mercoledì 16 marzo 2011

A proposito di realismo eroico...

Der Arbeiter, Herrschaft und Gestalt (L’operaio, dominio e forma) saggio di Ernst Jünger del 1932 è un’opera che non fa storia, tantomeno un’opera che, con estrema facilità, vuol diventare storia. Diremmo che tale posizione si riscontra, nella sua portata costitutiva, nel lessico jüngeriano: Die Arbeit, Der Arbeiter, Die Gestalt, Macht... assumono, per l’uomo di Heidelberg, significati del tutto peculiari tanto da rendere difficile la piena comprensione del trattato.
L’opera è divisa in due parti. Nella prima, dopo una feroce critica rivolta alla Zeitalter des dritten Standes als ein Zeitalter der Scheinherrschaft, Jünger descrive la figura dell’operaio (lavoratore o «milite del lavoro» secondo Delio Cantimori), il realismo eroico (del quale si parlerà in modo approfondito), la teoria della forma, il rapporto dell’operaio con le forze elementari e l’Arbeitswelt. Nella seconda, invece, introduce il discorso sulla tecnica e sull’Arbeitsstaat.
Il problema dell’età borghese, dell’Herrschaft nel suo tempo, viene affrontato da Jünger sia in termini nazionalistici che possono riportare a Spengler, sia in termini di rapporto con le forze elementari, la «pericolosità del vivere», che il borghese tende a disconoscere o a fare propria per neutralizzare forze e impulsi che esso non distingue. Dice Jünger: l’operaio non è «stato», esso non è in rapporto dialettico con la borghesia, e la diversità che viene dai più intesa nei termini di «classe», risiede proprio nel rapporto con le forze elementari. Le qualità dell’operaio non sono, conseguentemente, qualità di tipo economico. Queste ultime, derivate dalla mentalità borghese, non rappresentano il fine in assoluto, bensì soltanto prerogative del «terzo stato». Le capacità dell’operaio devono condurre a una «rivendicazione di potere di più ampio respiro»: sarà l’energia del guerriero a fornire alla forma dell’operaio le possibilità per rendere «più aspri» gli scontri all’interno di una società ove vige la dittatura dell’economico.
«Lo sforzo compiuto dal borghese per chiudere lo spazio all’irruzione di ciò che è elementare è l’espressione di una brama di sicurezza», il borghese secondo Jünger, ha sempre vissuto cercando in ogni situazione e in ogni modo, la difesa, e in virtù di una ragione posta al di sopra di ogni azione ha ricondotto all’idea di pericolo evitabile qualunque fatto che oltrepassasse i confini della propria razionalità. D’altro canto anche nei confronti del romanticismo, la posizione jüngeriana è, adesso, più rigida.
«Per noi è importante sapere che il meraviglioso … è lo stratagemma di chi è sconfitto», si legge nell’Arbeiter, ed ancora: «Il romantico tenta d’istituire il sistema di valori di una vita elementare, la cui validità egli intuisce senza però far parte di quel sistema. Di conseguenza, inganno o delusione sono inevitabili. Egli riconosce l’incompiutezza del mondo borghese, al quale però non sa contrapporre altro mezzo se non la fuga.» In queste parole che manifestano la compiuta lontananza nei confronti di un sentimento romantico, è facile scoprire accenti di autocritica, per un passato consumato tra i percorsi delle crisi.
«Il cuore avventuroso, dopo aver vanamente tentato di fuggire, riconosce la forza della necessità e vi si sottomette, malgrado le sofferenze che questa impone»; così Marcel Decombis introduce il capitolo III della parte II del suo lavoro su Jünger (L’ideale nuovo e la mobilitazione totale), dedicato al “realismo eroico”. Tuttavia la sottomissione «necessaria» alla realtà dev’essere ben specificata poiché ancora una volta Jünger la interpreta in modo particolare: la società borghese, come abbiamo visto, non è per nulla accettabile, anzi dev’essere rovesciata, ciò che al contrario, va