicli della natura. No, a Catania può capitare che inverno e primavera durino degli anni e può anche capitare che la gente accolga l’evento con la tipica scrollata di spalle del siciliano rassegnato. «E chi cci putemu fari?». E via così, in attesa non si sa di quale fenomeno; una “nuova” che possa dare la scossettina per far cambiare tutto, in modo che quel tutto rimanga sempre uguale a se stesso...
 A raccontarci il penultimo decennio della “nostra” Catania (cioè gli anni Novanta), ci ha pensato Carlo Lo Re, già studioso della destra estrema, in un libro di recentissima uscita (La primavera di Catania, Enzo Bianco e Nello Musumeci tra governo e consenso, Bonanno, pp. 150, euro 13,00), costruito sulle figure di due amministratori e politici protagonisti assoluti del decennio 1993-2003, il decennio della “primavera di Catania”, quello cioè del risveglio della città, della voglia di uscire dal tunnel dei 100 morti ammazzati l’anno, del malaffare, del pizzo, dell’usura e della precarietà esistenziale.
 Enzo Bianco (ex repubblicano, sindaco di Catania dal ’93 al ’99, poi ministro dell’interno nel governo D’Alema) e Nello Musumeci (presidente della provincia catanese dal ’94 al 2003, ex missino doc e parlamentare europeo stravotato), due giovani siciliani così diversi ma in fondo così simili. Il primo fa carriera con i La Malfa padre e figlio, viene eletto sindaco fra l’incredulità dei catanesi, per una prima volta nell’88; ma gli basta poco più di un anno per far capire di che pasta è fatto. Già in quello scorcio di decennio, quando Catania è un intraducibile sacco di malaffare, grazie a lui si comincia a respirare aria nuova, pulita. I catanesi se ne ricordano una manciata di anni dopo, quando grazie alla legge per l’elezione diretta del sindaco lo mandano per via diretta a reggere le sorti del comune dopo il ballottaggio con Claudio Fava, figlio di Pippo, ucciso dalla mafia.
 Musumeci, invece, è “allievo” di Enzo Trantino, monarchico, avvocato di fama e gran signore e di Vito Cusimano missino d’antica foggia. Ammira Almirante (in verità chi non ammira o ammirava Almirante a Catania?), ed è testardo e battagliero. Quando nel febbraio del ’94 vince al ballottaggio col docente centrista Mangiameli, anche la sinistra comincia a innamorarsi di lui.
 In realtà a quel tempo, a Catania, dire cosa è di destra o cosa di sinistra è un bel problema. È un esempio (in positivo) della fine delle ideologie. Ciò che contano sono i fatti e in “fatti” i nostri due amministratori sono specializzati. Inaugurano una stagione di dialogo con la cittadinanza come non si era mai vista prima d’allora (volete mettere un grigio burocrate democristiano, con italiano stentato che va ospite in tv?); amano la cultura (ebbene sì, a Catania si fa cultura con la C maiuscola, se si può), e avviano un periodo di collaborazione fra le istituzioni, l’università, la Chiesa, le forze di polizia e il libero associazionismo. Negli anni Novanta i reati a Catania diminuiscono di un paio di zeri e le imprese scoprono nuove opportunità per mettersi in luce ed esportare il “prodotto” etneo. Nel 2000 il nostro Paese indica Catania come modello di crescita al Consiglio europeo di Lisbona. È la vittoria di un “pezzo di mondo” dimenticato. C’è ottimismo (soprattutto fra i giovani, a cui viene dato quello che in fondo cercano, occasioni per mettersi in mostra e strumenti per programmare il futuro). I risultati sono anche questi: il polo internazionale “Etna Valley” le strade di lunga percorrenza, i lavori per il porto, l’aeroporto e la metropolitana.
 Le bellezze della città paiono rifiorire: coi palazzi e i teatri antichi e nuovi. Nascono musei, si inaugurano mostre (nella storia quella dei “futuristi” e degli “aeropittori” al centro “Ciminiere”, già pietra dello scandalo della tangentopoli catanese). La città prende vita: d’estate con Franco Battiato, Vincenzo Spampinato e l’“Etna Jazz” e in qualunque periodo della stagione con la “movida” e i pub in stile irlandese.
Tutto bene dunque. Già… solo che il finale del libro di Lo Re è triste come una poesia di Emily Dickinson. Dopo l’uscita di scena dei due “mattatori” rimane ben poco, solo il ricordo di una stagione irripetibile. Una “primavera” lunga dieci primavere. Come solo a Catania può succedere.

2 commenti:

  1. Ok Battiato, ma ti sarai mica per caso dimenticato Carmen Consoli?? :-)

    RispondiElimina
  2. Non so se C. Consoli fosse già 'esplosa' nella prima parte dei Novanta.

    RispondiElimina