martedì 22 marzo 2011

Quella libertà che viaggiava a bordo dell'R4

Le sono state dedicate poesie, siti internet (naturalmente) e memorie romantiche. Non è un’attrice, né una scrittrice famosa, anche se alla prima ha saputo rubare quel certo carisma da primadonna e alla seconda quella voglia di protagonismo da eroina “eponima”. Non parliamo di un essere umano stavolta, ma di un’automobile, di una macchina: della Renault 4, che compie cinquant’anni in questo 2011.
Nell’era dello sviluppo tecnologico, nell’era del futuro a portata di mano, della velocità e della disumanizzazione dei rapporti fra uomo e uomo e uomo e ambiente, non tutto quello che è stato prodotto dalle industrie “umane poco umane” lascia un retrogusto amaro. Anzi. La Renault 4 più che un’ex automobile (non si produce dal 1993, sostituita dalla più moderna “Twingo”) è un ricordo, un’emozione, una compagna che continua a vivere nella memoria. Come la storica utilitaria Fiat – la Cinquecento – come il “Maggiolino” tedesco o come le amiche a due ruote italiane e straniere – su tutti la mitica Harley Davidson – il suo pregio non è quello di essere diventato un pezzo da museo (bello solo per i fanatici delle quattro ruote), o al contrario un manifesto del come eravamo nella sfrenata corsa al consumo degli anni del boom. Il pregio della R4 è quello di essere un capitolo di un’esistenza al plurale. Esistenza di gioie e dolori, successi e sconfitte. In una parola sola: esperienze. Non crediamo alle coincidenze, perché un destino da protagonista era inciso nella storia di questa singolare automobile.
Una storia duplice, a questo punto, quella della R4. La storia di un modello di automobile molto fortunato, e la storia, per un po’, del nostro specifico stile di vita e di tutti noi, in fin dei conti.
La R4 è protagonista di una fetta del nostro passato insieme alla quasi “gemella” della Citroen, la Due cavalli (poi “rinnovatasi” nella “Dyane”). Nasce proprio su ispirazione della cugina francese; come la prima infatti pensata come una macchina per tutti e per tutto... Per uomini e donne naturalmente, per la città ma anche per la campagna, per i passeggeri, ma nel suo piccolo, anche per le merci. La sua collocazione storica, progettata alla fine degli anni Cinquanta e presentata nel 1961 (cinquant’anni fa appunto), al salone dell’automobile di Parigi, ne fa uno degli oggetti più all’avanguardia del periodo del grande boom. Non per niente, ricordando il progetto del presidente della Renault Pierre Dreyfus, il “Venerdì” di Repubblica ha accostato il modello R4, pratico e anticonformista, ai blue jeans, simbolo, non c’è bisogno di dirlo, di un’epoca di svolta nella storia del costume.
Intendiamoci, come i jeans, come tanti altri oggetti rivoluzionari, l’auto fu accolta con diffidenza: a prima vista troppo poco elegante, troppo economica, spartana oltre un livello accettabile, inadatta a un pubblico che uscito dalle secche del dopoguerra riscopriva il gusto e la bellezza (ma il viaggio  era ancora lungo…) in abbinamento alle nuove comodità e alle frontiere del progresso. Insomma, alle origini la R4 appariva un po’ rozza e mancante di accessori almeno nella versione base (ancor peggio andava per la Renault 3, che era una versione in tono minore della R4). Telaio e carrozzeria avvitati, i sedili in tessuto non imbottito e senza molle, quasi come delle comuni “sdraio”; scomoda e poco amata da abitudinari e conformisti (ma amata dai giovani), anche dal punto di vista delle prestazioni la R4 – 700 di cilindrata e prima Renault a trazione anteriore – non era un granché. Non proprio un disastro, ma poteva apparire perfino come un’auto poco riuscita. Al massimo, un mezzo per gli anticonformisti (i pochi) dell’epoca.
