venerdì 29 aprile 2011

Italia libertaria: presente!

E poi dicono che uno si butta a destra. Destra moderna, naturalmente. Qualunque cosa sia e qualunque cosa significhi accoppiare quell’aggettivo e quel sostantivo… Leggiamo sul Corriere della sera di mercoledì 2 marzo: «Ecco finalmente “L’Italia dei libri”, la mostra con cui il 24° Salone internazionale del libro di Torino … celebrerà e racconterà i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia … ieri il curatore Gian Arturo Ferrari, a capo di un superbo comitato di esperti, ha illustrato nella sede della biblioteca nazionale di Torino il progetto, che comprende i centocinquanta libri che hanno fatto la storia d’Italia … i quindici “superlibri” da cui non si può prescindere … Ci sono poi i quindici grandi personaggi la cui fortuna va oltre il libro … i quindici fenomeni editoriali… E infine, gli editori da cui non si può prescindere».
Polemiche a parte – dall’elenco degli editori mancano nomi di prestigio internazionale – se ci si sofferma sulla lista dei quindici grandi dall’Unità a oggi, ci si accorge che un’intera famiglia culturale è rappresentata a pieno. Mettiamola così, per semplificare. La famiglia culturale della quale parliamo è quella dei grandi libertari (maestri con decine di allievi, ma inimitabili e individualisti per scelta, o  in fondo, per costituzione); dei libertari delusi dalla (bassa) politica, la cui appartenenza a un partito – salvo eccezioni – quasi da subito si è trasformata in vicinanza ideale, fino a lambire il definitivo distacco.
Quindici anticonformisti, in polemica aperta col mondo, pronti a fare a meno delle tessere di partito (e contemporaneamente a sposare una fede fino alla morte), refrattari al “posto fisso”, agli utili conforti, propensi alle dimissioni e devoti allo spirito della rivolta (per eccesso di ottimismo o di pessimismo). Mai sazi di polemica, tutt’altro che banali, pronti a stupire, mai assenti nei momenti che contano. Senza cascare nella trappola dell’artificio degli accademici per diritto divino, i quindici hanno indirizzato il dibattito culturale per più di un secolo con la forza delle idee; da protagonisti, pronti a entrare nella storia come i pittori ai tempi delle arti nel Rinascimento.
Una breve elencazione. Il più anziano (del 1817) è Francesco de Sanctis la più giovane (e unica donna), Oriana Fallaci nata nel ’29 e morta nel 2006. fra di loro: Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio, Emilio Salgari, Benedetto Croce, Luigi Pirandello, F. Tommaso Marinetti, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, Leo Longanesi, Cesare Pavese, Indro Montanelli, Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini.
Marxisti e liberali, monarchici e repubblicani, fascisti, postfascisti e comunisti, radicali, cauti e avventurieri. Non importa cosa fossero, quindici nomi accomunati dall’eresia, alla ricerca della libertà per sé e per gli altri. In più occasioni contro lo Stato, a volte (quasi) fedeli alleati. Pronti alla lotta, anche al sacrificio. In opposizione quasi frontale l’uno all’altro, ora rivoluzionari, ora reazionari nell’identico paragrafo dell’esistenza (della loro o di quella altrui). Quindici personaggi che, accostati gli uni agli altri o solo a se stessi, giustificano l’insidiosa presenza dell’antitesi nella storia.
Carducci è l’opposto di Marinetti. Il primo, considerato dai futuristi come la vecchia Italia da lasciarsi alle spalle, il secondo come (l’ancora attualissimo) padre delle avanguardie, dagli inizi del Novecento giù giù fino ai Settanta. Ma Carducci, fra una memoria e l’altra e prima di appiattirsi su posizioni conservatrici (seppur irredentista), è stato garibaldino, poi crispino, anticlericale, progressista e laicista (più che laico). Aperto alla modernità (come l’Italia umbertina concede a quel “tipo” di progressisti), popolare nel senso delle prospettive politiche ma elitario come ispirazione poetica. Secondo i critici più taglienti, elitario (come l’altro Nobel, Pirandello), perché il “metro elegante” è l’unica arma (per Carducci s’intende) per opporsi alle insoddisfazioni del tempo. Infine, gran fustigatore di chi, dopo il Risorgimento, ha tradito le speranze di un popolo intero.
Popolare, elitario, critico, sfavorevole ai compromessi. È la cifra composita di stile di Carducci, ma anche quella dei grandi dall’Unità a oggi. Chi più critico di Pasolini o di Sciascia? E di Montanelli, poi? La critica (libertaria) è il loro mestiere, l’insoddisfazione è il Leitmotiv, l’eco permanete. Votato allo scandalo, marxista e in singolare rapporto col progresso, Pasolini vede la purezza dove gli altri vedono il marcio e viceversa. Profeta (di sventure) di un mondo che ci lascia e di un altro che nasce con un maggiore carico di arroganza, in odio e in amore con la Chiesa, più che i proletari Pasolini ama i sottoproletari, è sulla bocca di tutti ma finisce (anche lui) per essere un romanziere per pochi, un regista per pochissimi e un poeta (quasi) per nessuno. Al contrario, forse, di Sciascia e di Montanelli (tutti al Corriere della Sera), delusi dai totalitarismi e super-coscienze critiche del nostro dopoguerra.
Come Pasolini, Sciascia capisce che l’Italia affonda in una palude chiamata destino, che le verità sono troppo complesse per essere affidate a risolutori privi di regole e coscienza, dalla penna facile e dal verbo allettante. Ma anche lui ci tenta... Montanelli detesta potere (e compromessi) e se ne tiene lontano. Della vastissima corte di Leo Longanesi, nasce due anni dopo la morte di Carducci, nello stesso anno del primo manifesto dei futuristi e vive così a lungo da scontrarsi, per più di un lustro, con l’attuale Presidente del Consiglio. È un pessimista, la sua scrittura, i suoi argomenti sono per il popolo, ma in Montanelli si avverte quel “qualcosa” che lo divide dalla massa. Non che la disprezzi ma la teme, come i grandi appassionati di libertà.
Ha imparato questo strano rapporto con gli altri da Longanesi, giornalista, artista e talent scout che, quando vuole, sa essere liberamente contro, come sa esserlo Sciascia, il siciliano duro e diretto che non può non sentirsi pirandelliano (Pirandello il firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile) e come la toscana Fallaci. Un giorno, di Longanesi, Montanelli scrive l’epitaffio: «Qui riposa per la pace di tutti Leo Longanesi. Uomo imparziale, odiò il prossimo suo come se stesso». È solo uno scherzo ma ci credono entrambi.
Imparzialità? Alla libera imparzialità aspirano per la vita Gentile – già liberale – e il triste Pavese, che a destra credono sia stato di sinistra e a sinistra credono sia stato (anche se di nascosto) di destra. Pavese, l’amante del mito, quello che in un certo senso D’Annunzio è in vita, ma destinato a un’esistenza al ribasso. Muore suicida, stessa fine di Salgari. L’Italia deve molto a Pavese (alla cultura americana) e i giovani devono molto a Salgari e al nuovo marinettiano. Per l’uomo che ci lascia otto mesi dopo il filosofo dell’attualismo e per il suo futurismo si scomoda la ragione di Croce, pensatore per pochi. Per il liberale abruzzese, leader e movimento, sono alle origini del fascismo, spina dorsale di mezzo secolo di storia italiana. La cultura è una corda legata a se stessa: Croce (amico di Gentile) viene criticato da Gramsci (già gentiliano), per questioni di “plusvalore” e Gramsci influenza Pasolini, a sua volta apprezzato da Sciascia. Quel Pasolini che subisce la “riscoperta” di una destra tutt’altro che reazionaria.
A Gramsci si ispira Pasolini nei suoi momenti di crisi. Una crisi dentro e fuori, che poggia sulle contraddizioni di un uomo aperto alla libertà e che non accetta compromessi. Ma che, come noi e i nostri padri dall’Unità a ieri, in fondo è costretto a subirli.

