mercoledì 16 febbraio 2011

Quando la commozione abitava a Sanremo

Brutte canzoni, le musiche sono più o meno sempre le stesse (fra pochi mesi non le ricorderà nessuno e non mancano i plagi); le case discografiche fanno il bello e il cattivo tempo e lo spazio per le libertà dei cantanti è troppo poco – almeno per i non divi, che certe “libertà” non se le possono permettere (ancora). Polemiche su selezioni e votazioni; ci sono però tanti giovani, e già si intravedono novità di indubbio interesse
 Sanremo 2011? No, cari ragazzi, Sanremo 1971. Ci siamo divertiti a ripassare quotidiani, riviste, pagine web (e qualche piccolo appunto personale), del festival di quarant’anni fa, per scoprire che, nell’Italia delle note, un po’ “gattopardianamente” tutto è cambiato per rimanere sostanzialmente com’era prima. E com’era prima? Era tutto un po’ italiano... tradizionalisti vs. sperimentatori, juventini vs. interisti, democristiani vs. comunisti… detrattori vs. difensori del festival. Quarant’anni fa c’era chi diceva che il festival fosse troppo poco esterofilo, chi che non lo fosse per niente; alcuni avrebbero voluto contestare perfino gli uscieri, altri (magari dopo aver urlacchiato un po’) si sarebbero accontentati di avere l’autografo di Don Backy o della Cinquetti., o di abbracciare l’Adriano-nazionale. I più intransigenti, naturalmente, avrebbero voluto abolirlo
 Nel 1971 in Italia si sentiva aria di cambiamento. Solo che (parliamo della canzone) questo cambiamento non si sapeva bene cosa fosse e fino a quale punto si potesse spingere. C’era ancora chi diceva che da molti anni la canzone italiana di successo fosse esclusivamente alla mercé dei buoni traduttori dall’inglese e che ciò che accadeva nel Paese non sarebbe mai entrato dalle porte del Casinò di Sanremo.
 A tutto questo si poteva aggiunge che il grande mercato anglosassone era praticamene sordo alle nostre melodie e che il cambio “generazionale” fra stelle delle musica in realtà non c’era mai stato. Il festival del 1971 è forse uno degli ultimi festival vecchia maniera, quello che precede il “crollo” dei Settanta ma che nasce proprio all’insegna della crisi. Punto primo: in giro c’è aria di contestazione, la smania del “dibattito infinito”, prende anche gli stessi cantanti che due giorni prima dell’inizio della gara si riuniscono insieme al giornalista e scrittore Giovanni Arpino al teatro Astra.
 Qui c’è un trio mica da ridere - Adriano Celentano, Domenico Modugno e Lucio Dalla, tre vie diverse: beat, tradizionale e popolare - che parla di canzoni, di cantanti e di Sanremo; e c’è la gente che ascolta, che “interroga” gli artisti e sottolinea – e a quei tempi si faceva con frequenza – che le distanze fra la fonte e il destinatario dell’“opera d’arte” si sono irrimediabilmente accorciate. Siamo in piena era pop, e ogni cosa è “a portata di mano”. A volte troppo. Ma in giro c’è anche una crisi diversa, che riguarda stavolta le case discografiche, all’eterna ricerca dell’artista da lanciare e smaniose di accontentare la fetta di mercato emergente: quella composta dai giovani pazzi per la moda.
 I grandi cantanti del passato più recente (Morandi e Ranieri fra gli uomini; Mina la Vanoni e la Zanicchi fra le donne), cominciano a disertare Sanremo, perché temono di pagare per tutti, e di scivolare lungo la china di una crisi che, adesso in Italia, non è solo di talenti (o di voci, come sostenne Lietta Tornabuoni sulla “Stampa” scrivendo che oramai in Italia a cantare erano quelli come Topo Gigio), ma anche di “rapporto” col pubblico, e di una cosa che si comincia a chiamare feeling. Non per niente quella che poi sarebbe diventata una delle più grandi discografiche dei nostri giorni, Caterina Caselli, suggerisce, proprio alla vigilia del XXI festival, di trasformare la gara canora in una Woodstock italiana…, perché oramai è impossibile non tenere conto che la musica è davvero un’altra cosa e che con gli addobbi floreali e le scenografie “rubate” alla Scala di Milano, non si va proprio da nessuna parte.
 Se la vogliamo buttare sull’immagine poi, anche quella del 1971 è un’Italia molto sexy (sexy come le due belle di quest’anno Belen e la Canalis), ma un po’ più pulita di quella di oggi. Minigonne ascellari (andatevi a vedere le foto di Marina Occhiena o della conduttrice Elsa Martinelli), bellezze di contorno e tanta voglia di allegria, ricordano a tutti – grandi e piccoli – che la rivoluzione dei costumi è entrata dentro le case di ciascuno di noi, e che le commedie “spinte” con Lando Buzzanca e Giancarlo Giannini (al cinema, cinque spettacoli al giorno!), avrebbero continuato a provocare scandalo solo per pochi anni.
