venerdì 15 aprile 2011

Ci manca già da dieci anni.

Come i grandi. Se ne va all’improvviso senza farsi attendere, in un luogo che lo ha visto protagonista, fra la gente che lo applaude, fra i compagni che lo rispettano, fra gli artisti che lo stimano. Giuseppe Sinopoli muore il 20 aprile del 2001, mentre dirige il terzo atto dell’Aida di Verdi a Berlino, e muore in teatro come prima di lui Dimitri Mitropoulos e poi Giuseppe Patanè e altri artisti meno popolari. Ha solo 55 anni ed è già uno dei direttori d’orchestra più famosi: il primo italiano ad aver diretto il wagneriano Anello del Nibelungo a Bayreuth per intero, più del mito-Toscanini; Sinopoli è un compositore originale e un uomo straordinariamente colto, un intellettuale che cita Seneca, Schopenhauer e stravede per l’antico Egitto. Per un’Italia che si affaccia nella crisi di “lungo periodo” della cultura è una perdita enorme, per gli appassionati un grande dispiacere.
Quando un uomo di teatro muore in palcoscenico, improvvisamente per un infarto fulminante, si pensa – per riflesso condizionato – che qualcuno molto “più in alto” abbia preso la decisione “giusta”. Così, accadde più di mezzo secolo prima per il baritono americano Leonard Warren, la cui fine improvvisa “ispira” i colleghi d’ogni parte (e fra loro, il nostro Mario Del Monaco). Così accadrà anche in futuro, ci scommettiamo. Ma è una riflessione un po’ macabra. Essa appartiene ai giornalisti a caccia di esclusive, ai “personaggi” in cerca di loggione, ai romanticoni orfani di rotocalchi e feuilleton. Quel 20 aprile di dieci anni fa, Sinopoli di cose da fare, su questa terra, ne ha ancora molte… Progetti musicali: un Rosenkavalier e una Turandot alla Scala dove ha debuttato nel 1994 e soprattutto una seconda laurea. E di morire non ci pensa proprio. Nel 1972 si è specializzato in Psichiatria, poi ha perfezionato gli studi musicali, infine si è appassionato al mondo antico. Il giorno dopo l’Aida alla “Deutsche Oper” di Berlino lo attende una commissione, a Roma, per la discussione della tesi in Archeologia. La città decide di celebrarlo ugualmente con le esequie in Campidoglio, dedicandogli una sala dell’auditorium “Parco della musica”.
Compositore di espressione “strutturalista” e oltre, direttore d’orchestra d’ispirazione mitteleuropea, Sinopoli rimane nei nostri cuori perché è un uomo schietto, libero dagli schemi. Dinamico, positivo, un uomo da terza via: realista e idealista insieme. Nasce nel 1946 e attraversa l’intero arco del dopoguerra con la sua modernità “feroce”. Ma lo attraversa da intellettuale postmoderno fra i primi (in assoluto) a superare gli steccati ideologici che separano “questi” e “quelli”, i “bianchi” (o i “rossi”) e i “neri”. È un contemporaneo che ama anche la tradizione, i suoi maestri sono: Gyorgy Ligeti, Karlheinz Stockhausen, Franco Donatoni, Bruno Maderna e Hans Swarowsky. Si specializza nella musica elettronica e contemporanea, ma sul finire del Settanta passa al repertorio (Verdi, Puccini, Mascagni) e ai nobili cavalieri dell’Europa tardo-romantica e di primo-Novecento: Anton Bruckner, Gustav Mahler e soprattutto Richard Strauss. Dirige le migliori orchestre del mondo (Londra, Berlino, Vienna, New York, Dresda) e anche quelle italiane. Dall’83 all’87 è direttore musicale dell’Accademia di Santa Cecilia e dal ’99 al 2001 è direttore artistico e musicale del Teatro dell’Opera di Roma; negli anni Novanta anche direttore artistico di Taormina Arte. In Italia, ha qualche difficoltà di troppo. Ma è in buona compagnia: anche per Karajan, qui da noi, non fu una “luna di miele”… All’estero ha successo, ma in Italia va così così. Le registrazioni da ricordare, dieci anni dopo, sono le sinfonie mahleriane, le opere di Strauss, Zemlinsky e Wagner (Tannhäuser); poi ci sono le Suites dalla sua opera teatrale del 1981 Lou Salomè, su libretto di Karl D. Gräwe. I melomani italiani infine ricordano Sinopoli per la Madama Butterfly di Puccini con Josè Carreras e Mirella Freni e per il Nabucco di Verdi con Piero Cappuccili e Ghena Dimitrova.            
