venerdì 4 marzo 2011

Famiglia felice

Cominciamo col dire cosa Happy Days, la notissima sit-com andata in onda negli Stati Uniti dal 1974 e in Italia dal 1977, non è. O meglio cosa non rappresenta. È facile capirlo dal titolo: non rappresenta l’America “brutta”, l’America in guerra e anche quella non in guerra ma impensierita dai turbamenti politici e da manciate di giovani un po’ guasconi o un po’ “bruciati”. Happy Days è probabilmente la sit-com più nota della storia della programmazione statunitense esportata in Italia, e nasce come la storia di una famiglia di Milwaukee – i Cunningham – ambientata negli anni fra il Cinquanta e il Sessanta, anni felici (e idealizzati), incastrati fra le fatiche americane: il maccartismo, la guerra in Corea – finita nell’estate del 1953 – e quella ben più ponderosa del Vietnam.
In special modo, Happy Days, non è American Graffiti, il film di George Lucas del 1973 fra le prime testimonianze del revival Usa anni Cinquanta e Sessanta, film al quale la serie viene spesso accostata, e che disegna un’America del ’62, assai poco “felice”.
 Quella di Lucas è un’America che sta per affacciarsi negli anni delle illusioni perdute, ben rappresentata da quattro amici (Richard Dreyfuss, Ron Howard, Charles Martin Smith e Paul LeMat) che vagano senza meta in una notte come tante, incapaci di immaginarsi adulti e di fare un passo verso le anticamere del “sogno”. American Graffiti è il “prologo” di un’America che si accosta al baratro di una contestazione informe e psicologica; la contestazione in pillole (e per ciò stesso quasi indefinibile) dei teppisti e delle loro corse in macchina. Unica meta, unico scopo, unico svago: le donne, le canzoni del dj“Lupo solitario” e le piccole grandi violenze di una città misteriosa e inafferrabile.
 Happy Days invece è la versione  mansueta e familiare dell’America che precede il Vietnam. La faccia “nobile” di una medaglia di buona lega. L’America un po’ conformista dei miracolosi Cinquanta, quella dell’esplosione dei ceti medi ma anche del baby boom. Happy Days celebra la famiglia com’era, come non è e come (forse) mai sarà. Papà (Howard), mamma (Marion), due figli maschi (Charles e il più noto Richard) e una femmina (Joanie). Lui possiede un negozio di ferramenta, lei è casalinga, i ragazzi sono poco più che adolescenti.
 I problemi dei Cunningham sono i problemi legati al tempo libero (non grandi problemi) e soprattutto al futuro dei figli. La società del benessere, se è una vera società del benessere, permette dunque di progettare il futuro nel migliore dei modi
 Per far capire cosa fosse l’America negli anni Cinquanta e come ambiente e vita quotidiana si influenzassero a vicenda, riportiamo un passo della Storia degli Stati Uniti d’America di Massimo Teodori (Newton 1996): «Ancora più importanti per l’American Way of Life furono i movimenti interni alle aree metropolitane. Sconfinate distese di case unifamiliari circondate da piccoli giardini divennero l’abitazione preferita degli americani che abbandonavano i centri delle città per vivere in quelli che si chiamarono suburbs, privi di centri civici e di attrezzature sociali, dominati da esistenze racchiuse nel centro privato. Automobili, monoabitazioni ed elettrodomestici rappresentarono, a un tempo, l’aspirazione dell’americano medio approdato al benessere e il limite sociale della sua vita … Fu in questo contesto dominante in gran parte dell’America urbana che un senso di conformismo pervase l’intera società…».
 I Cunningham sono circondati da amici. All’interno del telefilm le questioni generazionali sono lasciate in secondo piano (Happy Days non è la Gioventù bruciata di James Dean!). Genitori e figli (ricorderanno però gli appassionati che il figlio maggiore dei Cunningham, Charles, apparirà solo di rado per poi sparire completamente…), si dividono grossomodo le stesse amicizie, o meglio: i rapporti fra adulti e ragazzi sono di assoluto rispetto: i genitori accettano le compagnie dei figli e i figli non osano delegittimare il ruolo dei genitori. Famiglia felice insomma, tale da giustificare pienamente il titolo della serie.
