mercoledì 16 febbraio 2011

"Dentro la crisi"

Carmelo Ferlito, allievo di Paolo Sylos Labini, ha recentemente riunito in volume una raccolta di saggi sui temi economici più attuali, facendoli precedere da una presentazione di Jesus Huerta de Soto dell’università Juan Carlos di Madrid. Il risultato è un volume di 152 pagine (“Dentro la crisi. Combattere la crisi, difendere il mercato”, Solfanelli, 2010), a metà strada fra il saggio divulgativo e il volume per specialisti di teoria economia e storia dell’economia, che fa luce sulle attuali problematiche della crisi in atto.
 L’approccio di Ferlito è anch’esso a metà strada fra quello pessimista di chi osserva che da un secolo nessuna vera teoria è riuscita ad abbracciare e circoscrivere i nuovi fenomeni, e quello ottimista di chi pensa che il capitalismo non sia da considerarsi morto, e ciò almeno dal 2007 anno dello scoppio della crisi attuale. Scrive infatti: «… dopo il grande dibattito sul ciclo economico maturato in ambito austro-tedesco negli anni Venti e Trenta del Novecento, l’interesse per una teoria economica che fosse un tentativo di spiegazione globale della dinamica del sistema capitalistico sembra essersi spento…». Ma aggiunge anche che «La crisi economica non dimostra che il sistema economico capitalistico è finito; al contrario, essa ne testimonia la vitalità. Detto in estrema sintesi: non esiste capitalismo senza fluttuazioni. Marx è il primo a rendersene conto…».
 L’autore muove la propria critica all’attuale gestione della crisi (critica di natura antikeynesiana), dall’interno di coordinate ben precise – all’uopo cita a più riprese la teoria del ciclo economico di Ludwig von Mises, e poi: Hayek, Murray N. Rothbard ma anche Tugan-Baranovskij e Arthur Spiethoff – coordinate riconducibili a quattro temi essenziali. Lo sviluppo capitalistico prevede un andamento ciclico; la crisi attuale è meramente economica e «proviene da gravi errori delle autorità monetarie»; «la gravità della crisi ha impedito di poter continuare ad occultare gli errori di politica economica, ovvero il pesante sperpero di pubblico denaro attuato in sessant’anni di politiche keynesiane di deficit spending»; la crisi non «dimostra», infine, il fallimento del mercato ma «della direzione politico-monetaria». Una “formula” eterodossa, al pari dell’opinione né cattiva né “cattivista” di Ferlito in merito alle banche. Quando ci si rivolge agli istituti di credito, continua l’autore, non sempre è opportuno trattarle come nemiche dell’uomo.
 È questo, più che altro, l’augurio di chi si volta indietro a studiare la lunga storia del credito internazionale; non omettendo le sorprese: «nel passato ci sono state forme di sviluppo bancario non usurario in grado di favorire il sistema economico generale», dice, «comprese le classi sociali più deboli…».
 Oggi, i potenti del mondo, secondo Ferlito, stanno commettendo gli stessi errori commessi alla fine degli anni Venti in America, stanno cioè, coi loro interventi di politica monetaria, drogando un mercato che avrebbe bisogno di un riassestamento in direzione contraria. Per spiegarsi ricorre anche all’esempio del tossicodipendente. «Siamo soliti usare il paragone della tossicodipendenza», scrive. «Chiunque abbia una minima confidenza con tali problemi sa che, per curare un drogato in crisi di astinenza, l’unico modo efficace è lasciarlo privo di stupefacenti, lasciare che la crisi faccia il suo corso… Sappiamo bene di dire qualcosa di estremamente impopolare», conclude, «ma quanto visto sinora non ci può che portare a queste conclusioni».
Una sintesi efficace dei nostri tempi di crisi la offre anche Huerta de Soto. «In questa circostanze», annota, «la politica più adatta sarebbe quella di liberalizzare l’economia a tutti i livelli (e specialmente il mercato del lavoro) per permettere che i fattori produttivi (e specialmente il fattore lavoro) siano riassegnati rapidamente ai settori redditizi. Ugualmente è imprescindibile la riduzione della spesa pubblica… Gli agenti economici in generale e le imprese in particolare si risanano solo riducendo i costi (specialmente del lavoro) e restituendo i loro prestiti. E per far ciò è imprescindibile un mercato del lavoro molto flessibile e un settore pubblico molto più austero…». Pare che in Italia qualcuno lo stia ascoltando attentamente.

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