L'esotismo eroico di Emilio Salgari

Il 25 aprile del 1911 (poco meno di cento anni fa), la vita di Emilio Salgari si concludeva tragicamente. Lo scrittore fantastico e d’avventura, che qui in Italia veniva paragonato a Jules Verne per popolarità e temi trattati, si toglieva la vita nei pressi di Torino con modalità agghiaccianti, come uno qualsiasi dei personaggi nati dalla sua fantasia di scrittore e fin dalla più giovane età.
Quello di Salgari non era un gesto improvviso o l’assurda conclusione di un momento di follia. Per niente. Ma era l’esatto opposto. Un gesto meditato e premeditato. La vita di Salgari, oggi considerato fra i quindici scrittori che hanno fatto l’Italia (come abbiamo documentato sul Secolo del 16 marzo scorso), era infatti una vita pessima da ogni punto di vista. Lo scrittore nato a Verona l’anno successivo al compimento della nostra Unità (1862), si trovava in gravi difficoltà economiche; negli ultimi tempi era stato colpito dalla tragedia della malattia mentale della moglie (rinchiusa, come s’usava fare, in manicomio), ed era dipendente dall’alcol e ancor più dal fumo. Quel gesto e la ferocia con la quale, con un rasoio ben affilato, si era accanito contro il suo stesso corpo non ancora anziano (mancavano pochi mesi al compimento del cinquantesimo anno d’età), la dicevano lunga sulle condizioni di vita e sul folle desiderio di annientare la prova vivente di una triste esistenza (la sua). Fra le carte del cavalier Salgari (cavaliere della corona d’Italia per volontà di Umberto I), come veniva chiamato a quel tempo lo scrittore e giornalista, due lettere; due ulteriori testimonianze delle sue sofferenze.
La prima era indirizzata ai suoi non pochi editori. Bemporad di Firenze, Donath di Genova, Paravia di Torino, f.lli Treves di Milano, G. Cogliati di Milano, Salvatore Biondo di Palermo e Belforte di Livorno (editori ai quali Salgari inviava i manoscritti, firmandosi anche con uno pseudonimo), e vi si leggeva: «A voi che vi siete arricchiti colla mia pelle, mantenendo me e la famiglia mia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. Emilio Salgari». E la seconda ai quattro figli, tutti dai nomi esotici (e successivamente colpiti, anch’essi, da atroce destino): «Miei cari figli. Sono ormai un vinto, la pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni dei miei ammiratori che per tanti anni ho divertiti ed istruiti provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire, più un credito di seicento lire che incasserete dalla signora N… … Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato. Mantenetevi buoni ed onesti, e pensate appena potrete ad aiutare vostra madre. Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre. Emilio Salgari». Seguivano istruzioni per il ritrovamento del corpo presso un burrone nella valle di San Martino.
Se ne andava così, con stile e modi che a distanza di un secolo commuovono ancora, il grande Salgari, autore straordinariamente prolifico, creatore di saghe indimenticabili. Fra tutte, e non ci sarebbe bisogno di dirlo, quella dei pirati della Malesia (cioè di Sandokan) e del Corsaro nero.
Discusso dai custodi del sacro realismo, da quelli che non vanno oltre il saggio di formazione o il romanzo politico (i quali non sanno che il rivoluzionario per eccellenza cioè Ernesto “Che” Guevara adorava proprio Salgari), al contrario per molti giovani “romantici” o affascinati dalle avventure (proprie o altrui) il veronese è stato autore di assoluto riferimento, in ragione di un mix di temi che qui riesce facile elencare. Il gusto per l’avventura innanzitutto, la semplice curiosità (o l’amore per la giustizia) e la passione mai del tutto spenta per l’esotismo. La prosa salgariana è stata il biglietto d’ingresso (niente di più ma niente di meno) per i mondi sconosciuti – ma conoscibili – verso i quali l’uomo occidentale si è sentito fortemente attratto. Asia, Americhe e Africa, il più misterioso dei continenti. Una conoscenza che Salgari ha saputo anticipare anche storicamente grazie alla straordinaria fantasia creativa (non aveva praticamente mai viaggiato), unita al gusto per le “nuove” culture in piena età colonialista.
Il successo di Salgari – collocato nell’ultima parte del XIX secolo – non solo segue la spartizione dei territori africani da parte delle potenze europee, ma soprattutto l’acquisizione della prima colonia italiana in terra d’Africa (la baia di Assab, nel 1882), prologo di una lunga e complicatissima vicenda che si spinge fino alla più stretta attualità. Proprio in quegli anni, in Italia, prende vigore il cosiddetto “mal d’Africa” (ma l’aspirazione – anzi “l’esigenza” – italiana al possesso delle terre in Africa, è bene ricordarlo, viene contrapposta in modo netto alla mera cupidigia britannica) e si scrive l’ennesimo capitolo, uno dei più drammatici, dell’interesse europeo verso una cultura cosiddetta alternativa.
Gli anni salgariani, non dimentichiamolo, sono quelli del boom dell’attrazione verso i paesi lontani e le terre cosiddette primitive (termine il cui significato è ancora fortemente negativo). Regioni nella quali l’uomo non ha ancora il sopravvento sulla natura (natura che continua a dominare con le sue caratteristiche di brutalità e bellezza); regioni appena sfiorate dalla “civiltà” e immerse nella “tradizione”, scevre dai processi di industrializzazione e dai fenomeni sociali legati al progresso; regioni che conservano un non so che di misterioso (basti guardare alle opere di Amedeo Modigliani e a quelle di Brancusi) ma costrette, allo stesso tempo, a diventare civiltà vassalle del moderno Occidente. Per intenderci: gli anni salgariani sono anche gli stessi anni di Rudyard Kipling (Nobel nel 1907 e passato alla storia come la voce del colonialismo), del «fardello dell’uomo bianco», della presunta superiorità della razza occidentale su tutte le altre, della diffusione delle dottrine di Herbert Spencer e anche di certo nietzscheanesimo sbrigativamente inteso come volontà di potenza (e di conquista) incondizionata. E sono anche gli anni del puccinismo, anni nei quali l’arrogante “superiorità” della civiltà occidentale si esprime nella storia di una adolescente (la giapponesina Cio-Cio-San), facilmente raggirata da un marinaio americano e costretta a fare harakiri.
Una certa idea di quel mondo vecchio di cento anni, facile preda di eserciti e di avventurieri occidentali (molti dei quali spinti da puri ideali socialisti), per una buona metà romantica e per altro verso molto darwiniana, oggi è (fortunatamente) del tutto scomparsa, e grazie a fenomeni a prima vista contraddittori. In primo luogo grazie al fenomeno storico-politico della decolonizzazione e a quanto a esso legato a livello di comunità internazionale, poi grazie alla diffusione delle discipline antropologiche e agli studi seri e documentati, in terzo luogo grazie anche al nuovo boom dell’esterofilia (quello degli anni Sessanta-Settanta), e a quanti hanno scommesso sul lato spirituale e folkloristico dei popoli extraeuropei, sulla pace e sul legame spirituale Oriente-Occidente. Infine grazie anche agli sviluppi del processo di globalizzazione che ha praticamente ridotto al lumicino le differenze fra un continente e l’altro.
D’altra parte, se di colonizzazione si può parlare oggi, è bene lasciar di canto l’esotismo eroico salgariano, oltretutto connesso a un’umanità che non esiste più. Un mondo superato dalla scomparsa dell’eroe-guerriero e del “ribelle” che capeggia la resistenza; un mondo che Ernst Jünger, meno di un decennio dopo la morte di Salgari, avrebbe già descritto per intero con tanto di minacce e nuovi protagonisti. Durante la prima guerra mondiale si comincia già a parlare di “battaglia dei materiali”, quel nuovo tipo di guerra insomma che non ha più bisogno dell’eroe-buono – l’uomo senza paura – e che conta invece principalmente sulla potenza delle armi. Forse è proprio Che Guevara l’ultimo vero eroe romantico e popolare – ovviamente lontano dalla vecchia Europa – sopravvissuto per mezzo secolo alla robotizzazione della guerra…. Non basta parlare, tuttavia, soltanto dei mezzi bellici. Ai giorni nostri, anche la presunta ingenuità, la presunta buona fede (in piena epoca romantica data quasi sempre per certa), di chi si contrappone agli eserciti dell’“uomo bianco” (ma che eserciti sono sempre più di rado, trattandosi oramai quasi esclusivamente di flotta aerea) è venuta meno. Dittatorelli, autocrati, militari e leader di partito (i nomi sono sulla bocca di tutti) posti a capo di questo o quello Stato africano o asiatico, hanno appreso le “ferree” regole occidentali della trattativa di mercato e del puro interesse materiale (quando non del mero ricatto), e sono entrati in fretta e furia all’interno del villaggio globale e degli interessi legati al primato economico, pur guidando Stati del tutto impreparati alle regole della democrazia. Oggi, la povertà generalizzata, la possibilità di guardare ai luoghi nei quali la ricchezza è sapientemente suddivisa fra gli appartenenti a tutti gli strati sociali e la suddivisione feudale della popolazione, ha spinto gran parte dei popoli del nord Africa alla ribellione contro gli stessi autocrati (leader, familiari e fedelissimi) posti a capo delle loro istituzioni.
La feroce guerra in Libia ove l’Occidente (ad esclusione della Germania) è sceso in campo per spalleggiare le forze ribelli a Gheddafi, potrà anche essere spiegata come una guerra neo-coloniale, come un intervento dell’Occidente per gestire il dopo-Gheddafi (probabilmente sarà anche così…), ma nessuno potrà giustificare il barbaro accanimento del leader berbero nei confronti del suo stesso popolo; un accanimento che ha preceduto e di molti giorni l’intervento dei “volenterosi”...
Salgari docet. L’interesse per le culture cosiddette “esotiche”, ha sempre nascosto una sottile ammirazione per quel delicato equilibrio col quale re e governanti hanno amministrato la giustizia nei loro paesi: un mix di buon senso, di paternalismo illuminato e il valore della fratellanza posto in cima a qualsiasi “codice”. Non vorremmo, adesso, che oltre a mostrare una ferocia senza compromessi, Gheddafi avesse assestato anche il colpo finale (quello definitivo), ai nostri sogni di armonia già piuttosto sbiaditi...

