venerdì 18 febbraio 2011

Meglio un libertario oggi che un fascista ieri, oggi e domani

E non lo vogliono capire. Non vogliono capire che i ragazzi cresciti con la tv, cresciuti a pane-cinema-libri e svaghi - dallo sport alla riunione in parrocchia, dal fumetto alla canzone del momento - non sono quelli degli anni Quaranta-Cinquanta, perché quei ragazzi affrontarono lo loro esigenze, ed ebbero modi e tempi diversi per lasciar sposare il sostantivo dei sostantivi, la libertà, alla più ordinaria delle esistenze.
 Ce lo hanno spiegato i grandi scrittori e giornalisti, col loro vissuto: da Montanelli a Flaiano da Brancati a Pasolini, ce lo hanno spiegato fior di saggisti e filosofi, ma ancora oggi possiamo dire che è stato quasi inutile.
 In Italia, fra giovani e meno giovani che si definiscono di “destra”, esiste una sorta di ideologia dell’“eterno”, un qualcosa che sta a metà fra un tradizionalismo balbuziente (del quale si capisce poco o nulla) e una sfiducia assiomatizzata verso il progresso. “Come si stava bene ics secoli fa” o “Ai tempi in cui c’erano le caste…”: frasi e motti che dopo aver letto non Freud ma solo Mark Twain, andrebbero immediatamente derubricate a barzelletta degna del miglior Berlusconi.
 Eppure, è ancora così che va avanti un certo “ambiente”; prestando orecchio alle frasi-fatte, ai motti antidiluviani, alle letture d’infimo ordine, alle voci di fantomatici complotti, alle sparate dell’egocentrico in giacca-e-cravatta; è così che va avanti nonostante l’impegno di chi, con pochi mezzi, aggiorna temi, dialoghi e frasari ai tempi (ai suoi e ai nostri). Nonostante gli sforzi di chi, riempita quella “cosa” che si chiama “destra” di significati da Terzo millennio, decide di lasciare da parte quelli archeologici da Terzo secolo.
 Fra i principali sostenitori di una “destra” finalmente nuova Luciano Lanna, direttore responsabile del Secolo d’Italia, oggi quotidiano più che mai battagliero. Qui parleremo del suo ultimo saggio, in libreria proprio in questi giorni: Il Fascista libertario (Sperling & Kupfer, con prefazione di Luca Barbareschi).
 Un viaggio culturale fra contraddizioni politiche del tutto “naturali” (perché il Novecento è il secolo delle contraddizioni, piccole e grandi, “benigne” e “maligne”: delle rivoluzioni-conservatrici, delle rivoluzioni che si scoprono regime, dei nietzscheani di destra e di sinistra, degli avanguardisti che diventano tradizionalisti, degli atei che fanno pace con la Chiesa e dei cattolici che sono anche comunisti), e contraddizioni del tutto “volute” perché chi è nato nei Sessanta sa bene che, per la seconda metà del Novecento, non è possibile utilizzare un lessico “politico” da Rivoluzione francese. Lanna lo scrive da tempo, molti non se ne rendono conto.
 Poniamo il caso del Sessantotto, anzi del lungo Sessantotto. Già agli inizi del Sessanta, fra i giovani universitari si dibatteva sulla cultura ribelle americana. Kerouac era sulla bocca degli studenti italiani, il “mito” di un’America indecifrabile (bella o brutta che fosse) aggiungeva un altro paragrafo alla sua non lunghissima storia. Ebbene, come classificare quei giovani che scoprivano le pratiche Zen, che amavano Hemingway, Pound, e ammiravano l’Europa, che, per dirla con Massimo Teodori, «si ribellavano» a un «ordine sociale» borghese, rinato a nuovo conformismo?
 Perfino Evola ebbe qualche difficoltà a distinguere all’interno del beat il lato “positivo” dal “negativo”; ed ebbe difficoltà (lui che da giovane era stato “rappresentante” dell’avanguardia delle avanguardie cioè di Dada, collettore di scorrettezze e contraddizioni), perché era un uomo dell’Ottocento. Perché era un conservatore (leggiamo il libro di Alberto Lombardo, Evola, gli evoliani e gli antievoliani, per esempio). Di più: perché era un catastrofista. Quello di Evola era un “anarchismo” di destra che dava fiducia-zero al futuro e ai fenomeni che non prendessero le mosse dalla sua idea di “Tradizione”; un’utopia nata contro il mondo moderno pronta a trasformarsi in quella che Vittorini avrebbe tranquillamente etichettato come l’arte o la letteratura della mera consolazione.