accettato, è l’ordine instaurato dalla tecnica (prolungamento dell’ordine naturale). Così di notevole importanza appare il corollario secondo cui la civiltà borghese e il progresso tecnico sono due fenomeni disgiungibili e dunque il secondo dei due non è causa necessaria del primo. Se la tecnica è «costretta» giocoforza a sottostare alle «regole della società» è possibile «invertire» il rapporto tra tecnica e società in modo tale che la prima risulti «data» e la seconda (da Jünger rigettata) modificata fin dalle fondamenta? È possibile, ancora, non «muovere» dalla fredda critica alla modernità, bensì dall’accettazione di questa come terreno di dominio per un nuovo tipo umano?
Empiricamente constatabile nelle sue componenti, la modernità, non potrà fare a meno di un «realismo» che presupponga il «porsi alla testa dell’evoluzione materiale» da parte del typus, dell’operaio. Il mondo apparirà in tutta la sua scientifica semplicità e le cose considerate nella loro esclusiva funzione di oggetti senza tener più conto «né delle idee, né della passioni». La tecnica porrà su un «medesimo piano» tutte le manifestazioni dell’esistenza, un «tutto indissociabile» prenderà il posto di qualunque «tensione dialettica», cosicché il reale non sarà più posto in discussione ma accettato «nella sua totalità». Ma come trascorrerà la «vita futura»? E quale ruolo avranno in essa le «difficoltà» di cui si diceva?
Nel saggio Über den Schmerz (1934) Jünger esprime le proprie idee riguardo il ruolo del dolore. Esso non viene considerato nell’ottica di forza negativa «classica», bensì assurge a «punto di riferimento» metafisico, a fenomeno che mai passa, anzi destinato a un continuo incremento. In accordo con una «piena accettazione» della realtà, agli individui viene richiesto un sacrificio (e la sofferenza è a esso legata) per accettare «il rigore» dell’ideale affacciatosi nella modernità. Anche per questo occorrono caratteristiche da vero e proprio guerriero.
La resistenza al pericolo: che si pone come necessaria, poiché unica alternativa alla modernità; di fatto si «impone di ammettere gli avvenimenti di buon grado per evitare di finirne vittima», un atteggiamento conservatore che finisce col far accettare le condizioni di esistenza. Perché, non accettare la tecnica (naturalmente egemone) e dunque provare a trarre vantaggio dalla sua forza? Perché fuggire dinanzi a essa, anziché vedere come la nuova razza di uomini porterà «al massimo grado le forze di cui essa avrà bisogno»? Si profila un periodo «di transizione» nel quale la convivenza col pericolo sarà la massima parola d’ordine. Da questa convivenza è d’obbligo scaturisca «una forza di sopportazione» alla sofferenza stessa. Difatti un’eccessiva sensibilità potrebbe intaccare la capacità di resistere di ogni individuo. Un atteggiamento rude, generalmente condannato in tutto il secolo trascorso, riduce al minimo possibile ogni reazione individuale, «il separarsi da se stessi» al cospetto di una ferrea disciplina, «suppone la cancellazione della persona dinnanzi all’autorità». Qualunque sentimento viene rimosso grazie a una ferma presa di distanza, ed un isolamento dal «mondo dell’emotività».
L’adattamento al mondo moderno, l’accettazione dell’esistenza del pericolo (invece della sua rimozione) e la capacità di affrontarlo non «da sconfitto» sì da «limitarne gli effetti», conducono infine a una rinuncia del «quieto vivere» e di una «pace chimerica» e attivano capacità costruttive, che guidate dalle forze elementari allontanano i pericoli di una forzata schiavitù e di un dominio della tecnica. Pericoli che non sono inscritti nella mentalità non-eroica borghese, il cui pensiero è di illimitata difesa e di rimozione della realtà esistenziale della lotta.

Nessun commento:

Posta un commento