giovedì 28 aprile 2011

Special One

Una volta le nazionali di calcio si facevano coi migliori giocatori di club. Oggi è vero l’esatto opposto, sono le squadre di club – le migliori ovviamente – a essere formate dai giocatori più bravi delle nazionali di calcio di ogni Paese. Per questo, per allenare una squadra vincente del III millennio ci vuole uno come lui. José Mourinho, altrimenti detto “Special One”, l’uomo dei record (diciassette vittorie in carriera!), colui che ha guidato l’Inter alla conquista della “tripletta” (Coppa Italia, Scudetto e Champions) nella stagione appena trascorsa. L’uomo dei mille trucchetti ma anche delle lacrime di commozione, l’uomo amato dalle tifose italiane (non solo nerazzurre) e odiato dai giornalisti di mezz’Europa (Italia in testa). Il grande tattico ma anche l’umorale provocatore pronto a piantar grane in conferenza stampa. Prendendosela con questo o quell’avversario. O magari con tutti perché non è giusto scontentare qualcuno (Roma, Juventus anzi “Giuventus” e Milan: sseru tituli, ricordate?). Il quarantasettenne brizzolato ex vice di Louis Van Gaal – 1997-2000 – come un personaggio pirandelliano (Uno, nessuno e centomila), come un segugio della verità che si paragona a Gesù; come quel tizio un po’ prosaico che in pubblicità “non deve chiedere mai”.           
Mou come Mussolini – ci si passi il termine – o lo hai venerato o lo hai detestato. E se lo hai amato puoi sempre cominciare a detestarlo e se lo hai disprezzato prima, magari col tempo riesci pure a trovarlo piacevole… tanto non riuscirai mai capire che tipo è, e se “c’è o ci fa” come direbbe Renzo Arbore di un qualunque collega. In fondo, poi, non farebbe troppa differenza dopo averlo visto (sor)ridere dopo la vittoria nella Champions League («Sono l’uomo più felice del mondo»), piangere qualche istante prima abbracciando il presidente Moratti e ri-piangere qualche minuto dopo ripetendo l’operazione con Marco Materazzi e così via fino a tornare serio in un istante, col volto scuro e l’espressione insoddisfatta.
Mou grande personaggio televisivo? Per qualche stagione ha incarnato la “terza via” fra i francofoni e gli anglofoni, inaugurando il gusto del portoghese per tutti; ha “sdoganato” per sempre la categoria dell’antipatico di talento con le sue uscite alla Odifreddi e i musi duri alla Braccio di Ferro. Mou più grande allenatore del mondo? Forse sì - forse no, adesso la risposta è problematica. Verosimilmente (poniamola sullo scherzo), è lui il vero epigono del “grande” Oronzo Canà, cioè di Lino Banfi, il profeta del modulo 5-5-5. A ripensare alle ultime partite della stagione scorsa, quando il bomber Eto’o faceva il terzino v’è da credere che lui il mitico “Allenatore nel pallone” di Sergio Martino l’avesse portato a memoria agli esami di qualifica, quel film divertente e sgangherato documento semi-sepolto di un periodo in cui il calcio era semplicemente bello.
Mou re della polemica? Quello sì. A pochi minuti dalla conquista del secondo scudetto consecutivo all’Inter (il diciottesimo per la squadra) il 16 maggio scorso, con le lacrime (di commozione) ancora agli occhi se ne usciva con l’ennesima mourinhata, tanto l’aveva capito che in Italia quelli che la sparano grossa hanno più fortuna degli altri: «Ha vinto la squadra che meritava di più. Il campionato è fatto di tante partite e vince sempre chi merita. Forse sarebbe potuto essere tutto più facile: avevamo un vantaggio in classifica molto interessante a metà campionato poi, in parte per colpa nostra, in parte per una serie di eventi, ne abbiamo perso tanti. Tutti volevano che il campionato non finisse troppo presto, ci sono state le partite spostate a gennaio e poi con un po’ di prostituzione ci siete riusciti tutti insieme. Anche voi giornalisti». Ma Mou (dice chi sa), è un romanticone. Lo conferma l’ex amante - Mou è sposato - lo negano i tifosi-invidiosi (che magari non sanno), e che masticano amaro adesso che lui non c’è più. Incantato dalle sirene del Real Madrid, forse per soldi, forse per ambizione di nuove sfide, forse per fuggire da un ambiente che ha risposto colpo su colpo alle leali arroganze del “Casanova” di San Siro. «L’Inter è una famiglia», Mou lo ha sempre ripetuto. Ma il problema dicevano al “Corsera” il giorno dopo la seconda delle tre epiche vittorie «non è Moratti, non è l’Inter, non sono i giocatori, ma è l’Italia, sono le sue regole, il modo di vivere e di interpretare il calcio». E poi ci si mettono anche i colleghi allenatori. Figuriamoci.
Anarchico come i conquistatori, Mou non è un uomo che sa ubbidire o apparire simpatico. Le regole se le impone da solo, accidenti. Ha costruito la fuga da Milano giorno dopo giorno attendendo che l’ultimo dei traguardi fosse oltrepassato. Ancora al “Corsera”: «Durante la stagione ho capito che qui in Italia non ero nel mio habitat naturale, che non era la mia casa, che non era il Paese dove potevo lavorare con la felicità di farlo. Ho pensato alla situazione e ho avvertito questo disagio in più di un’occasione. Ad un certo punto della stagione ho smesso di parlare, perché ogni volta che dicevo qualcosa venivo squalificato … Nel calcio italiano ho trovato tante cose negative, nell’Inter soltanto cose positive». Mou eroe nazionale, anzi internazionale. Generale con tanto di soldati (due nomi su tutti: Milito e Sneijder). Sa fare quello che un comandante deve saper fare. Essere contemporaneamente mamma e papà. Proteggere i ragazzi dagli altri e anche un po’ da se stessi... Proteggerli fino a quell’episodio conclusivo capace di dare senso a una “storia” che di sensi (particolari) potrebbe anche non averne. Come se fosse già tutto scritto. «Ha vinto la squadra più solida, più verticale, meno narcisa. Ha vinto, ancora e sempre, quel diavolo di Mourinho», scrive Roberto Beccantini sulla “Stampa” il giorno dopo la finale di Champions League Inter-Bayern del 22 maggio. Sono passati quarantacinque anni dalla vittoria dell’Inter nell’ultima Coppa dei Campioni – allora si chiamava così – e Mou regala agli interisti (e all’Italia) il trofeo “con le orecchie” e un risultato (Scudetto, Coppa nazionale e internazionale nello stesso anno) che nessuna squadra aveva mai raggiunto prima di lui (né il Milan di Sacchi né la “Giuve” di Trapattoni). Il generale conclude così la sua missione, da vincente (e c’era da giurarlo): il lavoro all’Inter? È fatto! È la tarda sera del 22 quando Mou dà l’annuncio che tutti, ovviamente, si attendono. Ha raggiunto i colleghi Ernst Happel e Ottmar Hitzfeld, ha vinto cioè la Coppa dei Campioni con due squadre diverse (Porto e Inter). Adesso spera nel terzo lido.
Pochi giorni e la notizia, oramai completa, diventa ufficiale. Kirk il capitano, alla ricerca di nuove avventure guiderà un’altra Enterprise, la nave stellare, che da oggi in poi (e fino a quando?) si chiamerà Real Madrid. Il resto sarà cronaca del futuro. Futuro del vanitoso “Special One” e della sua coloratissima “ciurma”. Futuro che cercheremo di comprendere dalle sue celeberrime frasi. E non sarà per caso già scritto?