 Come sempre, in quel ’71 (e anche quest’anno!), a darsi battaglia stelle del passato, lontano e recente, outsider, rivelazioni e giovani venuti fuori - non dai talent televisivi ma - dai concorsi per voci nuove o “scoperti” qua e là lungo lo Stivale. Molti – e qui la differenza c’è eccome! – non sono per nulla dei divetti, e per andare a cantare a Sanremo prendono perfino le ferie. C’è chi non ha trovato la strada giusta ed è perfino impiegato alle Poste, e c’è chi sarebbe rimasto un Carneade per tutta la vita… Accanto al divo Josè Feliciano, pezzo da 90, portoricano di Harlem, cieco dalla nascita e famoso, al tempo, come Barbra Streisand e Frank Sinatra, il coro “alpino milanese” vicino a Celentano; e poi i Nomadi, i Dik Dik, l’Equipe 84 (accanto a Dalla), la Formula 3 (il gruppo più nuovo, vicino a Battisti), i New Trolls e i Giganti. I gruppi del pop italiano, tutti chi più chi meno, a fare bella mostra di sé. Insomma: come sempre c’e n’è per tutti i gusti.
 Ad aggiudicarsi il festival del ’71 (tre serate: dal 25 al 27 febbraio, per un evento che è, ancora, musicale e non televisivo come adesso) è comunque un bel terzetto (vedremo quest’anno, invece). Nonostante siano trascorsi quattro anni il “fantasma” di Tenco sembra aggirarsi ancora se non fra le stanze del Casinò di Sanremo almeno fra quelle dei giornalisti, che utilizzano il “metro-Tenco” per valutare stile e vocalità di quasi tutti i cantanti maschi. Ma forse esagerano un po’. Al primo posto si classificano Nada, rivelazione del 1969, e Nicola Di Bari “stella” del 1970; cantano Il cuore è uno zingaro, sono entrambi e per parte loro due cantanti “per pochi” ma di origine contadina. Oggi si potrebbero incontrare per qualche teatro o locale seminascosto. Nada è giovanissima e a tratti timida, e negli anni diventerà anche scrittrice; Di Bari è il classico “poeta” un po’ mieloso ma di buona scuola, in Italia del tutto dimenticato (bisserà la vittoria nel ‘72), continuerà ad avere successo soprattutto all’estero.
 Entrambi hanno una voce singolare, la loro canzone è di Franco Migliacci l’autore di Volare e di Claudio Mattone (prediletto, in seguito, da Renzo Arbore). Al secondo posto si classificano i Ricchi e poveri e Feliciano, la loro canzone, Che sarà, è un inno alla gente che va via dal paese natio, è un brano molto orecchiabile e un po’ triste, di un’attualità che col passare degli anni diventerà quasi “eterna”. Classica canzone festivaliera scritta ancora da Migliacci e da Jimmy Fontana grande amico di Feliciano.
 «Ma il vero trionfatore di quell’edizione del festival è Lucio Dalla» con la sua quasi-autobiografica Gesù bambino da subito ribattezzata (causa censura) 4/3/1943. A scriverlo è Gianni Borgna ex assessore alla cultura della Capitale nel suo L’Italia di Sanremo (Mondadori 1998), un libro dedicato al festival dei festival e a quel tanto che accadeva, nel frattempo, nella società italiana. Dalla è personaggio non nuovo per il festival ma il suo non-conformismo intelligente stavolta fa presa su tutti. È un cattolico che si presenta come un contestatore che piace ai ragazzi. Ha offerto, inoltre, fin dal debutto, pochi punti di riferimento rispetto alla “canzone che fu”. È un traghettatore: dal vecchio al nuovo festival. Oltre a costituire una grossa novità dal punto di vista musicale, la canzone scritta da Dalla e da Paola Pallottino “allieva” di Aldo Palazzeschi (un testo “difficile” dedicato a una ragazza madre) diventa un grande successo internazionale, in Sudamerica, Giappone e Francia.
 A dar retta alle cronache sanremesi, Il cuore è uno zingaro è la favorita della vigilia. Come volevasi dimostrare: il pronostico viene rispettato. Ma le polemiche (impossibile che manchino, a Sanremo) non sono di quelle che fanno storia. Anzi. Feliciano e Dalla, risultano i più apprezzati dalla critica, e apprezzati da una buona fetta di pubblico che si è perfino commosso sentendoli cantare. Già… pare infatti che anche in quel 1971, in pieno acquazzone contestativo, il pubblico abbia pianto di commozione.
Difficile (forse impossibile), che tutto questo si ripeta nell’A.D. 2011… Cronache di un tempo in cui le canzoni emozionavano e venivano apprezzate dal “popolo”, di un tempo che, da questo punto di vista, non tornerà mai più.

2 commenti:

  1. Ti consiglio i video - su youtube - di 4/3/1943 cantata da un Dalla 'implume' e di Che sarà, interpretata da José Feliciano. Che emozione!

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