martedì 1 marzo 2011

L'amore da Picasso a Brigitte Bardot

Parigi, cimitero di Montparnasse. Luogo dei grandi di Francia, dunque del mondo. Imboccate il primo vialone a destra e troverete la tomba di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir semi-abbandonata, snobbata dai turisti, che guardano e passano oltre (non vorremmo dirlo, ma è così). Passano dove? Passano a chi? A Tristan Tzara il papà di Dada? A Ionesco il papà dell’“assurdo”? A Baudelaire il papà dei poeti deliranti? Sì, forse. Ma… non ne siamo sicuri... Di una cosa invece siamo certi da visitatori di Montparnasse, che girando per quei luoghi indefinibili troverete tante, singolari, testimonianze di affetto sulla tomba di Serge Gainsbourg, divo addormentato della Parigi di pochi anni fa. Stella maledetta, stella innamorata di uno stile che non era beat, non era casual, che non era pienamente rock o jazz e nient’altro, ma che era semplicemente il suo. Di Serge l’ebreo-russo scampato ai totalitarismi (nato Lucien Ginsburg); dell’uomo dalla “testa di cavolo”, per parafrasare il titolo di un suo celebre disco del 1976, dell’uomo che amava musica, sigarette, alcol e poc’altro. E a volte (non sempre) anche la vita.
 Sono passati vent’anni dalla morte di un personaggio che sembra inventato: il brutto che piace, il brutto che prende carta e penna, si mette al pianoforte e compone musiche indimenticabili, il brutto che si comporta come un cafone con donne e uomini; grandi e piccoli. Lo “sporcaccione” che ha successo. Gainsbourg è un romanzo del Novecento al passaggio fra epoche diverse: dalla pudicizia intollerante alla tolleranza ancora un po’ pudica, fino (quasi) al “tutto è permesso” a un’artista; come Casanova il veneziano Gainsbourg ha saputo scandalizzare al momento giusto e con le persone adatte. A chi è stato fidanzato con Brigitte Bardot, si dice, molto può essere permesso. Perfino di dichiarare le proprie pulsioni in diretta televisiva a Whitney Houston. La breve scena fra Serge l’ubriacone e Whitney l’imbarazzata è già nel mito e nei lustri da salvare del nostro Novecento.
 Chi era Gainsbourg fino al 2 marzo del 1991, giorno della morte ad appena 63 anni? Era un artista audace, uno sperimentatore, un cantante dalla voce calda, molto francese e poco americano, autore di decine e decine di canzoni la maggior parte delle quali sconosciute al grande pubblico; innamorato dei poeti decadenti, di Charles Trenet e Boris Vian. Un uomo a cui piacevano donne e sesso, tanto da scrivere la canzone perfetta per ogni tipo di coppia, almeno da Picasso in poi (che pare lo abbia ispirato): Je t’aime… moi non plus. Regina dei brani d’amour physique, il brano giusto per chi “traduce” in musica l’emozione del sesso o (semplicemente) il piacere dell’amore o le frasi sussurrate nell’intimità. Dopo Gainsbourg (e dopo gemiti, sospiri e versi che sarebbe superfluo tradurre), tutti i compilatori/compositori delle sexy songs avrebbero fatto una magra figura … Pazienza. A ispirarlo, oltre l’artista pour excellence del Novecento, anche Brigitte Bardot, in un periodo (fine del ‘67), non fra i migliori. Almeno così si dice. La canzone – una miniera d’oro per i commercianti a San Valentino – viene incisa da Gainsbourg con B.B. (uscito molti anni dopo, nel 1986, in questa versione) e con l’inglesina Jane Birkin, altra ex di Gainsbourg e mamma dell’attrice e cantante Charlotte Gainsbourg. Più volte censurato (non c’è bisogno di dire il perché), in Italia il brano è stato cantato da coppie a dir poco “improvvisate” e, in verità, non in cima ai sogni erotici dell’occidentale cosiddetto “medio”. Anche questa è una storia (un po’ miserella), che andrebbe raccontata nei dettagli
 Chi è invece Gainsbourg a vent’anni dalla morte? È l’artista del secondo Novecento cui rendere omaggio. L’uomo che ha recitato fino all’ultimo la parte di se stesso, che ha saputo conquistare una buona fetta di pubblico, giocando a fare l’ultimo dei moicani di un mondo frettolosamente scomparso, fra trasgressioni, provocazioni e notti brave. Oggi, all’interno di quel castello (apparentemente) dorato che è l’ambiente degli chansonnier lo stile-Gainsbourg è fra i più imitati. Gesti, tic, esagerazioni e quel “qualcosa in più” che lo ha reso unico.
