sabato 12 febbraio 2011

Italo... cubano

No, non lo sapremo mai. Non sapremo se “Il Barone rampante” il più bel romanzo di Italo Calvino sarebbe andato a genio a Friedrich Nietzsche, il papà dei ribelli del Novecento. Ma a rileggere quanto scrisse Geno Pampaloni, collaboratore prima di Adriano Olivetti poi di Indro Montanelli, sul carattere di “destra” della storia di Cosimo Piovasco, il protagonista del romanzo calviniano che deciderà di vivere per sempre sugli alberi, la risposta sarebbe stata positiva… presumibilmente…: “Il Barone rampante” libro del 1957 è un libro di “destra” (sic!), di quelli nei quali si celebra la “natura” e, soprattutto, si esaltano gli “istinti”, un’“operazione” che tanto sarebbe piaciuta al filologo-filosofo tedesco e insieme a lui agli irriducibili d’ogni età, pronti a scegliere la via stretta della ribellione, pronti a vivere “contro” anche al costo del sacrificio di una singola esistenza. Ci piace così ricordare, anche in questo modo, Italo Calvino a 25 anni dalla scomparsa (19 settembre 1985), con la sua cifra anarco-libertaria – presumibilmente ereditata dal padre – che condusse lo scrittore sanremese nato a Cuba a un impegno civile che ha pochi eguali nella storia del secondo dopoguerra italiano, ma a coltivare parallelamente una serie di esperienze letterarie quasi senza limite: dalle fiabe popolari alle canzoni, fino agli interventi “tecnici “ e di stretta attualità.
 Balilla, poi partigiano delle “Brigate Garibaldi”, Calvino fu un intellettuale costretto a scelte difficili (di forma che divenne poi inevitabilmente sostanza), in anni nei quali sottrarsi alle seduzioni del “corso della storia” era di fatto impossibile. Nato nel 1923, dovette affrontare gli anni del fascismo e poi quelli delle altre ideologie in salsa italica. Il comunismo, in primo luogo, ovviamente. «La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di partire da una “tabula rasa” e perciò mi ero definito anarchico ... in quel momento quello che contava era l’azione; e i comunisti erano la forza più attiva ed organizzata». Chissà quante volte ancora avremmo sentito discorsi di questo tipo (è Calvino che parla, e a chi appartiene a una certa “area” le sue parole possono far venire in mente quanto scrisse Julius Evola circa la propria “adesione” ai movimenti futurista e dada, “adesione” peraltro di brevissima durata), discorsi da scrittori o artisti engagé che crederanno, in tal modo, di possedere le chiavi giuste per l’ingresso nell’empireo degli intellettuali “che contano”, quelli ai quali, forse, chissà, in tempi di egemonia i capi di governo avrebbero assegnato prima o poi ruoli di prestigio. O magari, forse, chissà, nella speranza di una carriera migliore.
 Era accaduto anche al grande amico di Italo Cavino, il timido Cesare Pavese (di 15 anni più anziano), di prendere una tessera del Pci per motivi tutt’altro che ideologici. Il più quieto scrittore langarolo avrebbe forse creduto di “bilanciare” l’assenza dalla guerra e dalla lotta partigiana e la sofferenza patita dai tanti amici in anni di guerra partigiana, con l’iscrizione (poco convinta) a un Pci con forti qualità seduttive e di “larghe” vedute. Sappiamo poi come sarebbe andata a finire in quell’albergo “Roma” di una Torino di fine agosto… Certo, i due amici avevano idee molto diverse circa gli eventi che avrebbero portato alla fine della seconda guerra mondiale. Oltre che per Nietzsche, Pavese (e a Calvino non piacque per nulla), mostrò un “interesse” particolare – seppure a lungo nascosto – per la Repubblica di Mussolini e per l’alleato tedesco (lo abbiamo scritto più volte ricordando Pavese e la sua breve vita), Calvino fu uno dei tanti renitenti alla leva durante la Rsi e fu in quel momento storico, fra guerra e dopoguerra, che nacque in lui la volontà di aderire al partito comunista.