Ma le rivoluzioni oltre a non essere un pranzo di gala non si consumano in un solo giorno. Nel corso degli anni Sessanta la R4 subisce delle modiche essenziali. Aggiunta di accessori al modello “L”, cambio a 4 rapporti (inizialmente ne aveva 3!), modifiche di sostanza nella carrozzeria e poi tanti nuovi modelli compreso quello decappottabile. Fra i Settanta e i primi Ottanta, poi, grazie alle profonde mutazioni in campo giovanile nei gusti, nel mercato, negli stili di vita e non ultimo in quello del prolungarsi della giovane età (si è giovani ben oltre i trent’anni), la R4 si impone nel mercato come una delle auto “giovani” per eccellenza; perfino i suoi palesi difetti (è scomoda, rumorosa, alcune manovre sono finanche pericolose), si abbinano alla poesia della nuova praticità, in voga fra le nuove generazioni. La R4 diventa perfino “bella”: è la macchina delle passeggiate fuori porta, delle gite fra amici con colazione a sacco e chitarra, delle avventure e dei viaggetti non molto razionali se non proprio pazzi o “in linea diretta” coi sogni (ricordiamo, più o meno in tema, il film del 2001 di Maurizio Sciarra: Alla rivoluzione sulla Due cavalli). La R4 è la macchina casual per eccellenza. La sua sportività le permette di essere protagonista anche alle “Parigi-Dakar”, a cominciare dal 1979.
Come abbiamo detto, l’auto esce di scena nel 1993 (con la serie “Bye Bye”), sconfitta non dai nuovi gusti, o forse non solo da quelli, ma dalla tecnologia e dalle nuove frontiere dell’ecologia. L’uso obbligatorio delle marmitte catalitiche, la pone definitivamente fuori gioco. Un’altra rivoluzione, quella verde, batte quella della spensierata e incosciente praticità giovanile, dunque. È una svolta importante, anche perché a cominciare dagli anni Novanta, e fino ai giorni nostri, le norme per la circolazione automobilistica diventano molto più severe. È arrivata l’era della prevenzione, del rispetto dell’ambiente e della sicurezza, per tutti.
Nel frattempo però la Renault 4 ha venduto più di 8 milioni di “pezzi”. Certo, quasi nulla se confrontati alla Volkswagen “Golf” e ai suoi 26 milioni di “pezzi”… ma, spiace dirlo per i tifosi delle tecnologie tedesche, un modello quest’ultimo del tutto privo di poesia. La “Golf” rappresenta in pieno l’efficienza tedesca, la razionalità, la funzionalità e la resistenza, la R4 invece è una poesia di Jacques Prevert o una canzone di Edith Piaf… un “corpo”, un oggetto, una cosa che si continua ad amare anche quando il creatore non esiste più. Un’opera d’arte, per le emozioni che è in grado di regalare; un prodotto “nostro”, molto imitata, ovviamente, dalle case automobilistiche non europee.
R4 gioie e dolori, dicevamo. Le gioie sono le memorie di una sempre ritrovata “giovinezza”. Oggi, la macchina non può non rimandare a immagini di serenità familiare, di allegra progettualità e di coraggiosa e libera sfida al conformismo. Forse – e per questo la ricordiamo ancora – nasce con la R4 (che in parte la eredita dalla Due cavalli), quella voglia di acchiappare il mondo che contagia i ragazzi e le ragazze dei Sessanta-Settanta. Conclusasi, ma solo in parte, con l’inizio di un nuovo conformismo, e purtroppo, ancora in parte, consumatasi nel sangue degli anni di piombo. I dolori legati alla R4, dolori che appartengono a tutti e in modo comune, sono condensati invece nella scena terribile del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, il 9 maggio del 1978, proprio in una Renault 4 rossa. Il giorno è quello in cui la maggioranza del Paese prende coscienza dell’esistenza di una nuova barbarie. Anche la popolare R4 diventa così protagonista di una delle giornate più buie dei nostri decenni (il cuore della “notte della Repubblica”, per parafrasare il best-seller di Sergio Zavoli). Una delle immagini più brutte, legate in modo del tutto involontario a un’automobile, è quel corpo senza vita dello statista democristiano nel bagagliaio della Renault.
Purtuttavia, anche quell’immagine ci parla ancora. Oltre a ricordarci i fatti di una disgraziatissima prima Repubblica, ci ricorda anche delle colpe di cui può macchiarsi l’uomo. Offese, violenze, stragi e omicidi. Quel giorno di maggio, la R4 è la bara di un uomo di Stato, ucciso per “ragioni” politiche. Proprio così… E pensare che proprio la Renault 4 era stata, quasi fin da subito, l’immagine stessa della nostra libertà…

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