C’era o ci faceva? In pochi l’hanno capito. Gainsbourg era un uomo realmente disordinato o sapeva “gestire” il proprio “look”, da moderno selvaggio e con finta naturalezza? Sofisticato, spettinato, sigaretta in bocca (cento Gitanes al giorno!), jeans e immancabili mocassini bianchi. Sfacciato, ironico, strafottente con quel modo fin troppo esplicito di sbandierarsi al vento; “Gainsbarre” (così soprannominato, in versione “cattiva”) era pienamente “in linea” col Novecento degli artisti hard, spavaldi, coraggiosi, sicuri di ergersi a guida e modello del mondo giovanile. Aristocratico fino quasi all’inverosimile, incurante di Dio, della Patria e della famiglia (quattro figli, da tre compagne diverse). Un modo diverso (molto diverso) il suo di urlare al mondo: «La France c’est moi!».
 Novecento? Il Novecento di John Lennon, per esempio, che nel periodo del vero boom beatlesiano dichiarò che i quattro di Liverpool erano oramai più famosi di Gesù Cristo; il Novecento; dei divi che non smettono mai l’abito di scena, né fuori da cinema o teatri né, a maggior ragione, lontano da studi televisivi o telecamere. I divi che non si nascondono mai, che non si tirano indietro perfino quando sono costretti a farlo… Tutto falso? Non crediamo... Il 25 gennaio scorso Stefano Montefiori sul Corriere della sera così scriveva per ricordare il mito Gainsbourg a (quasi) vent’anni dalla morte: «Al numero 5 bis di Rue de Verneuil, tra antiquari chic e galleristi d’arte, la processione rock non è mai finita. Cominciò quando Serge Gainsbourg ci viveva con Jane Birkin, all’apice del successo, e continua oggi, a vent’anni dalla morte, ora che le mura bianche del palazzo nel cuore di Saint-Germain sono completamente ricoperte di graffiti in ricordo dell’“uomo dalla testa di cavolo”… Rue de Verneuil è la “Abbey Road” di Parigi: a Londra si scattano foto sulle strisce pedonali dei Beatles, qui fan e turisti rendono omaggio al luogo dove … morì Gainsbourg, ma non il suo mito». Già il suo mito… e come un vero mito Gainsbourg sembra non essere mai appartenuto a questa terra.  Mai nato e mai morto (malgrado la tomba), come un “santone” pop. Le sue stranezze – bruciare una banconota di 500 franchi per il gusto della provocazione – o le sue “recite” contro il consumismo (altro che discorsi alla Adriano Celentano!), più che del “gusto” gainsbourghiano pare siano figlie di un intero periodo della nostra epoca. Figlie del protagonismo e della “sperimentazione”, figlie insomma delle correnti spirituali di una capricciosa “avanguardia” che si è servita degli uomini come semplici testimoni
 Per ricordare in modo concreto, i vent’anni dalla scomparsa di un artista come Gainsbourg, anche pittore e uomo di cinema, non bastano quattro note e un filmatino di repertorio. Da tempo le librerie francesi sono piene di biografie di Gainsbarre e siccome i “cugini” sanno fare le cose in grande (la grandeur l’hanno inventata loro), hanno dedicato a Gainsbourg una mostra alla galleria “Charpentier” con ritratti d’autore, fra cui quelli di Helmut Newton. Anche la casa discografica “Universal” ha fatto la propria parte, pubblicando un cofanetto di 20 Cd e 250 canzoni di Gainsbourg, fra le quali alcune inedite o soltanto ripubblicate in versione inedita.
Perfino il cinema, infine, ha dedicato alla “testa di cavolo” un bel film di Joann Sfar, il cui titolo, Gainsbourg. Vie heroique, è già tutto un programma. Fra i protagonisti Laetitia Casta (nei panni di Brigitte Bardot), anche lei, anni dopo, mortalmente affascinata dall’«anima nera» del poeta Gainsbourg. C’era da crederci, non vi pare?

1 commento:

  1. Je aime Gainsbarre!
    Complimenti, bel post (e blog). Anne Marie

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