martedì 26 aprile 2011

René Guénon, maestro di... tolleranza

René Guénon è un autore maledetto? A sessant’anni dalla morte (avvenuta a Il Cairo il 7 gennaio del 1951), è d’uopo porsi ancora una domanda che dà per assodate le vere ragioni della presunta maledizione? Precisiamo, allora: Guénon “maledetto” perché di destra? Di una “destra” che nega le ragioni positive della storia, le conquiste del genere umano (o politicamente: dei popoli) e riversa il negativo nel positivo, calpestando le forme più elementari del sapere scientifico? Di una destra né conservatrice né reazionaria, ma tout court nemica delle fenomenologie del mondo, a partire da uno “stato di cose” perso nella notte dei tempi, peraltro già contenuto nelle regole di una ontologia della regressione?
La pensa così Umberto Eco, la pensano così coloro che vedono in Guénon e in Evola e nei cosiddetti difensori della Tradizione, i nemici dello Stato moderno, ovvero la res publica e dei caratteri che lo fondano: libertà e eguaglianza. E a nulla vale la giustificazione che Guénon è autore impolitico per eccellenza, perché è giusto dire con Massimo Cacciari che qualunque pensatore, volente o nolente, è anche “utilizzabile” politicamente, essendo il destino della polis uno dei centri fondamentali del suo cogitare. In proposito, ci viene in mente la frase di Louis Pauwels, rozza ma esemplare; è l’approccio prediletto da certa intellettualità ai maledetti di una singola epoca: il nazismo? Altro non è se non la somma dei carri armati tedeschi e di René Guénon. È una stupidaggine quanto al contenuto (è una sintesi che fa a pezzi la sostanza e la storia), anche se c’è chi le ha dato credito, ma verosimile nella sua forma astratta.
Tutt’altro percorso, invece, per Giano Accame che va in direzione certo più credibile rispetto a Pauwels. In un periodo di furori dentro e fuori casa nostra, cioè nel Sessantotto, il direttore del Secolo della fine degli anni Ottanta, rivaluta Guénon e con lui Evola e von Salomon, autori della sua formazione giovanile, proponendoli come predecessori dei “miti” della contestazione globale, cioè di Adorno, Marcuse e Guevara. Accame, attento ai contenuti, tenta anche di affrancare da un’“esoterica” (seducente?) oscurità non solo Guénon e gli altri, ma anche gli stessi giovani missini, cioè i “figli del sole”, protagonisti/ribelli dei primi anni del secondo dopoguerra. Per Accame, i temi trattati sia dalla generazione ante litteram dei “sessantottini di destra” (il linguaggio è simile a quello utilizzato da Antonio Carioti ne Gli orfani di Salò), sia dai sessantottini della “nuova sinistra” sono più o meno gli stessi. C’è negli uni e negli altri un “anti-modernismo” che isola dal “mondo moderno” e che induce, per esempio, a non accettare gli elettrodomestici, la pubblicità e i mass-media, cioè le espressioni chiare ed evidenti della contemporaneità. Un anti-modernismo che spinge a guardare altrove, insomma. Per Accame, la somiglianza «nei temi di protesta», fra destra e nuova sinistra, è stata anche «ricostruita artificialmente, con un plagio, dai pensatori a cui la nuova sinistra si richiama». Marx ed Engels, per Accame, sembrano pescare da de Maistre, Adorno invece riprende gli argomenti di certa «critica reazionaria». Marcuse (pur appartenendo alla stessa scuola di Max Horkheimer e Adorno e dunque «dicendo presso a poco le stesse cose»), gode di un momento di «grande fortuna» solo perché «ha il vantaggio di essere più volgare e involuto». In fondo, il suo L’uomo a una dimensione riprende la polemica dell’estrema destra spiritualistica contro la democrazia «edonistica e la finta libertà che ci riserva». Le asserzioni di Marcuse, infine, potrebbero benissimo stare in bocca a Guénon, a Evola o a un cattolico integralista...
Con buona pace dei sostenitori della pericolosità del maestro di Blois (e degli appartenenti alle scuole più ortodosse), nelle affermazioni di Accame c’è il Guénon del “futuro”, non già il teorico dei partiti unici a guida “carismatica”, ma il critico del pensiero “comune”, delle sue basi essoteriche, “volgari”, logico-razionali e del docente o filosofo-pedante. Guénon è l’uomo che spinge all’approfondimento in chiave spirituale: dai libri sacri alla religiosità meno conformista, dai “test” contemplativi fino alle aperture “pop” di Franco Battiato. Parallelamente è l’uomo della “saggezza”, e chi si professa guénoniano (e moderato), combatte la faziosità, indaga i principi ultimi in ogni singola tradizione, studia la simbologia, si misura, come il “maestro” con i saperi più disparati e cerca una qualche forma di iniziazione, pur nelle secche del mondo moderno. Guénon non è uomo per adunate oceaniche ma, al contrario, per il dialogo costruttivo; a volte, spinge perfino all’isolamento e alla riflessione solitaria. Saggezza, per Guénon, non è sinonimo di pensiero filosofico, seppur costantemente aperto verso il suo stesso superamento, né di punto di vista esclusivamente religioso. Anzi, qui sta il suo maggior pregio. Il sapere filosofico per Guénon non può e non deve slegarsi da ciò che lo precede: «la conoscenza filosofica non è che una conoscenza superficiale ed esteriore», scrive, ed è solo un «primo grado sulla via della conoscenza superiore ed autentica che è la saggezza», la religione, infine, è legata a «un ordine sentimentale» e nulla ha a che vedere con la metafisica, che è conoscenza per via intellettuale dell’universale, assoluto e illimitato. Inutile dire che conoscenza di carattere metafisico e saggezza, col sovrapporsi del soggetto interessato e l’oggetto “pensato”, rappresentano lo scopo ultimo dell’“indagine” guénoniana.
Altro pregio di Guénon è quello di aver guidato fin dalla scoperta italiana, avvenuta negli anni Venti del primo fascismo, all’interno del periodico esoterico e massonico Atanòr e poi attraverso l’interessamento di quello che può considerarsi il suo “allievo” per eccellenza, Evola, all’apertura verso le culture non riconducibili all’“ortodossia” occidentale. Non solo con la sua conversione, meno che trentenne all’Islam, nel 1912 (sedotto com’è, dal sufismo), ma per la preminenza assegnata all’Oriente contemplativo rispetto all’Occidente razionale e materialista. Di quest’ultimo Guénon si spinge a scrivere che incarna «l’esatto opposto del pensiero puro»; del primo, invece, che ben rappresenta la vera intellettualità: «per la quale non c’è conoscenza vera e valida se non quella che ha le proprie radici profonde nell’universale e nell’informale». Un maledetto? Vessillifero del pensiero critico, Guénon riflette sulle fondamenta dell’Occidente e sul suo contrario: l’Oriente. Senza dismisure, senza nemici implacabili. Educando non al disprezzo, semmai alla tolleranza. Alla cautela.

lunedì 18 aprile 2011

Marco Iacona, Il maestro della Tradizione, estratto in lingua inglese

Julius Evola: Theosophy and Beyond
Joscelyn Godwin
In 2008 Marco Iacona asked me to join 40 others in answering some questions about Julius Evola, specifically (in my case) about his connections with Theosophy. The questions and answers were published in Italian as Il Maestro della Tradizione: Dialoghi su Julius Evola (Naples: Controcorrente, 2008), which for its balanced approach and multiple points of view is surely the best all-round book on Evola. Here is the English original of my contribution.
 
