martedì 5 aprile 2011

1966: l'anno d'oro del beat in Italia

Nonostante sia l’autore del brano portato al successo nel ’67 da Antonie, «Pietre», il cantautore Gian Pieretti non è molto noto al grande pubblico. Eppure, Pieretti non è il classico autore da un solo brano (e da un solo successo), anzi. Nei primi anni Sessanta quando la lingua-madre della canzone è l’inglese, fa coppia con Ricky Gianco, poi conosce il cantautore scozzese Donovan, vero tipo alla Bob Dylan. Grazie a lui, arriva a sedersi perfino di fianco a Jack Kerouac, che nel 1966 è in Italia per un giro di conferenze tenute dal Nord al Sud del Paese. Pieretti e Gianco hanno appena scritto «Il vento dell’est», una canzone d’ispirazione donovaniana che al papà del Beat e pietra miliare della protesta giovanile non dispiace affatto. «Quando il vento dell’est mi porterà il profumo dei capelli suoi, io guarderò verso il vento dell’est e mi ricorderò che lei è andata di là…». Il tema è apparentemente leggero, nostalgico e delicatamente “on the road”; un piccolo matrimonio fra il folk e il beat (in verità, a quel tempo anche abbastanza diffuso), che resta probabilmente – nella nostra memoria – una delle pagine più alte del periodo d’oro del beat italiano. Un periodo che, appunto, vive nel 1966 il suo momento magico.
Quarantacinque anni – cifra tonda – per un movimento artistico-musicale che ha lasciato in eredità tanta nostalgia e molta buona musica. Nato grossomodo nel 1964, al seguito del successo planetario dei Beatles e dei Rolling Stones, il beat in salsa italica è al tempo stesso un movimento d’immagine e una filosofia un po’ improvvisata (tipica del beat è per esempio, la morale espressa un po’ ingenuamente dell’amore e della fratellanza). I gruppi che a esso si ispirano, i Rokes, i cosiddetti Beatles italiani, di Shel Shapiro e l’Equipe 84, strettamente legati a Francesco Guccini, hanno più o meno la caratteristica comune di piacere poco agli adulti – come inizialmente i Beatles – e molto più ai ragazzi, perché rappresentano in tutto e per tutto quel mondo giovanile che dagli inizi dei Sessanta si va affermando con regole e stili del tutto originali. Originali, per il nostro Paese, naturalmente; perché si tratta di costumi assunti, con giovanile incoscienza, dai Paesi anglosassoni. Dall’Inghilterra patria del “nuovo”, attraverso il lancio commerciale e d’immagine degli States. 
Il periodo migliore per i Rokes è proprio il biennio 1966-67, con quattro 45 giri. Prima con «Che colpa abbiamo noi» di Mogol, ed «È la pioggia che va», cantata pure da Caterina Caselli, poi con «Bisogna saper perdere», presentata al Festival di Sanremo in coppia con Lucio Dalla e infine con «Eccola di nuovo» su traccia originale di Cat Stevens. La prima delle quattro canzoni è una sorta di manifesto di quello che a quel tempo si chiamava conflitto generazionale o mancanza di dialogo (e relativa incomprensione) fra “padri” e “figli”. «La notte cade su di noi, la pioggia cade su di noi, la gente non sorride più, vediamo un mondo vecchio che ci sta crollando addosso ormai, Ma che colpa abbiamo noi. Sarà una bella società fondata sulla libertà, però spiegateci perché se non pensiamo come voi ci disprezzate… e se noi non siamo come voi una ragione forse c'è e se non la sapete voi oh ye e se non la sapete voi ma che colpa abbiamo noi…».
L’Equipe 84, non ha il successo dei Rokes ma è un gruppo altrettanto noto. Proprio nel ‘66, il gruppo partecipa al festival di Sanremo con «Un giorno tu mi cercherai», che diventa subito un 45 giri. Il lato B è un brano di Guccini dal titolo emblematico: «L’antisociale». Le altre affermazioni per la formazione capitanata da Maurizio Vandelli sono ancora del ‘66: successo al Cantagiro con «Io ho in mente te» e «Bang Bang», successo universale (interpretato molti anni dopo persino da Carla Bruni), scritta originariamente da Sonny Bono per Cher (nel retro del 45 c’è ancora una canzone gucciniana: «Auschwitz»). Nel ’67 arrivano, invece, i brani firmati dal grande Lucio Battisti: «29 settembre» e «Nel cuore, nell’anima».