 Che Calvino fosse un libertario pochi dubbi. Un libertario che acquisirà la giusta maturità, “artistica” piuttosto che “politica”, durante le vicende partigiane (dall’altro lato, dal lato “repubblichino” sarebbe accaduta la stessa cosa, ma in direzione opposta, per molti giovani di Salò). A fine guerra gli strumenti che permetteranno al futuro amico di Che Guevara di dare materialità al proprio “anarchismo morale” – ciò che cercava più di ogni cosa – saranno il Pci, appunto, e la casa editrice Einaudi, della quale Calvino sarà dirigente, una fucina di idee e un rifugio dell’intellettualità progressista (inutile dirlo); e con essi anche l’amicizia di Elio Vittorini (col quale dal ’59 dirigerà “Menabò”), di Natalia Ginzburg e di Norberto Bobbio. La “carriera da comunista” di Calvino proseguirà con gli interventi su “l’Unità” e “Rinascita”, ove come negli epistolari – fra lui e Vittorini per esempio – saranno facilmente rintracciabili i termini “libertà” e “responsabilità civile” da coniugare volta a volta col bisogno di moralità che attendeva l’Italia degli anni Quaranta-Cinquanta.
 Inutile nasconderlo, il contrasto che c’è sempre stato fra il Calvino realista (era un razionalista figlio di uno scienziato e una ricercatrice), l’imbattibile narratore del fantastico e lo spiazzante inventore di trame per adulti mai cresciuti, si ripresenta anche nel Calvino legato al partito comunista e in quello al quale il comunismo – il comunismo dei suoi tempi – andava piuttosto stretto; nell’anarchico che si rende conto che il partito di “riferimento” che annega nell’immobilismo, non c’è più o forse non c’è mai stato. Allora? Allora il fantastico… come sarebbe avvenuto per molti, intellettuali e non, di pochi decenni dopo… il fantastico che si trasforma nel buen retiro, il fantastico per poter “dire la propria”, per sfuggire naturalmente ai “rigori” di un’insostenibile ufficialità sempre più ortodossa. Il viaggio in Urss di Calvino del 1951, spiace dirlo, somiglia ai tanti (troppi) viaggi in comitiva alla “Don Camillo in Russia”, una visita nei luoghi ove tutto è quasi “perfetto” (e di quel che non si dice non è opportuno parlare…); “perfetta” è soprattutto la vita quotidiana, l’educazione, il rispetto per le regole e quant’altro… Italo Calvino è uno dei più grandi scrittori che il nostro Paese possa vantare di aver avuto nella seconda parte del secolo trascorso. Ma le pagine militanti e gli eccessi di zelo “politico-morale” del sanremese (spiace dirlo: da questo punto di vista illiberali), messi a confronto alle sue capacità di architetto di avventure o di razionalissimo analista del “reale”, non reggono per nulla al mondo alle ragioni del tempo.
 Per le sue doti letterarie Calvino sarebbe stato un apprezzabilissimo scrittore da “anni Ottanta” (forse il più grande), ha avuto il “torto” invece, come molte altri menti “migliori della sua generazione” di abbracciare e contemporaneamente subire l’abbraccio dei furori ideologici del Novecento; un secolo “armato” e da “istruzioni per l’uso”, che non seppe affrontare con la giusta dose di distacco, di coraggio e di serena introversione. Nel 1957, dopo i “fatti di Ungheria” Calvino lascerà un Pci oramai “conservatore”, ma il comunismo delle idee, della moralità e dell’utopia democratica di uno dei suoi intellettuali di riferimento continueranno ad alimentare i “sogni” dello scrittore impegnato per eccellenza. La Democrazia Cristiana e il suo elettorato, per dirne una, continueranno a rimanere per Calvino l’esempio in negativo della rovina della politica italiana (“La giornata di uno scrutatore” – 1963 – ove però si consuma anche la crisi del militante). La decisione di Calvino sarà quella di drenare il proprio impegno al di fuori della struttura organizzata del Pci; è chiaro tuttavia (e i più anziani ricorderanno le atmosfere degli anni Cinquanta), che al Partito togliattiano, data la reprimenda del Comitato direttivo di Torino, quella decisione risulterà alquanto indigesta.