What is Theosophy, and what are its ramifications?
Theosophy, as the Greek etymology of the word suggests, is the wisdom or knowledge of God, seen from the human point of view as something to be striven for and attained. The word first came into use among the Neoplatonists and can appropriately be applied to the quest for divine wisdom as found in the works of Plotinus, Porphyry, Iamblichus, Proclus, Damascius, and Pseudo-Dionysus the Areopagite. With the dominance of Christianity over paganism, the term fell out of favor, for the Church was then supposed to be the repository of all the wisdom needed for salvation. It reappeared in the Protestant domain during the seventeenth century, among the followers of the German mystic Jakob Boehme, and continued into the nineteenth century with Louis-Claude de Saint-Martin and Franz von Baader.
However, most people today associate “theosophy” with the Theosophical Society, which was founded by Helena Petrovna Blavatsky and Henry Steel Olcott in New York in 1875. They chose the term partly because of their sympathy for the Neoplatonic and mystical currents, and partly because their society aspired to knowledge, not just to theory. This, at least, was the situation in the early Theosophical Society, which arose out of a context of spiritualism, psychical research, and practical occultism. Later the word would apply to the particular knowledge revealed by Blavatsky’s masters or “Mahatmas,” both directly through their letters and through her major work The Secret Doctrine.
Because of the appropriation of the term by Blavatsky and her successors, those outside the Theosophical Society who aspired to theosophy had to find other words for it. Thus Rudolf Steiner called his movement “anthroposophy,” the French continued to use the term “occultism,” and other esoteric groups sailed under the banners of “magic,” “metaphysics,” “tradition,” “Hermetism,” “Rosicrucianism,” etc. Seen from the outside, they were all theosophists in the sense of seeking understanding and direct knowledge, whether of God, the gods, or more impersonally “the Divine” or “the Absolute.”
Can Evola also be considered a Theosophist?
What has been said above explains why this question cannot be answered with a simple Yes or No. If the person asking it associates theosophy only with the Theosophical Society, the answer is No. If on the other hand the question is based on an appreciation of the distinction between that society and the theosophical tradition, then the answer is Yes. Evola was certainly engaged on a search for the Absolute, and he recognized that this search had been pursued by many different routes, at many different periods. In point of fact, he had more in common with Blavatsky than he would have liked to admit, because the goal of his sophia was, like hers, an impersonal one. Both were more sympathetic to the Eastern traditions, especially Buddhism, than to the monotheistic or Abrahamic religions. In reading the Christian theosophists and alchemists, both looked beneath the surface, at the metaphysical doctrines and experiences that transcended dogmatic and biblical modes of expression. Also, the very idea of “tradition,” of a primordial wisdom that has reappeared in different forms throughout the ages, was mediated to Evola’s generation by the Theosophical Society. The Renaissance had known this as the theory of a prisca theologia, a wisdom possessed by pagans as well as by Jews and Christians, but it was the Theosophical Society that publicized it, and widened its scope by including the wisdom of the Near and Far East, even privileging the latter. By the time Evola came of age, the idea that the ancient East possessed a wisdom superior to that of the modern West had entered the general fund of ideas, attracting people who were disillusioned both by Christianity and by atheistic materialism.
How much do his well-known works Imperialismo pagano and Rivolta contro il mondo moderno owe to Theosophy?
The hostility towards Christianity and the Catholic Church expressed in Imperialismo pagano parallels that of Blavatsky, who had no love for either. Like Evola, she despised the crawling worship of a personal, suffering god. She deplored the Church’s duplicity, by which a religion of ascesis and personal salvation had grown into a monster of power politics. However, there is no doubt that Evola’s master in this regard was Nietzsche. The political solutions that he draws from his interpretation of history are diametrically opposed to those of Blavatsky and the Theosophical Society, which were always more on the “left” than the “right” politically.
There is a closer convergence of attitudes between Evola and Blavatsky in Rivolta contro il mondo moderno. They shared the idea of a primordial tradition whose traces we can detect and, to an extent, understand through the symbols it has left behind in religions, legends, art, etc. Blavatsky in The Secret Doctrine writes much about these universal symbols, especially geometrical, numerical, and astronomical ones, and natural objects like the Tree, the Rose, and the four elements. Evola expands on these, but his basic premise is the same as hers.
Another coincidence is in their reconstruction of humanity’s prehistoric past. In Rivolta, Evola mentions ancient races inhabiting first Lemuria, then Atlantis, and follows these with the “Aryans,” which are the same as Blavatsky’s third, fourth, and fifth “root races.” Blavatsky places an even earlier race around the North Pole—her second, or “Hyperborean” root race. Here the two authorities differ, for while Blavatsky’s Hyperboreans occurred so early in the evolution of humanity that they did not even possess physical bodies, Evola’s were fully physical, contemporary with the Atlanteans, and the direct ancestors of the Aryans. This is explainable through the additional influence on Evola of Herman Wirth’s Der Aufgang der Menschheit, which made a strong case, based on symbolism, for the existence of an Arctic or circumpolar culture in recent prehistoric times.
One should remember that by the 1920s, the major branch of the Theosophical Society, under the leadership of Annie Besant and Charles W. Leadbeater, had mutated from its original nature. Under Leadbeater’s influence, it had become obsessed with the young Krishnamurti, who was being prepared for revelation as the “World Teacher,” to inaugurate a new era for humanity. Coupled with this was Leadbeater’s reintroduction of Christianity into the Society through the Liberal Catholic Church, and his rewriting of world history based on the reincarnations of himself and other prominent Theosophists. The Society as Evola knew it, or knew of it, was so unappealing to him that he could not see it in anything but a negative light (see especially the lengthy treatment in Maschera e volto dello spiritualismo contempraneo). In any case, Evola was never going to respect wisdom that came through a woman! It seems probable that he derived his idea of Lemuria, Atlantis, etc., from Anthroposophy, for Rudolf Steiner has exactly the same scheme—derived, in turn, from Blavatsky, but supposedly confirmed by Steiner’s own supersensible vision.
How important for Evola was the encounter with Guénon?
Some writers on the Traditionalists have given the impression that Evola and Guénon were close colleagues and even friends, but this was not the case. The two men never met, their correspondence was quite limited, and their philosophies coincided only at a few points. What was important for Evola was the encounter with a few of Guénon’s ideas. First among these was the crystallization of the idea of Tradition, as the perennial meeting-point of humanity with the transcendent. Second was the view of modernity that followed inexorably from it.
In two cases, Evola’s works can be seen as deliberate emulations of Guénon’s. Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo (1932) shares the same attitude and polemical intentions as Guénon’s early works Le Théosophisme, histoire d’une pseudo-religion (1921) and L’erreur spirite (1923), but spreads the net wider to include post-World War I movements. Rivolta contro il mondo moderno (1934) defines “tradition” more explicitly than Guénon had done, and expands the refusal of modernity sketched by Guénon in La crise du monde moderne (1927). But there were enormous differences between them. Guénon’s version of prehistory followed the Hindu legend of the kshatriyas (warrior and royal caste) rebelling against the brahmins (priestly caste); Evola’s version had the two castes originally united, then the priesthood breaking away from the kshatriyas’ rightful control. This reflected a fundamental psychological difference between Evola, whose attitude was that of the kshatriya, active and even aggressive, and Guénon, who was a typical brahmin, a contemplative scholar and sage. It explains Evola’s engagement in politics, versus Guénon’s disengagement; Evola’s heroic path of the solitary “special type of man” working to realize the transcendent in himself and become an “absolute individual,” versus Guénon’s concern with initiation as the necessary condition for the esoteric path.
The differences multiply, as one can see simply from the titles of their works. Guénon had a low opinion of Buddhism (compare Evola’s La dottrina del risveglio), little interest in alchemy (compare La tradizione ermetica), kept aloof from any discussion of psychology or sex (compare La metafisica del sesso), and completely ignored anything German. Evola, for his part, never accepted the myth of the King of the World and his subterranean kingdom of Agarttha (compare Guénon’s Le roi du monde), had scant interest in Freemasonry (compare Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage), and a very limited respect for even esoteric Christianity (compare Saint Bernard, Aperçus sur l’ésotérisme chrétien). Finally, can one possibly imagine Evola marrying into an Islamic family and becoming a practicing Muslim? Or Guénon placing any hope in the Nazi Schutzstaffel (the “SS”)?
We know of the first contacts between Evola and Guénon from some letters dated 1925. That was a crucial year for Evola, in which his first real philosophical work appeared (Saggi sull’idealismo magico) and Giovanni Colonna di Cesarò’s fortnightly Lo Stato democratico published his first political articles. In 1925, Evola was only 27, yet he already seems to have mapped out the general lines of his system of thought: philosophy, Tradition, and politics.
Like Guénon, who traced the main elements of all his later metaphysical thought in a series of articles in La Gnose between 1910 and 12 (then aged 24–26), Evola arrived at his system at a very young age, for a philosopher. They were both, in a way, philosophical prodigies: a much rarer phenomenon than musical or mathematical prodigies, but no easier to explain rationally. However, if we accept their metaphysics the question takes on another aspect. According to this, human beings do not come into the world as tabulae rasae, blank slates awaiting the inscription of experience, but with a spiritual history already behind them. Although both Evola and Guénon repudiated the doctrine of reincarnation in its commonplace form, this did not eliminate the possibility of other forms of pre-natal existence. The magical goals of the Gruppo di Ur included the preservation of individual consciousness beyond the point of death, and the making of the individual into a self-directed will, not the passive object of cosmic forces like the majority of humanity. My own comment, which you invite here, is that if such a thing is possible, the individual might choose a deliberate incarnation for a specific purpose. In that case, one might well expect that the person’s life’s work would make an early appearance, and that a minimum of time and energy would be wasted on the normal diversions of youth.
A complicated question, that cannot be answered in a few lines: What are the myths that Evola used most in the works mentioned?
There are at least four. The myth which pervades Evola’s works from beginning to end is the Olympian. It is the myth of the highest state of which man is capable, expressed through the imagery of the mountain home of the Graeco-Roman gods. The “Olympian man” is impassive, calm, and absolute master of himself. As the “absolute individual,” he has only to will a thing for it to be realized. Other associated images favored by Evola include Uranos, the sky god in contradistinction to Gaia, the earth goddess; Plato’s myth of the True Earth or the World of Forms that is separate and superior to the material world; the Arya or superior man who manifests “Olympian” and “Uranian” qualities; and the mountain-climber who enacts the ascent of Olympus in body as well as in spirit.
A second myth, whose connections with the Olympian are fairly evident, is the Hyperborean. Having accepted Wirth’s revelation of an ancient Arctic race, Evola made it the cornerstone of his mythic history of humanity. According to this, the Hyperboreans “descended” from their polar homeland to found the great traditional civilizations, and they remain the ideal of Evola’s threefold racial theory, being exemplary in body, soul, and spirit. (It is significant that Guénon, while also accepting the Hyperborean theory in principle, preferred to locate his “supreme center” in subterranean Agarttha.)
A third myth is that of the Four Ages of the World, and of the present age as being the lowest and darkest of these: the Age of Iron according to the Greeks, the Kali Yuga of the Hindus. To accept this version of macro-history, as Evola did, affects one’s every attitude towards the present: it is seen in a uniformly negative light. It subjects human history to a cosmic inevitability and denies any hope to the mass of humanity. The only one who can escape the dire situation is the possessor of the Aryan spirit, who can “ride the tiger” as the rest of the world hurtles to destruction.
A fourth and last myth is Empire: the myth that a divine order is possible in human society. It supposes that such an order has existed in the past, and that it can be restored. The temporal power of the ideal empire is justified by its spiritual authority: it is ruled by divine right and there is no questioning its hierarchies. Evola imagined this empire as having been realized, to a degree, in ancient Rome and in the Middle Ages; it was the foundation of his political opinions. For a while he hoped that the myth would become reality in the mid-twentieth century, and saw a better chance of this with a victory of the Axis powers in the Second World War.
There are obvious contradictions between such hopes and the myth of the Four Ages of the World, but myths are not rational. Whether “true” or “false” in a scientific sense, they are the most powerful molders of human opinion and motivators of human activity, and Evola himself did not so much “make use of them” as he was used by them.