L’uomo-Sinopoli vive pochissimo nel Terzo millennio ma ha idee da intellettuale del futuro. È un “filosofo” privo dei sacri furori che non ama fare il passo più lungo della gamba, in musica e in altri “luoghi” del pensiero. Anzi. Concilia l’“inconciliabile”: è un marxista che legge Lukacs e Ernst Bloch ma anche René Guénon e Julius Evola - di padre siciliano come lo stesso Sinopoli - che lo incanta col suo paganesimo antimoderno, propositivo e mai nostalgico. La sua Weltanschauung si trova nel libro del 1993 Parsifal a Venezia (ed. Marsilio), il rapporto con la sua città, con gli “altri” e col mondo. Di oggi e di ieri. Sinopoli colleziona pezzi antichi: non oggetti, come egli stesso precisa, ma “idee”, le idee che sono comprese nell’oggetto. La pensa così la storica dell’antichità Lidia Storoni Mazzolani, traduttrice delle Memorie di Adriano: idee di decadenza ma anche di nuova generazione, fine come inizio di una nuova era. Rimangono nei nostri cuori le ultime parole di Sinopoli immortalate nel programma di sala dell’Aida di Berlino, con la citazione di Sofocle e la dedica all’amico Friedrich Goetz, sovrintendente e regista da poco scomparso: «…tu e questo paese… abbiate buona sorte, e nella prosperità ricordatevi di me, quando sarò morto, per sempre felici». E rimangono nel cuore le parole della moglie Silvia Cappellini (su «La repubblica», il 24 aprile 2001), appena dopo la morte del marito (avrebbe dovuto vivere altri «200 anni», per mettere in pratica tutti i suoi progetti…), a testimoniare degli interessi e delle passioni di questo straordinario e raffinato umanista annodato alle lezioni rinascimentali, nietzscheano, wagneriano, critico della “modernità”, dei mass media e della globalizzazione. Conquistato dai miti (il comunismo è l’ultimo mito della vecchia Europa) e dai meriti della memoria di ciò che “siamo stati”, prima di una crisi secolare. «Trasversale» lo definisce Paolo Isotta sul «Corriere della sera» del 22 aprile del 2001; a tutto campo: un intellettuale che si nutre di sapienza esoterica e di filosofi essoterici e ritrova in questi e in quelli le sue “verità”; più vere, forse, del “semplice” gesto tecnico del direttore d’orchestra. Analista della storia delle idee più che “principe” del podio come la tradizione italiana ci tramanda, così risponde su Puccini a Giuseppe Lenzi, sulle pagine dell’«Espresso», in un’intervista ripubblicata quattro giorni dopo la morte: «Puccini rappresenta il corrispettivo dell’indagine espressionista trasportata nel sistema borghese italiano. I suoi sono sentimenti e motivi forti, originari, ma non letti astoricamente come Verdi. Piuttosto trasportati espressivamente nell’ambito delle piccole relazioni borghesi … In questo contesto comprendo la simpatia che Arnold Schoenberg aveva per Puccini: quegli stessi argomenti stimolavano, nella borghesia tedesca, l’indagine freudiana. Il parallelo fra Verdi e Puccini è fondamentale, come quello fra Wagner e Richard Strauss. La “Salomè” di quest’ultimo riunisce la sensualità morbida e coloristica di Gustav Klimt avvolta su quella aspra ed essenziale d’un Egon Schiele. Eccovi tracciate le coordinate dei miei interessi. Wagner e Verdi vi rappresentano il momento universale. Strauss e Puccini l’adattamento degli archetipi alla storia e alla società».
Sinopoli è anche analista di “cose italiane” di cose di “casa nostra”. Avverso al leghismo ingenuo e volgare, aperto ai diritti in un’Italia che già negli anni Novanta lascia intendere un futuro poco incoraggiante. È al di là della “sinistra” (lo è nella misura in cui la “sinistra” non si rispecchia nei diritti) e della “destra” (lo è nella misura in cui la “destra” si confonde con la demagogia), è maestro di partiture e di aperture verso altri lidi. Il rock? – dice in conclusione a Lenzi – è rottura da schemi «abituali». È utile per combattere la pigrizia, quella di chi utilizza la «diversità» per chiudersi al mondo. La creatività prima di tutto allora, perché ad ogni “angolo” del mondo spirito e materia siano sempre pronti a darsi una mano.

Nessun commento:

Posta un commento