 Ma, si sa, a quel tempo le menti erano quelle che erano e i metodi forse un po’ sbrigativi. Spesso, poi, chi di spada feriva con la medesima arma era costretto a soccombere, si trovasse dentro o fuori quel contenitore di presunte “utopie” che era il Partito comunista italiano. Così, pronunciarsi pro o contro temi o persone (“ufficialmente” amiche o nemiche) era alquanto rischioso e alla pronuncia poteva far seguito la più classica “tiratina d’orecchi” o, perfino, la fine di una lunga amicizia… Piggì Battista ha dedicato un paragrafo del suo penultimo libro, “I conformisti. L’estinzione degli intellettuali d’Italia” (Rizzoli, 2010), proprio a Italo Calvino e alla sua intransigenza in alcuni casi non proprio libertaria (o forse libertaria più per sé che per gli altri…). Si inizia con George Orwell, l’antitotalitario Orwell (“Omaggio alla catalogna”, “La fattoria degli animali”, “1984”), definito da Calvino un «libellista di second’ordine» e oggetto di discussione fra lui e Pampaloni. Calvino «rimproverò aspramente l’amico Geno Pampaloni», scrive Battista, «colpevole di aver recensito favorevolmente 1984, dimostrando così inappellabilmente di non essersi “premunito dell’infezione di uno dei mali più tristi e triti della nostra epoca: l’anticomunismo”». Si passa poi più in dettaglio al racconto di un passato (sono parole di Battista) «di cui non c’è da avere nessuna nostalgia, nessun rimpianto». «Italo Calvino, ci ricorda una lettera del 1975 riesumata da “Liberazione” nel 2008, non poteva per esempio nemmeno ammettere che Claudio Magris dubitasse senza tentennamenti della liceità morale dell’aborto: “sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo”. Il pensiero dissenziente di Magris procurava un dolore così lancinante da indurre Calvino a decretare la fine di un rapporto personale (più tardi ristabilito): “Mi dispiace che una diversità così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia”».
 Per Battista, seppur caratterialmente “refrattario” Calvino finì per «trasformarsi» in una delle tante «sentinelle occhiute dell’ortodossia, autorizzate alla scomunica dei reprobi e dei “tiepidi”… A Pietro Citati, colpevole di non essersi accodato alla campagna censoria che precedette e accompagnò la pubblicazione del Dottor Zivago di Boris Pasternak, Calvino scrisse nel 1958 (due anni dopo i fatti d’Ungheria, per inciso) addirittura una lettera in cui deplorava una sua affermazione molto forte nei confronti dei comunisti: “ma sei matto? Forse ogni sfogo d’ira è giusto e sano, basta che dopo a ripensarci si arrossisca, come spero tu faccia”». No, ha ragione Battista di questa storia e di questi intellettuali non si può aver alcun rimpianto (bastano e avanzano quelli della nostra epoca, allora), ma di altri intellettuali sì; come lo stesso Calvino, o meglio l’altro Calvino (qui ritorna l’intima contraddizione del sanremese amante del “Tristam Shandy” di Sterne come lo era d’altra parte Ernst Jünger, uomo che si schierò e al contempo intellettuale di raffinate intuizioni), che in una lettera datata marzo 1970, e indirizzata al critico letterario e einaudiano Guido Davico Bonino (l’ha reso noto “Repubblica” del 16 settembre scorso, discorrendo della rassegna torinese “Portici di Carta” dedicata proprio a Calvino per i 25 anni dalla morte), esprimeva forte apprezzamento per Ezra Pound. Già proprio a Pound il poeta-critico fortemente “concreto”, la cui traduzione lo scrittore nato a Cuba consigliava vivamente al gruppo Einaudi («…il Pound di “Abc of reading”, libro bellissimo, quello