sabato 16 aprile 2011

Elogio dell'imperfezione

Mi piaci così come sei… imperfetta, con dieci chili di troppo, lunatica e zitella da trentadue primavere. Ce ne abbiamo messo di tempo, ma alla fine è arrivata: la frase giusta, apparentemente buttata lì, che può valere una vita o una vita raccontata in un film. Il film è Bridget Jones’s Diary (cioè Il diario di Bridget Jones), lei (l’imperfetta) è Renée Zellweger nei panni di una trentenne dei nostri giorni, la “sfortunella” che si trova ad avere a che fare con l’ultimo capitolo di un’enciclopedia dal titolo apparentemente comune (“Storia delle donne” o giù di lì), ma complicatuccia come un trattatello d’età medievale.
Il film esce nel 2001 (ne riparliamo intanto che si spengono le dieci candeline), ed è tratto dall’omonimo romanzo di Helen Fielding, un gran successo - un po’ per caso - che ha dato il “la” alle storie “tipiche” per ragazze e di ragazze. Un filone mai del tutto esaurito. Almeno qui da noi. Nel 2004 esce anche il prevedibile sequel (Che pasticcio, Bridget Jones!) e più in là ne uscirà, probabilmente, anche un terzo. Protagonista è una donna che riempie le pagine del proprio diario di umori, esperienze e sensazioni. E fin qui nulla di nuovo, anzi. Perché la questione non è la forma, ma la sostanza. E di polpa “fresca” ce n’è parecchia nel romanzo della Fielding e nella pellicola dolceamara della regista britannica, quasi debuttante, Sharon Maguire.
Domanda necessaria: Bridget Jones è la donna del Terzo millennio? Alle femministe (quelle più iste), piacerebbe punto l’accostamento. Bridget è una tenera-imbranata, tormentata dai dubbi, che si muove in modo goffo in una grande città (Londra), fredda e laboriosa. Una Londra indifferente, da “bere” a piccole dosi, tanto ipocrita da togliere la soddisfazione di esserle necessariamente nemica, come ai tempi della regina Vittoria. Una donna, protagonista sovente in negativo (un po’ sfigatella, si direbbe con linguaggio da Terzo millennio). Ma il punctum dolens è questo: il film è una sorta di “elaborazione”, con intrecci da commedia romantica, dei buoni propositi per il nuovo anno di Bridget Jones; propositi tutt’altro che indispensabili per il “progresso morale e materiale della società”… Non giriamoci attorno allora: Bridget Jones è una donna tinta d’ordinario, un essere umano qualsiasi. Lavoro, famiglia, amici: gioie, dolori e “comuni eccezioni” che garantiscono pochi minuti di “successo”, tanta ma tanta normalità (a lei), e agli spettatori palate di divertimento. La paura più grande? Rimanere zitella e finire pazza come Glenn Close in Attrazione fatale. Bridget (secondo punctum dolens), non è una donna che odia con la “giusta” dose di “ideologia” e non odia l’uomo in quanto uomo –  c’è chi ha ereditato questa “qualità” dagli anni caldi del femminismo – ma l’uomo in quanto “stronzo”. E la differenza c’è, eccome... Nel primo caso, le possibilità per un sincero e reciproco “perdono” si riducono a percentuali da prefisso telefonico. Nel secondo, le possibilità del lieto fine lievitano fino a toccare le stelle. Serve la pazienza, basta la tolleranza... E non è detto che siano qualità da moderne Wonder Woman.          
Per intenderci: i buoni propositi di Bridget sono: smettere di bere e di fumare, tenere la bocca chiusa quando serve, perdere peso, trovarsi un ragazzo e tenersi lontana dai flirt pericolosi, soprattutto quello col capufficio, l’affascinante figliodi… Daniel Cleaver (nel film Hugh Grant), che ci prova quasi sempre, e quel che è peggio ci riesce pure. Il film si risolve in un quasi triangolo amoroso lei-lui-l’altro, cioè Bridget, cioè Daniel e il suo reciproco, cioè Mark Darcy (nel film Colin Firth) che piace a mamma perché è (fin troppo) serio e rassicurante. Un personaggio che richiama alla memoria, e molto ci somiglia, il Darcy di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Alla fine, Bridget sceglierà quest’ultimo, nonostante il cuore batta ancora per Daniel la canaglia….
Nell’Ottocento il “triangolo” – quello Tannhäuser, Venere e Elisabeth – avrebbe facilmente previsto due donne e un solo uomo, ma l’emancipazione femminile capovolge i ruoli dei protagonisti. Emancipazione parziale però, dato che Bridget si trova a scegliere fra due uomini (con uno dei quali ha una “storia di sesso”), con l’obiettivo di correggere il proprio vizio d’origine: lo status di zitella, il non essere l’esatta metà di una coppia… Nel Diario di Bridget Jones l’uomo (uomo-preda) possiede una virtù, che fu la virtù della donna ottocentesca: trasformare l’esistenza dell’altro sesso. Quello femminile è, fatalmente, un potere mal gestito: una “dipendenza”, un’idea fissa, che tende a favorire l’uomo al di là dei meriti “concreti” (Daniel e Mark sono entrambi, e per parte loro, degli immaturi). I piccoli uomini, le prede comuni si trasformano in animali del peso di Moby Dick, e dagli “innocui” coprotagonisti si leva ben altro che un controcanto. La vita della protagonista dipende dalla loro presenza-assenza. La donna è destinata a tornare “marionetta”, purtroppo. Chi paga? Bridget, che pare non abbia altri interessi, disimpegnata e per nulla contestatrice, altro che la Mafalda delle quattro “i”: imprevedibile, impegnata, irrequieta e intelligente… Ma Bridget, donna del Duemila, paga anche colpe non sue. Paga la scomparsa delle due grandi “utopie”, maturate nei decenni precedenti. Col ritorno al privato - alla famiglia - e con lo spegnersi delle agitazioni fuori e dentro casa, guadagnano spazio le fiabe col gusto dell’eternità e i sentimenti “puri”, meglio se adolescenziali, a discapito delle trasgressioni e degli amori violenti.
Ma la storia di Bridget Jones non è quella di una ragazzina al primo amore né quella – tipica degli anni Novanta – della donna che va contro la morale, anzi Morale, e sfida la morte fisica; è la storia con poco sale, invece, di una donna in piena crisi dei “trenta e passa”, accortasi all’alba di un nuovo anno di quanto possa sedurre la bassa normalità. Le fiabe sono bell’e morte (c’è un non so che di comico realismo nietzscheano nella trama e nelle antropologie del film) e i principi azzurri adesso sono perfino dei mascalzoni. La “perfezione” la sia lascia a quei pochi che credono  ancora all’esistenza di Babbo Natale no? In fondo Il diario di Bridget Jones sta tutto nell’abbigliamento dei protagonisti: gli orribili maglioni di Mark e le brutte mutande di Bridget… E chi se ne frega? Siamo nel Terzo millennio, dopotutto. Lo ripetono Mark e Bridget: mi piaci così come sei... Viva l’imperfezione, viva la gente per nulla speciale e viva chi, nella vita, scrive sempre una nuova pagina. Di diario, naturalmente.

venerdì 15 aprile 2011

Ci manca già da dieci anni.

