martedì 29 marzo 2011

Su la testa

«La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza».
Comincia con una frase di Mao Tze Tung proiettata sul grande schermo, nota ai rivoluzionari d’ogni genere e d’ogni “regione” (fra questi anche al Gheddafi degli anni Settanta), il penultimo film di Sergio Leone, Giù la testa, uscito nel 1971 e ambientato nel Messico degli anni Dieci del XX secolo, quello della rivoluzione. Un film che, quest’anno, compie quarant’anni.
Lo vogliamo ricordare perché è un lavoro di uno dei più grandi maestri del cinema internazionale, che con la sua tecnica ha ispirato, direttamente o indirettamente, artisti del calibro di Stanley Kubrick, Quentin Tarantino, Clint Eastwood naturalmente, Sam Peckinpah e Martin Scorsese; un artista che tuttavia non ha mai raccolto quanto meritava (mai nessuna candidatura all’Oscar, per esempio). E lo vogliamo ricordare – nello specifico – perché all’interno della sua non vasta filmografia (che comprende gli iniziali Gli ultimi giorni di Pompei - nel quale subentrò a Mario Bonnard – e Il colosso di Rodi, e poi le due trilogie – del “dollaro” e del “tempo” degli anni Sessanta e Ottanta), è un film del tutto particolare, considerato a torto il meno significativo (meno riuscito e tutto sommato meno importante) fra i più noti.
Giù la testa (sceneggiato da Sergio Leone, Sergio Donati e Luciano Vincenzoni; e con protagonisti Rod Steiger nei panni del bandito, rozzo ma romantico, Juan Miranda; James Coburn in quelli di John Mallory rivoluzionario di “professione” e Romolo Valli nel ruolo di un medico, Villega, leader dei rivoluzionari), non è un film western. Uno di quelli che avevano dato celebrità a Leone e al più noto dei suoi sceneggiatori cioè Vincenzoni; quelli che avevano come protagonista il grande Clint Eastwood (fino a quegli anni attore di serie B, ma da lì in poi destinato a una straordinaria carriera artistica – oggi considerato il più grande regista vivente di Hollywood…), ed è un film diverso anche da C’era una volta il West, del 1968 e primo della trilogia del “tempo”, che è uno straordinario affresco epico sulla fine di quell’America in anticipo sul progresso, l’America che aveva preceduto la civiltà dei mercanti, la leggendaria America della frontiera.
Giù la testa è invece un film diverso, molto più politico anche se, come in precedenza, non privo di una “morale” pessimista. La risultante però è un lavoro che (per fortuna) rinuncia a quei fastidiosissimi “pedagogismi” che a cavallo fra due decenni molto significativi – Sessanta e Settanta – ci si poteva aspettare da qualsiasi regista “impegnato”. Ovvio che “impegnato”, engagé direbbero i francesi, Leone non lo era di certo. Anzi, ci correggiamo, lo era a modo suo... Era impegnato a costruire storie che avessero la forza del mito (ecco: Giù la testa, così come C’era una volta il West era più mitico che storico, cioè voleva “raccontare” il macroscopico più che il microscopico), la cui chiave di lettura fosse in primo luogo quella del rapporto fra i protagonisti ed il proprio “tempo”, al di là delle facili morali e delle parziali soluzioni. Per questo porsi al di sopra delle parti (e, da pessimista, un po’ contro questo o contro quello…), e per questo modo di “pensare” in grande, oggi possiamo considerare Leone un vero “narratore” post-ideologico, uno dei più importanti del nostro dopoguerra.
In occasione di film come Giù la testa la grandezza diventa genio perché come i pensatori di una certa “scuola”- pensiamo a Nietzsche o allo stesso Céline, che non mancavano nelle biblioteche di Vincenzoni e dello stesso regista - Leone riesce a mescolare le carte fino a togliere ogni punto di riferimento al lettore/spettatore. I personaggi dei film sono buoni o cattivi a seconda delle occasioni, idem per le svolte storiche. Bene e male sono categorie da maneggiare con cura la cui rappresentazione oltre che complicata da attuarsi è quasi del tutto “inutile”, perché sostanzialmente infondata.
A parte la frase d’inizio che, nel contesto di Giù la testa, può essere interpretata come critica o celebrazione del fenomeno rivoluzionario che non è, appunto, cosa da poco, sono gli stessi personaggi leonini a ricordarci che le facili classificazioni sono roba per semplici moralisti. Juan il bandito, da feroce capo-clan, si trasforma prima in eroe della rivoluzione poi in un personaggio quasi “nobile” che nutre sentimenti di amicizia verso John Mallory, l’esperto dinamitardo, che è il più classico dei personaggi leonini (in precedenza grandi misteriosi furono lo stesso Clint Eastwood e Charles Bronson), circondato com’è da un sorta di “sacro” mistero.
Mallory è un ex rivoluzionario irlandese, tradito dal suo migliore amico, Sean, e costretto suo malgrado a ucciderlo. Sean appare, per tutta la durata del film, e in alcuni flash back, accompagnato dalla splendida colonna sonora di Ennio Morricone – in quel periodo al massimo delle possibilità artistiche – come un protagonista, a volte  nascosto, della storia. Sean è l’uomo che “scorta” il pessimismo di un John che si offre come “combattente” ma non crede fino in fondo alle buone possibilità di riuscita della rivoluzione. Il dottor Villega, infine è un intellettuale costretto a tradire, e che sacrificherà la propria vita da eroe perfetto.
Ma ciò che colpisce ancora, di questo film, a distanza di quarant’anni è l’idea leonina dell’evento rivoluzionario (che è molto attuale se non quasi profetica). Sangue, violenza, ragioni e torti: sono tutti lì, da qualsiasi parte il regista volga l’occhio della telecamera. Una rivoluzione, quella messicana, passata alla storia per i due leader Pancho Villa e Emiliano Zapata, poco o punto idealizzata poco “politicizzata” molto filosofica (quello sì), a tratti perfino inutile. A illustrarci il pessimismo leonino è Rod Steiger-Juan-Miranda in un monologo sul significato degli eventi. È probabilmente la scena più importante del film «Quelli che leggono i libri», dice il bandito, a quel punto ex bandito, «vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!”. E la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Eccola la tua rivoluzione Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni!». Parole amarissime rivolte all’amico John che in quel momento sta leggendo The Patriotism di Michail Bakunin (un libro che subito dopo getterà fra la polvere). Un evento inutile o se vogliamo sbagliato nel suo svolgimento e imperfetto nella sua conclusione.
Una lettura fra le righe della sorte dei tre personaggi principali, ci suggerisce infatti un esito da “peggiore dei mondi possibili”. L’unico a rimanere vivo alla fine del film è il bandito Miranda, il peggiore fra i “tre”. Mallory è un personaggio carismatico, mosso magari solo in principio da motivi ideali, Villega è uno dei leader ed è un tipico rappresentate della classe “alta”, votato alla rivoluzione. Miranda invece è solo un violento analfabeta, tipico eroe-per-caso di una rivoluzione che mostra, con lui, qui sì, tutti i suoi limiti etici. Nelle ultime parole di Juan-il-bruto (un domanda rivolta al pubblico, e a noi tutti), c’è così la preoccupazione degli sceneggiatori di Giù la testa per un non lontano futuro, per ciò che succederà in un triste omani: «E adesso, io?».
C’era una volta la rivoluzione, lo hanno giustamente intitolato, e in lingua madre, i francesi. E loro sì che se ne intendono di rivoluzioni!

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