sì sarebbe bello fare…»), e insieme a lui, per una nuova collana dal titolo “Centopagine”, consigliava pure Poe, Pirandello, Ortega y Gasset, Baudelaire, Oscar Wilde e tanti altri. Forse (forse) rileggendo i consigli che Calvino distribuiva per lettera agli alti responsabili dell’Einaudi (in primo luogo allo stesso Giulio Einaudi), alla casa editrice cioè che, comunque la si pensi, resta un orgoglio della cultura italiana (a leggere l’intera lista ce n’è per tutti i gusti davvero), sarebbe opportuno rivedere l’idea che Calvino sia stato un “semplice” sorvegliante o peggio il promoter di una cultura ad uso e consumo di una parte politica. Il freddo costruttore di un’egemonia, l’intellettuale che ha incarnato il “potere” delle lettere potendo decidere sui destini di questo o quello scrittore; riuscendo infine a decretare la messa la bando di una serie di personaggi “impresentabili” (come poteva esserlo il mussoliniano Pound per esempio) o “proibiti” perché dannosi alla causa del “socialismo”… e che sia stato invece, e “semplicemente”, un intellettuale alla ricerca di un contenitore, di una forma cui “modellare” la propria nobile sostanza. Non il solo dopotutto.
 Certo Calvino è probabilmente lo scrittore italiano della seconda parte del Novecento più noto all’estero grazie anche alle sue scelte diciamo così “oculate” (d’altra parte però, anche Guareschi, lontano anni luce dal sanremese è autore arcinoto); certo forse non tutte le opere di Calvino, i saggi critici su società e letteratura e quelli che strizzano l’occhio alle avanguardie sono fra le letture predilette dai giovani del Terzo millennio; certo fra le sue innumerevoli iniziative letterarie e fra i suoi interventi giornalistici (dal 1974 sul “Corriere della sera” e dal 1979 su “Repubblica”), sarebbe giusto operare una “selezione” in base alla forza “intrinseca” della loro attualità; certo, certo, certo… Resta comunque il fatto che Calvino è uno scrittore che appassiona; appassiona il suo primo libro, quello sulla resistenza (“Il sentiero dei nidi di ragno”), appassionano i “Racconti”, appassiona la trilogia dei “Nostri antenati”. Appassiona più di altro la sua scrittura, lo stile colto/ironico, i riferimenti al fantastico e alla realtà che lasciano spesso credere che l’uno possa facilmente comprendere l’altro. Appassiona il suo modo originalissimo di apparentare il sostantivo “libertà”. Appassiona soprattutto lui, Italo Giovanni Calvino da Santiago de Las Vegas, e più per un macroscopico difetto che per gli invidiabili e decantati regi. Il difetto, si dice di non essere un vero narratore (come Verne, come Poe, per fare due nomi… modelli irraggiungibili naturalmente), ma di essere “solo” un costruttore di storie, un bravo “ingegnere”, un bravo scienziato col pallino della fantasia
E se così fosse? Gli intellettuali di sinistra non hanno sofferto per anni del complesso del migliore? E non ci erano antipatici anche per questo? Non sarebbe il caso di apprezzarli adesso, visto che abbiamo “scoperto” l’esistenza di uno o due difetti? “Spesso nei rapporti umani siamo apprezzati più per i nostri difetti che per le nostre buone qualità”, così parlò Francois de La Rochefoucauld, uno che le due arti della penna e della politica riuscì a conoscerle davvero… E come lui Calvino, alter ego di quel Cosimo Piovasco che un giorno decise di salire su un albero perché esplorasse  un “mondo nuovo”. Un mondo che un giovane autore ebbro di bella politica aveva da sempre sognato.

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