Come i grandi. Se ne va all’improvviso senza farsi attendere, in un luogo che lo ha visto protagonista, fra la gente che lo applaude, fra i compagni che lo rispettano, fra gli artisti che lo stimano. Giuseppe Sinopoli muore il 20 aprile del 2001, mentre dirige il terzo atto dell’Aida di Verdi a Berlino, e muore in teatro come prima di lui Dimitri Mitropoulos e poi Giuseppe Patanè e altri artisti meno popolari. Ha solo 55 anni ed è già uno dei direttori d’orchestra più famosi: il primo italiano ad aver diretto il wagneriano Anello del Nibelungo a Bayreuth per intero, più del mito-Toscanini; Sinopoli è un compositore originale e un uomo straordinariamente colto, un intellettuale che cita Seneca, Schopenhauer e stravede per l’antico Egitto. Per un’Italia che si affaccia nella crisi di “lungo periodo” della cultura è una perdita enorme, per gli appassionati un grande dispiacere.
Quando un uomo di teatro muore in palcoscenico, improvvisamente per un infarto fulminante, si pensa – per riflesso condizionato – che qualcuno molto “più in alto” abbia preso la decisione “giusta”. Così, accadde più di mezzo secolo prima per il baritono americano Leonard Warren, la cui fine improvvisa “ispira” i colleghi d’ogni parte (e fra loro, il nostro Mario Del Monaco). Così accadrà anche in futuro, ci scommettiamo. Ma è una riflessione un po’ macabra. Essa appartiene ai giornalisti a caccia di esclusive, ai “personaggi” in cerca di loggione, ai romanticoni orfani di rotocalchi e feuilleton. Quel 20 aprile di dieci anni fa, Sinopoli di cose da fare, su questa terra, ne ha ancora molte… Progetti musicali: un Rosenkavalier e una Turandot alla Scala dove ha debuttato nel 1994 e soprattutto una seconda laurea. E di morire non ci pensa proprio. Nel 1972 si è specializzato in Psichiatria, poi ha perfezionato gli studi musicali, infine si è appassionato al mondo antico. Il giorno dopo l’Aida alla “Deutsche Oper” di Berlino lo attende una commissione, a Roma, per la discussione della tesi in Archeologia. La città decide di celebrarlo ugualmente con le esequie in Campidoglio, dedicandogli una sala dell’auditorium “Parco della musica”.
Compositore di espressione “strutturalista” e oltre, direttore d’orchestra d’ispirazione mitteleuropea, Sinopoli rimane nei nostri cuori perché è un uomo schietto, libero dagli schemi. Dinamico, positivo, un uomo da terza via: realista e idealista insieme. Nasce nel 1946 e attraversa l’intero arco del dopoguerra con la sua modernità “feroce”. Ma lo attraversa da intellettuale postmoderno fra i primi (in assoluto) a superare gli steccati ideologici che separano “questi” e “quelli”, i “bianchi” (o i “rossi”) e i “neri”. È un contemporaneo che ama anche la tradizione, i suoi maestri sono: Gyorgy Ligeti, Karlheinz Stockhausen, Franco Donatoni, Bruno Maderna e Hans Swarowsky. Si specializza nella musica elettronica e contemporanea, ma sul finire del Settanta passa al repertorio (Verdi, Puccini, Mascagni) e ai nobili cavalieri dell’Europa tardo-romantica e di primo-Novecento: Anton Bruckner, Gustav Mahler e soprattutto Richard Strauss. Dirige le migliori orchestre del mondo (Londra, Berlino, Vienna, New York, Dresda) e anche quelle italiane. Dall’83 all’87 è direttore musicale dell’Accademia di Santa Cecilia e dal ’99 al 2001 è direttore artistico e musicale del Teatro dell’Opera di Roma; negli anni Novanta anche direttore artistico di Taormina Arte. In Italia, ha qualche difficoltà di troppo. Ma è in buona compagnia: anche per Karajan, qui da noi, non fu una “luna di miele”… All’estero ha successo, ma in Italia va così così. Le registrazioni da ricordare, dieci anni dopo, sono le sinfonie mahleriane, le opere di Strauss, Zemlinsky e Wagner (Tannhäuser); poi ci sono le Suites dalla sua opera teatrale del 1981 Lou Salomè, su libretto di Karl D. Gräwe. I melomani italiani infine ricordano Sinopoli per la Madama Butterfly di Puccini con Josè Carreras e Mirella Freni e per il Nabucco di Verdi con Piero Cappuccili e Ghena Dimitrova.            
L’uomo-Sinopoli vive pochissimo nel Terzo millennio ma ha idee da intellettuale del futuro. È un “filosofo” privo dei sacri furori che non ama fare il passo più lungo della gamba, in musica e in altri “luoghi” del pensiero. Anzi. Concilia l’“inconciliabile”: è un marxista che legge Lukacs e Ernst Bloch ma anche René Guénon e Julius Evola - di padre siciliano come lo stesso Sinopoli - che lo incanta col suo paganesimo antimoderno, propositivo e mai nostalgico. La sua Weltanschauung si trova nel libro del 1993 Parsifal a Venezia (ed. Marsilio), il rapporto con la sua città, con gli “altri” e col mondo. Di oggi e di ieri. Sinopoli colleziona pezzi antichi: non oggetti, come egli stesso precisa, ma “idee”, le idee che sono comprese nell’oggetto. La pensa così la storica dell’antichità Lidia Storoni Mazzolani, traduttrice delle Memorie di Adriano: idee di decadenza ma anche di nuova generazione, fine come inizio di una nuova era. Rimangono nei nostri cuori le ultime parole di Sinopoli immortalate nel programma di sala dell’Aida di Berlino, con la citazione di Sofocle e la dedica all’amico Friedrich Goetz, sovrintendente e regista da poco scomparso: «…tu e questo paese… abbiate buona sorte, e nella prosperità ricordatevi di me, quando sarò morto, per sempre felici». E rimangono nel cuore le parole della moglie Silvia Cappellini (su «La repubblica», il 24 aprile 2001), appena dopo la morte del marito (avrebbe dovuto vivere altri «200 anni», per mettere in pratica tutti i suoi progetti…), a testimoniare degli interessi e delle passioni di questo straordinario e raffinato umanista annodato alle lezioni rinascimentali, nietzscheano, wagneriano, critico della “modernità”, dei mass media e della globalizzazione. Conquistato dai miti (il comunismo è l’ultimo mito della vecchia Europa) e dai meriti della memoria di ciò che “siamo stati”, prima di una crisi secolare. «Trasversale» lo definisce Paolo Isotta sul «Corriere della sera» del 22 aprile del 2001; a tutto campo: un intellettuale che si nutre di sapienza esoterica e di filosofi essoterici e ritrova in questi e in quelli le sue “verità”; più vere, forse, del “semplice” gesto tecnico del direttore d’orchestra. Analista della storia delle idee più che “principe” del podio come la tradizione italiana ci tramanda, così risponde su Puccini a Giuseppe Lenzi, sulle pagine dell’«Espresso», in un’intervista ripubblicata quattro giorni dopo la morte: «Puccini rappresenta il corrispettivo dell’indagine espressionista trasportata nel sistema borghese italiano. I suoi sono sentimenti e motivi forti, originari, ma non letti astoricamente come Verdi. Piuttosto trasportati espressivamente nell’ambito delle piccole relazioni borghesi … In questo contesto comprendo la simpatia che Arnold Schoenberg aveva per Puccini: quegli stessi argomenti stimolavano, nella borghesia tedesca, l’indagine freudiana. Il parallelo fra Verdi e Puccini è fondamentale, come quello fra Wagner e Richard Strauss. La “Salomè” di quest’ultimo riunisce la sensualità morbida e coloristica di Gustav Klimt avvolta su quella aspra ed essenziale d’un Egon Schiele. Eccovi tracciate le coordinate dei miei interessi. Wagner e Verdi vi rappresentano il momento universale. Strauss e Puccini l’adattamento degli archetipi alla storia e alla società».
Sinopoli è anche analista di “cose italiane” di cose di “casa nostra”. Avverso al leghismo ingenuo e volgare, aperto ai diritti in un’Italia che già negli anni Novanta lascia intendere un futuro poco incoraggiante. È al di là della “sinistra” (lo è nella misura in cui la “sinistra” non si rispecchia nei diritti) e della “destra” (lo è nella misura in cui la “destra” si confonde con la demagogia), è maestro di partiture e di aperture verso altri lidi. Il rock? – dice in conclusione a Lenzi – è rottura da schemi «abituali». È utile per combattere la pigrizia, quella di chi utilizza la «diversità» per chiudersi al mondo. La creatività prima di tutto allora, perché ad ogni “angolo” del mondo spirito e materia siano sempre pronti a darsi una mano.

