giovedì 10 febbraio 2011

Trent'anni dopo

Edoardo Bennato appartiene a tutti noi.
 Ai giovani che fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta vissero il passaggio fra due epoche. Per molte ragioni, opposte. Con la sua ironica dissacrazione – che aveva eguali solo in Rino Gaetano – con la sua filosofia da compagnone di emozioni, Bennato compose la colonna sonora di una generazione unica che abbinava la spensieratezza emergente alle punte di una riflessione che si chiamava impegno. Al volgere di un’era da Saturday night fever, burlandosi del potere e ribellandosi con divertimento il cantautore napoletano seppe colpirci con ironia; seppe andare a braccetto con le fiabe che reinventò per chi era ai margini dei supplementari delle ideologie. Fece sorridere e cantare insieme, perché fu al di là dei “tempi tristi” o degli sballi “necessari”. Fu un amico che stava nel mondo e ci invitava allo stesso tempo a fuggirne. Adesso che l’acme del suo grandioso successo ha compiuto trent’anni - una tappa mica da ridere: se n’è andata una generazione e mezzo – lo vogliamo ricordare come parte fondante la nostra idea di giovinezza. Bennato ha rappresentato l’artista impostosi grazie all’originalità delle composizioni; un anticonformista che “c’era” e non “ci faceva”, parafrasando una frase – riferita ad altri – di Renzo Arbore, che fu fra i primi a lanciarlo in radio durante “Alto Gradimento”. Se non possiamo non definirci ammiratori di Rino Gaetano, non possiamo non dirci anche bennatiani.
 Spulciando la biografia di questo sessantenne Peter Pan, ci accorgiamo che la strada che lo condusse alla notorietà all’inizio dei Settanta era battuta da nobili presenze. Perché perfino in un mondo – quello dello spettacolo leggero e della canzone – ove tutto sembrava casuale o artificiale, due più due dava sempre quattro e i bilanci erano lo specchio di una carriera affrontata con le qualità opportune. Come tutti i cantanti cresciuti nei Cinquanta-Sessanta l’influsso della musica oltreoceano fu decisivo per la carriera del giovane napoletano che rimase affascinato dal grandissimo Chuck Berry, da Jimmy Smith e dal suo organo “Hammond”, da Paul Anka, fra parentesi autore di My Way, da Neil Sedaka e da chi – si trattasse di Renato Carosone o Peppino di Capri – guardava al nuovo mondo con qualcosa di più di un semplice interesse. Nessuno potrà mai negare la somiglianza fisica fra Bennato e Bob Dylan dovuta anche all’utilizzo dell’armonica durante le esecuzioni dei brani.
 A parte la mamma (che lo sostenne fin da ragazzo e alla quale il cantautore napoletano dedicherà una delle sue canzoni più belle e ascoltate: Viva la mamma), nel suo destino di artista entrano molto presto pezzi grossi come il discografico e talent scout Vincenzo Micocci – il “Vincenzo” della canzone Milano e Vincenzo di Alberto Fortis, Herbert Pagani, uno degli autori prediletti da Dalida, con cui collaborò  alla fine dei Sessanta, Bruno Lauzi, Bobby Solo, Alessio Colombini e Mogol che lo metterà sotto contratto per la casa discografica “Numero Uno”. Qui Bennato incide tre 45 giri, fra i quali il primo completamente suo, testo e musica, (Goodbye Copenaghen) e nel ’70 una cover di 1941 brano di Harry Nilsson cantautore newyorkese che vantava collaborazioni con John Lennon ed era autore di the Point una deliziosa fiaba in musica (trasmessa dalla Rai in anni di comuni splendori) con la voce narrante di Ringo Starr.
 Se insieme al fratello Eugenio dà vita al secondo 45 giri della sua carriera (Marylou - 1969), grazie a Patrizio Trampetti anch’egli della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Bennato pubblica Un giorno credi. Nasce così un brano che potremmo definire dolceamaro e “filosofico” (nulla di astruso ma tanto tanto di emozionante), che rimane fra le canzoni più note di sempre. Una di quelle melodie pronte a convincerci che i filosofi (in senso lato per carità), quelli che come diceva Manlio Sgalambro riescono ancora a comunicare qualcosa, oggi si chiamano Edoardo Bennato, Adriano Celentano, Fabrizio de Andrè e pochi altri. Un successo mai diventato singolo ma che Bennato inserisce nei primi due Ellepì, Non farti cadere le braccia (1973) e I buoni e i cattivi (1974) come manifesto di una nuova sensibilità melodica.
 Siamo così all’inizio della scalata al successo. La nostra generazione ha un preciso ricordo delle copertine dei 33 giri di Bennato, essa è testimone di un successo che può facilmente definirsi “integrale”. Musica, parole e grafica, qualsiasi cosa è servita costruire la buona riuscita dei “concept album” di Bennato (dischi che possiedono un filo conduttore unico, una storiella con tanti capitoli divisi in più tracce), fra i più noti insieme a quelli di De Andrè. Prendiamo per esempio I buoni e i cattivi ove Bennato celebra, sempre con ironia, il proprio relativismo etico. In copertina stanno due carabinieri di spalle (uno dei due è lo stesso Bennato), ammanettati fra di loro; la metafora è chiara: impossibile distinguere fra buoni e cattivi, impossibile perché chi detiene il potere in qualunque ambito lo eserciti stabilirà che solo i propri sono valori “buoni” mentre gli altri – tutti gli altri – sono “cattivi”. Colpisce di questo 33 giri la bellissima In fila per tre, un manifesto della ribellione giovanile che non sfigura affatto accanto ai migliori brani di Giorgio Gaber e dello stesso Faber- De Andrè.
