sabato 5 febbraio 2011

Maria Zambrano

Vent’anni fa, il 6 febbraio del 1991, moriva a Madrid Maria Zambrano, figura singolare del pensiero filosofico europeo. Molto legata alla tradizione della sua Spagna, dalla quale tuttavia, in anni franchisti, si mantenne lontana (in esilio per 40 anni, per quasi metà della sua vita!), e contemporaneamente aperta a un sapere distante dalla soluzione ben “recitata” e dall’esaltazione della ragione.
 Queste caratteristiche fecero di lei una delle voci di quello che può essere considerato “l’altro Novecento”, il Novecento che diede spazio a una sorta di filosofia “reale”, “pratica”, a volte perfino “involontaria” (nel senso di non appositamente ricercata ma vissuta con passione assoluta), che si spingeva fino alla ricerca di un’“anima concreta”, il più delle volte segreta, posta al di là del “comune” stile di pensiero. Un Novecento riconoscibile anche da una cifra emozionale e non di contenuti, da ciò che “non si vedeva” più che da ciò che era visibile a tutti; il quieto pessimismo, per esempio, l’amara ironia, la coscienza del fallimento/superamento del passato “filosofare”, la consapevolezza di una più appropriata (e moderna) forma asistematica del pensare (con nuovi orizzonti e sentieri diversificati alla maniera di Heidegger o di Ernst Jünger); l’idea nietzschena di un esistenza mai pienamente vissuta, la consapevolezza infine che l’accoppiata umanismo e sacralità fosse, date le terribili esperienze del “secolo breve” e la crisi del pensiero contemporaneo, quasi del tutto inscindibile.
 Un altro Novecento del quale è parte, per esempio, Simone Weil, la cui filosofia nel corso della sua breve esistenza divenne vita tout court o gli intellettuali italiani che la Zambrano frequentò durante il suo lungo peregrinare; intellettuali come Elemire Zolla e Cristina Campo (fra la Campo e la Zambrano esiste un epistolario – Cristina Campo, Se tu fossi qui. Lettere a Maria Zambrano, 1961-75 – curato da Maria Pertile ed edito da Archinto) o intellettuali come Albert Camus, J. Paul Sartre e Emile Cioran che la Zambrano incontrò a Parigi, o perfino i nostri Carlo Emilio Gadda, Elena Croce e Alberto Moravia, che dal 1953 la filosofa nata nel 1904 a Velez-Malaga incontrò a Roma.
 Quello della Zambrano è un secolo di esperienze, umane, politiche, professionali, che gravano, eccome, sulle spalle di una “semplice” persona di sesso femminile. Oltretutto, una studiosa il cui pensiero nega l’astrattezza di chi ragiona per categorie; che, per dirne una, predilige i “maestri” o le “guide” alle fredde aule ove si impara questa o quella disciplina; che, infine, si destreggia in un ambiente che farebbe volentieri a meno delle intelligenze scomode, soprattutto se femminili
 Innanzitutto, dunque, c’è la questione del suo essere donna e studiosa-di-filosofia allo stesso tempo. Ai giorni nostri (e in Occidente), il sessismo ha perso per strada i suoi peggiori corollari, ma negli anni Venti e Trenta, in parti del mondo nelle quali si era “attenti” alla divisione dei ruoli, non era scontato che una “signora” potesse intraprendere una carriera tanto poco “femminile”. Ma la Zambrano seppe fare anche del suo “caso” e di quello di molte donne escluse da una carriera riservata agli uomini, un capitolo importante del proprio pensiero. Legò, per esempio, in un fermo abbraccio l’impresa «misericordiosa» di portare l’amore fra gli uomini – un amore del quale, secondo lei, non si assaporava la vera forza rivoluzionaria – all’emancipazione della donna; una donna portatrice di un modo diverso di concepire la relazione fra i sessi. E coerentemente alle premesse, sull’effettiva “diversità” (sul “prodigio della diversità”) pensò di costruire il nuovo rapporto uomo-donna; un rapporto nel quale la donna costituiva l’esatto opposto dell’uomo e non – come certo femminismo trionfante molti anni dopo – la sua pallida o “arrabbiata” imitazione.