domenica 10 aprile 2011

Memorie di Lidia

Guardare al passato ma non essere fanatica. Dialogare con Tacito e con Sallustio, con Tiberio e con Adriano, ma continuare a sentirsi una donna del Novecento. Ci vuole gran carattere, ci vuole gran classe. Occorrono studi seri e impegno; non quello per voler cambiare il mondo, ma semplicemente quello per volerlo conoscere. Anzi per farlo conoscere. A chi va all’università, a chi è convinto che presente e futuro siano già compresi nel passato o a chi vuol semplicemente crederlo. Pensiamo sia giusto che il ricordo di Lidia Storoni Mazzolani, cent’anni in questo 2011, ma morta nel 2006, debba cominciare proprio da poche righe dedicate non alla grande antichista e traduttrice (oltre a Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, anche I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift), ma alla persona. È il miglior omaggio al lavoro di chi ha tradotto in fatti e nomi-propri episodi e personaggi che in pochi avrebbero preso in considerazione con la stessa cura.
Allo stesso modo, per capire in cosa consiste il lavoro della Mazzolani è utile leggere la frase di Gesulado Bufalino posta all’inizio di Una moglie, libretto della Mazzolani uscito per Sellerio nel 1989: «Il calore residuo delle esistenze che furono, le pedate furtive della storia minore, quasi sempre più maestra d’ogni altra». Il libretto è lo studio, si legge nel risvolto di copertina: condotto con capacità borgesiane (mescolando passato e presente), di un’iscrizione funeraria anonima degli ultimi anni del I secolo avanti Cristo dedicata a “una moglie”. I protagonisti dell’iscrizione (la più lunga mai esistita), la moglie defunta e il marito che ne tesse l’elogio durante le esequie, «furono due coniugi romani di classe elevata, vissero negli anni torbidi e violenti tra la Repubblica e l’Impero, furono coinvolti in quegli avvenimenti, si trovarono esposti a gravi pericoli. Si salvarono. Rimasero segnati dal ricordo orrendo dei rischi che avevano corso, delle violenze alle quali avevano assistito; si aggrapparono alla sola cosa che, in quei decenni di crisi, non aveva vacillato: la loro unione». La Mazzolani narra la storia “al contrario”, la storia “dal basso”, il dietro le quinte come il miglior maestro della migliore scuola, la storia privata nella quale spuntano qua e là i nomi di personaggi assai noti, Cesare e Augusto; la storia capace di dire tanto dei costumi e degli usi di Roma antica. È questo il suo grande merito. «…dietro i loro volti, ripresi in primo piano, nello sfondo si vedono muovere gli altri, i grandi, quelli che facevano la storia…».
Una cosa accomuna Lidia Mazzolani traduttrice, alla Yourcenar scrittrice: l’abilità di narrare oltre il comune narrabile, la capacità di estendere il tempo della pagina scritta anche ai giorni a venire, l’ampiezza dell’approccio e il riguardo per le pure necessità filologiche. Quando la Yourcenar e la Mazzolani si ritrovano a collaborare per la traduzione di Memorie di Adriano (un lungo rapporto di lavoro e amicizia raccontato dalla stessa Mazzolani in coda al volume tradotto), prima per la napoletana Ruesch, poi per Einaudi dopo che una tutto sommato breve causa blocca l’uscita del libro, si rendono conto di esser fatte l’una per l’altra. Raffinata e colta ma non supponete la prima, semplice (altrettanto colta) e riflessiva la seconda. Si incontrano, si stimano e continuano a scriversi fino alla morte della scrittrice di Bruxelles, alla fine dell’87. Le esigenze professionali della Yourcenar («voleva che il suo scritto sembrasse tradotto dal latino e perciò preferiva una studiosa del mondo classico anziché di letteratura francese…») si trasformano, poco a poco, nella quasi tacita richiesta di un’amicizia, che vive attraverso il racconto genuino delle più comuni esperienze. Alla morte dell’autrice di Quoi? L’eternité, prima donna all’Accademia di Francia, la Mazzolani immagina: «Vorrei che sulla pietra dov’è scritto il suo nome fosse incisa la formula sepolcrale latina: STTL». Sit Tibi Terra Levis, cioè: la terra ti sia lieve.
In tanti considerano la traduzione delle Memorie di Adriano della Mazzolani un capolavoro nel capolavoro, allo stesso livello del miglior Cesare Pavese. Eppure, come lo scrittore langarolo, la studiosa romana non ha mai vissuto di luce riflessa. È stata pluripremiata, il Viareggio opera prima per il libro L’idea di città nel mondo romano del ’67 e la prestigiosa “Penna d’oro” ricevuta dall’allora Presidente della repubblica Scalfaro, ed ha contribuito alla diffusione della classicità, quella vera e non quella maritata al folklore battagliero della gioventù con casco e motocicletta. Si specializza nel periodo di Roma imperiale (L’impero senza fine del ‘72), nella patristica e studia le Iscrizioni funerarie romane (dal titolo di un volume edito da Bur nel 1991) ricavando tracce originali su usi, costumi, valori e credenze dei progenitori di qualche secolo fa. Si accorge di lei e del suo libro del 1972 (Sul mare della vita), Leonardo Sciascia che scrive: «…chi lo legge ne riceve un effetto come di quel buco nel soffitto da cui si intravedono le stelle, di cui parla Pirandello nel Fu Mattia Pascal…». Nel libro l’ennesimo studio di due epigrafi latine. La prima di un pagano anticristiano, la seconda di un notabile cristiano. Per la Mazzolani però, le differenze sono soltanto minime, al contrario di quanto sono pronti a sostenere gli “ideologi” delle parti avverse.
 I meriti della Mazzolani vanno in direzioni che si incrociano in continuazione. Direzioni diverse e non scoraggianti. La scoperta – o meglio riscoperta – di uno spirito di tolleranza fra i fedeli delle religioni “avverse” e l’opportunità della comparazione fra il prima e il dopo, fra tradizione e contemporaneità. La seconda perennemente illuminata dai saperi della prima. L’opportunità conseguente di un utile confronto – in positivo e purtroppo in negativo – fra la Roma imperiale e i nostri giorni. «La cultura del vecchio continente … appare in declino e non è ancora possibile valutare con precisione che cosa assorbiremo, nel tempo, dal Giappone … dalla Cina o dalle altre religioni che guadagnano terreno. La barbarie del ventesimo secolo non invade, si infiltra e trasforma lentamente. Ma vorrei far mie le parole del pittore francese Georges Braque: non ho mai visto una fine che non fosse al tempo stesso un inizio…», dice un giorno del ’94 a Ludina Barzini nel 1994 e sulle pagine del Corriere della sera.
Dato l’approccio che strizza l’occhio al sincretismo, il lavoro della Mazzolani non può non incuriosire un erudito come Elémire Zolla che la inserisce fra le firme del trimestrale Conoscenza religiosa, nato nel 1969, un anno di grandi cambiamenti. «una vasta, audace opera in divenire», che comprende «ricerche di taglio inedito in un gran numero di discipline: etologia, orientalistica, simbologia, antichistica, studi esoterici, linguistica e letterature comparate, nell’impronta di un sincretismo culturale che è stato e rimane la stella polare nel percorso intellettuale e sapienziale di Zolla», è la descrizione che ci offre la Marchianò, vedova Zolla. Una “ricerca” svolta fra ansie e piaceri e che riscopre le vie dello spirito. Senza clamori, senza eccessi. Senza l’arrogante presenza del punto esclamativo. In perfetto stile Mazzolani, ci vien da dire.