 Ralph Malph e “Potsie” Webber, i due amici di Richard Cunningham/Ron Howard (in seguito, come sanno i cinefili, diventato uno dei registi più importanti di Hollywood), sono due tipi un po’ grulli, e sono tutt’altro che teppisti da “notte brava”... Anche Ralph e “Potsie” dunque offrono leggerezza alla sit-com: battute, risate, risatine e condotte un po’ maldestre, narrano di una certa spensierata “felicità”, soprattutto adolescenziale. Lo si diceva negli anni Settanta: una “felicità” che può essere di questa terra e soprattutto di un’America ricca, pacifica e moderna
 Tutto così Happy Days? Non proprio. Quello della famiglia Cunningham è un telefilm leggero, godibile, forse a tratti “fiabesco” – per il più classico dei sogni americani – ma non è un telefilm insipido o, peggio, insincero. Pian piano, all’interno delle 11 stagioni televisive – 255 episodi in tutto – prenderà infatti corpo la figura di un nuovo idolo per chi non ha mai smesso di amare il “disordine” (anche se un disordine un po’ soft). Si tratta del meccanico di origine italiana Arthur Fonzarelli soprannominato Fonzie.
 Oggi, soprattutto in Italia, dopo più di trent’anni nessuno si è dimenticato di lui e di chi lo interpretava, cioè il newyorkese Henry Winkler. Vuoi perché Happy Days è stata replicata per una serie infinita di volte – anche adesso è in programmazione per le reti Mediaset – vuoi perché quella del Fonzie è una figura incancellabile, anzi limite. È ribelle ma anche rassicurante, è simpatico e comunicativo (i suoi intercalari e i suoi “tic” sono rimasti celebri), ed è razionale, giudizioso e “folle” quanto basta.
 Motorizzato-latin-lover carismatico nella sua “uniforme” anni Cinquanta formata da Jeans, stivaletti, maglietta e inseparabile giubbotto (il più delle volte di pelle nera), Fonzie, a suo modo, è anche molto elegante… è il tocco da maestro per l’America dei Settanta, è il cattivo non-cattivo, è la “quadratura del cerchio” all’interno di un magmatico ambiente giovanile. È il “ribellino” che tutti vorrebbero in famiglia. Fonzie è un antiborghese, che sceglie in assoluta libertà la quasi-irreggimentazione familiare. Il testimone “vivente” che fra la ribellione aperta e la normalità familiare è possibile una (felice) terza via.
 A prima vista, è il classico bullo anni Cinquanta, come il giovane meccanico fra i protagonisti di American Graffiti (quello che farà la corsa in macchina). Ma Fonzie è qualcosa di più di uno spaccone e per giunta nottambulo. Non ha una famiglia e ne “adotta” una sua (la famiglia, ovviamente, è quella dei Cunningham); è un ribelle sentimentale che ama la libertà, è coraggioso e accetta le sfide ma non è un violento, non è un provocatore, né un perditempo. Apprezza l’onestà, è assai rispettato e rispetta chi ha stima di lui. Arthur possiede infine una morale inattaccabile (da leggere fra le righe): tutto quel che si è bisogna guadagnarlo, anzi meritarlo, soprattutto bisogna saperlo mantenere... Insomma, Arthur è fondamentalmente un buono, un tipo alla James Dean (peraltro suo idolo), che non va incontro alla morte e che sceglie la vita, per sé e per gli altri. Un tipo che si è accorto che i ribelli-senza-causa hanno parecchio da perdere. Una buona famiglia (acquisita) per esempio, con mamma, papà e fratelli che regalano stima, affetto e comprensione.
Fonzie è un bello-e-dannato che piuttosto che optare per l’inferno sceglie il più “borghese” purgatorio. Non proprio uno stupido ci verrebbe da dire

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