 Lanna, che pur apprezza il coté ribelle di Evola, scrive non per la prima volta ma per la prima volta in un Millennio abbastanza avaro di idee e libri (salviamo, ancora, il saggio assai stimolante di Roberto Alfatti Appetiti, All’armi siam fumetti, già recensito su Linea nei giorni scorsi), di un «orizzonte aperto della politica», all’insegna di una partecipazione che non sia a compartimenti stagni, che non sia “ignorante”, che vada oltre le ideologie e le visioni del mondo ereditate da uno o due secoli di storie ad usum delphini, e che sia popolare, mai sorda alle forme “gramsciane” come non lo fu l’Italia del secondo dopoguerra. Che infine sia responsabile e estranea ai “sentito dire”, non come la partecipazione, francamente risibile, di un giovane Accio Benassi che conquistata la tessera da “fascio”, voleva arricchire il mondo solo delle sue sciocchezze.
 È indicativo, oltreché finalmente incoraggiante, che Lanna apra il suo libro non con le pappardelle al sugo sulla “destra” ai tempi di Mussolini e poi di Almirante, finendo con l’elogio dei combattenti della Repubblica sociale italiana (pur citati), e dei giovani e meno giovani del ’43 che avrebbero salvato l’onore d’Italia... No, Lanna lo apre parlando del suo vissuto da ragazzo del 1960 (nato quindici anni dopo la guerra!), della Beat generation, dei complessi che hanno fatto la storia del pop in Italia “Nomadi” e “Dik Dik”, dell’ecologia i cui temi “urgenti” sarebbero esplosi ben più in là degli anni fascistissimi, e delle nuove frontiere della coscienza religiosa che non c’entrano nulla col Concordato, ma semmai col più “moderno” Concilio di Giovanni XXIII e Paolo VI.
 Il biglietto da visita di Lanna non è “risorgimentale” e “fascista” insomma, nel significato anche gentiliano che la combinazione dei termini suggerisce a chi mastica di dottrina, ma libertario tout court (l’ossimoro del titolo, ne siamo convinti, è un omaggio al miglior passato, suo e nostro…), perché quella libertaria è la cifra del suo e del nostro tempo, rivelatasi attraverso l’opera dei “maestri” che seppero dire no ai regimi o che vennero esiliati perché “impresentabili”.
 Prima Tolkien (mito anche per gli “hippy”) e i film sulla libertà da conquistare a caro prezzo, come Easy Rider, manifesto della “New Hollywood”, poi ancora le esperienze politiche in un mondo che sta mutando, fra i Sessanta e i Settanta, come mutava agli albori del Novecento. Ovviamente Lanna si forma sugli autori di una “destra” uscita a pezzi dalla guerra, quella che ha costituito la base del nostro immaginario. Dai “collaborazionisti” francesi a Ernst Jünger (che non era più quello degli anni della giovinezza). Si tratta di autori che oggi, salvo qualche “indesiderato”, sono pietre miliari della letteratura internazionale. È inutile nominarli.
 Ad alcuni hanno dato il Nobel. Ad altri è stato negato per motivi di “opportunità” politica. Ad altri ancora, infine, si negheranno i “festeggiamenti” per i cinquant’anni dalla morte. Così va il mondo… Un patrimonio della “destra”, tanto per cavalcare le “contaminazioni”, che non è solo di “destra” e che si è tramutato in denaro sonante anche per una “sinistra” libera, colta e intelligente.
Ora che le ideologie sono sepolte, ora che la politica ha bisogno di nuove risorse, è arrivato il momento che si restituisca il favore

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