 Allieva di Ortega y Gasset e di Xavier Zubiri, interprete fedele di Miguel de Unamuno e del poeta Antonio Machado, molto amico del padre, la Zambrano divenne assistente della cattedra di Metafisica dal 1931 al ’36. Appena il tempo di abituarsi a un ruolo che per le “ragioni del tempo” non poteva essere suo e fu costretta a vivere la terribile esperienza della guerra civile (Maria e il marito, lo storico Alfonso Rodriguez Aldave, erano repubblicani). Nel 1939 parte per l’esilio: Europa America, Messico e Cuba, qui si dà da fare fra corsi universitari e conferenze. Solo 27 anni dopo grazie a un articolo di J. L. Aranguren (I sogni di Maria Zambrano), in Spagna si ricomincia anzi si comincia a parlare di lei. Ma il pieno riconoscimento per il suo lavoro di moderna pensatrice, si ha solo negli anni Ottanta. Nell’84 la studiosa ritorna in patria; nell’87 nasce la fondazione che porta il suo nome e l’anno successivo, prima donna in assoluto, le viene assegnato il premio “Miguel de Cervantes”. Fra questi “episodi” che incorniciano un’esistenza non felice ma colma qua e là di soddisfazioni, si pone il suo pensare a metà strada fra la riflessione filosofica e il poetare con raziocinio. Fra la logica e la mera intuizione, fra la «mente» e le «viscere». Fra una filosofia “che si fa vita” come per i pensatori posti a cavallo fra il XIX e il XX secolo e una filosofia che trova le ragioni della speranza nelle “ragioni del cuore” (vedi Sant’Agostino) e nella pratica della confessione, capace di ricondurre ad unità la frattura oramai secolare fra cuore e “cervello”.
 Ci sono ambiti dell’agire umano e della “vita” completamente nascosti, silenziosi, a volte impossibili da esprimere, così scrive e testimonia anche col proprio vissuto Maria Zambrano. La sua ricerca filosofica è quella della pienezza della vita. Prima di ogni cosa, in scia alla grande tradizione dell’Occidente, come vita dell’“anima” (vita interiore, ovviamente), poi anche come vita di un corpo che brilla ugualmente di una propria trascendenza, poi infine e conseguentemente come libera apertura alle altre discipline: la mistica per esempio e la poesia («E tutti questi mondi», scrive «prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia…»). Ma pienezza di vita significa soprattutto “scelta”, o meglio scelta del modo di vita e scelta del punto di vista (un punto di vista che sappia cogliere tutto ciò che per tradizione è rimasto fuori dal cosiddetto “essere”). Per questo la Zambrano ha rinunciato alle appendici contemporanee del pensiero oggettivo (di tipo scientifico) rivendicando la libertà di non “fare del mondo” un oggetto di studio, al fine preciso di ridurlo – e con esso ridurre la “vita” – a un affare di fredda ragione, bensì soltanto di osservarlo con nitido realismo. Per questo la Zambrano ha “rinunciato” come molti pensatori al “dominio” razionale del mondo, scegliendo, invece, di apprezzarlo in tutte le sue diversità “costituzionali”. E anche per questo, infine, la studiosa ha rinunciato alle facili categorie (oltreché ai luoghi comuni), delle morali correnti per sposare la pienezza di un inaspettato divenire.
Le “scelte” di un “dominio razionale” del mondo che, anche secondo la Zambrano, riguardano la questione del dominio della tecnica, sono all’origine di un pensiero assolutista e assolutizzante, lo sappiamo bene. Un pensiero nemico non solo della democrazia, ma anche di quella realtà del sacro che precede quel mondo razionale di cui la Zambrano ha inteso forzare le gabbie. Ricordarla oggi, significa allora ribadire che il Novecento – secolo della complessità – fu anche il secolo di chi “brandì” le armi della poesia e dello spirito come segno di lotta per un ritorno della filosofia all’amore per il “sapere”.

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