 Nel 1975 e nel ’76 escono rispettivamente Io che non sono l’Imperatore e La torre di Babele due ellepì che definire capolavori non sarebbe azzardato. Capolavori di tecnica musicale (lato sensu), dove Bennato “elettrizza” e ravviva la tradizione cantautorale e italiana sposandola ai ritmi d’oltreoceano dal rock al blues, per fare qualche nome: alle chitarre troviamo Shel Shapiro ex leader dei Rokes e Roberto Ciotti, al violino Lucio Fabbri, alla batteria David Walter dei “Libra”. Il primo dei due dischi verrà anticipato da un altro 45 immortale Meno male che adesso non c’è Nerone,  e da alcuni raccontini di vena surreale che il Nostro pubblicherà sul settimanale “Ciao 2001”. Si tratta di dischi straordinari pubblicati in periodi “straordinari”. Ironia e sarcasmo, critica del potere (non si salva neanche il papa) e note autobiografiche è un mix che solo a tratti sconfina in quell’impegno sociale che nulla concede al gusto del cantante alla moda. Si riascolti per esempio Cantautore un brano che si fa beffe dei musicisti “impegnati” e del piedistallo sul quali i giovani issano i loro beniamini. Nel secondo dei due ellepì spicca ancora la bellissima copertina antimilitarista ideata dallo stesso autore.
 Siamo al clou. Nel 1977 e nel 1980 escono gli album più noti di Bennato, quelli dedicati a due fiabe, “Pinocchio” (Burattino senza fili) e “Peter Pan” (Sono solo canzonette), che meglio di tutti ne caratterizzano lo stile musicale e del testo. Oggi è chiaro che la vena surreale del cantautore napoletano – ironica e apparentemente mai triste – potesse sfociare nel “racconto” vero e proprio d’ispirazione fiabesca. Nella fantasia delle fiabe sono riassunti con umorismo leggero i temi della grande storia dell’uomo, le questioni della verità e della menzogna e dei cosiddetti mondi possibili e/o paralleli. Tutti argomenti, inutile dirlo, cari a Edoardo Bennato.
 Fra i due 33 giri, però (e incredibilmente appena quindici giorni prima l’uscita del secondo), c’è un colpo di scena. Bennato pubblica Uffa! Uffa! (1980), che rimane l’omaggio maggiore alla sua vena surreale. È un ellepì apparentemente con poco senso, strambo più che strano, dissacratore come quasi nessuno, frutto di autentici momenti di creatività, autoironico, per certi versi anche fuori dal tempo, il cui scopo è dimostrare quanto le logiche del mercato (che vogliono un disco per volta per ogni autore), siano completamente false.
 Ma, nel frattempo, è uscito Burattino senza fili (a nostra memoria pochi i successi accostabili al quinto ellepì del napoletano), che è una sorta di nobile baricentro fra il Bennato precedente e quello successivo. I temi sono sempre quelli: l’esistenza di verità diverse, i mille volti del potere (si ascolti per esempio: Dotti, medici e sapienti), le maschere e le costrizioni della società (È stata tua la colpa). Le melodie in rima sono indimenticabili. Riconoscibile qualche nota di un pessimismo che sarà la colonna sonora dei momenti grigi della società dei Settanta. Un pessimismo reso però più dolce dalla spontanea gaiezza dei giovani che non volevano arrendersi a un futuro già scritto: un cocktail di allegra sincerità mai più riuscito.
E forse proprio a quei giovani – magari senza saperlo – Bennato oramai divenuto il nostro compagno di giochi, dedicherà il suo album principe, Sono solo canzonette, un album “libero”, eclettico (dal rock all’opera lirica), a testimoniare un elogio sincero della fantasia in tandem con la condanna della violenza. Sarà questo disco che alternandosi in vetta alle classifiche di vendite con Uffa!Uffa! e The Wall dei Pink Floyd a chiudere un’intera stagione per il grande Bennato (che forse in parte riuscirà a ripetersi col successivo fiabesco ma più “moderno”: È arrivato un bastimento - 1983). Il capitolo successivo del disimpegno - insieme alle nuove frontiere della musica elettronica - sta infatti già creando nuovi gusti. È cominciata una nuova era musicale e a trent’anni Bennato è già entrato nella storia.

3 commenti:

  1. Ebbravo Marco! Un altro argomento che mi piace un sacco!
    Per me va tuuutto proprio bene! :-)
    e per te?

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  2. Non c'è male. In questo momento sento freddo,nonostante si dica che la festa di sant'agata (5 febbraio) qui da, noi sia la "prima festa dell'estate". insomma ci avviamo alla lunga primavera...
    ti chiedo: tempo fa ai citato Giorgio La Pira se non sbaglio, per quale motivo, hai partecipato a qualcosa che lo riguardava? oppure?... ho un pezzo in questi giorni (ho anche visitato casa sua).
    ciao-ciao-ciao.

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  3. Ehm... è tutto qua ciò che so, e che ho scritto su di lui:
    http://presanellarete.weebly.com/1/post/2011/01/incontri-a-messa.html

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