La storia del beat in Italia è dunque la storia dei complessi musicali italiani e stranieri (inglesi), che hanno animato il pop in Italia, soprattutto grazie alle “cover”. Alcuni nomi suonano oggi quasi privi di familiarità: i Primitives (quelli di Mal) che ebbero un grande successo al Piper Club di Roma, così come i Motowns, i Renegades che a Sanremo cantarono con L’Equipe 84, i Cyan Three che si esibirono con la Pravo, I Sorrows, i New Dada e i Bad Boys anch’essi legati a Guccini. Molto più noti i Dik Dik (con «Sognando la California», nota cover del ‘66), i Giganti (con la notissima «Tema»), i Camaleonti («Sha la la la la», «I capelloni» e «Portami tante rose», rifacimento di un brano degli anni Trenta di C. A. Bixio), i Nomadi, con «Come potete giudicar», anch’essi legati a Guccini e gli eterni Pooh, nati proprio in piena era beat (ancora nel ‘66).
Gruppi musicali che diventano noti grazie alle organizzazioni dei Festival, a cominciare da Sanremo (in quel ’66 vinto da Modugno e Cinquetti con «Dio, come ti amo», ma passato alla storia come quello del secondo posto della Caselli con «Nessuno mi può giudicare», come il festival dei gruppi beat e delle esclusioni di Celentano con l’ormai mitica «Il ragazzo della via Gluck» e di Lucio Dalla e dei Yardbirds con «Pafff… bum»), per continuare col Disco per l’estate, il Festival delle rose, il Festivalbar e il Cantagiro. Gare che a quel tempo, valevano più di un “talent” dei nostri giorni, perché in quelle occasioni oltre a farsi conoscere gli artisti imparavano anche il “mestiere” di artista… Il beat aveva infine perfino un suo specifico festival: Il torneo nazionale Rapallo- Davoli, nato proprio in quel 1966. Non mancava proprio nulla, in apparenza. Fra gli artisti più in luce in quel periodo Francesco Guccini, che nel 66 scriveva «Dio è morto», un bellissimo brano per i Nomadi, che non era la classica canzone di protesta beat, o quanto meno non solo quello. Ma qualcosa di più: era l’ingresso dei grandi temi – di chiara derivazione nietzscheana – nella musica leggera, il tentativo di dare un contenuto “spirituale” a generiche affermazioni di pacifismo. Il messaggio a quei tempi non venne compreso dalla Rai che censurò il brano. Peccato… « Ho visto la gente della mia età andare via, lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia nella ricerca di qualcosa che non trovano…». Il testo si ispirava all’Urlo di Allen Ginsberg, altro papà insieme a Kerouac della “beat generation”.
Il beat ebbe perfino un proprio locale. Il Piper di Roma, fondato nel 1965 da Alberigo Crocetta ex aderente alla X Mas di J. Valerio Borghese; altro luogo oramai mitico cui sono state dedicate decine e decine di memorie filmiche. Il locale ospitò il meglio dei gruppi e cantanti della generazione del Sessanta, immersi in un “mondo” che era la metà esatta fra la pura trasgressione e il capriccio dei nuovi “vip”. Al suo interno, brillarono innanzitutto le stelle femminili: Mita Medici, Caterina Caselli e Patty Pravo, oggi icona assoluta, non solo della canzone italiana ma anche di uno stile di vita da lei stessa definito “anarchico”.
In quei Sessanta, la veneziana Nicoletta Strambelli era l’esempio forse più noto del non-conformismo e della voglia di andare oltre l’ordinario stile di vita (e di pensiero): lo “stile” del tranquillo borghese che aspirava a una vita affatto comoda. A ricordare quello che gli artisti del tempo andavano promettendo ai giovani “accecati” dall’italico-beat era perfino lo stesso nome d’arte della Strambelli: “Pravo”; un nome derivato dal terzo canto dell’Inferno di Dante e dalla frase di Caronte: «Guai a voi anime prave! Non isperate mai veder lo cielo…». Nulla di sacrilego, ovviamente; al contrario: era il bisogno di esorcizzare l’emarginazione. «Ragazzo triste», primo successo di Patty su testo di Gianni Boncompagni, venne trasmessa infatti, come primo brano pop della storia, dalla Radio Vaticana. 

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